mercoledì, Settembre 30

La Turchia di Erdogan: diritti e curdi il problema

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La Turchia di Recep Erdogan è protagonista delle preoccupazioni europee e non solo, «dal supporto incondizionato ai gruppi terroristici, fino alla brutale soppressione dell’opposizione curda e la continua e spietata repressione degli organi di informazione libera nel Paese, per l’Unione Europea la Turchia si è rivelata una spina nel fianco, e, insieme, fonte di imbarazzo e vulnerabilità politica», ha dichiarato Alejandro Lopez, analista spagnolo specializzato nelle dinamiche della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa).
Se le capitali europee hanno assecondato Ankara, in nome del pragmatismo geopolitico, in materia di migranti -e Selahattin Dermitas, leader curdo del Partito Democratico del Popolo (HDP), ha affermato che «La leva turca sull’Unione Europea per la questione dei rifugiati ha dato a Erdogan la libertà di usare l’Esercito nel Paese contro i suoi avversari»-, per quanto riguarda la Siria, i diritti umani e politici, e i curdi, la propensione all’autoritarismo del Presidente turco Recep Erdogan è fonte di serie preoccupazioni. «Tenendo conto le ambizioni del Presidente Erdogan di diventare a pieno titolo un membro della UE, la sua recente repressione contro la stampa e l’opposizione, senza poi contare la campagna politica contro i curdi, ha turbato numerosi capi di Stato», sottolinea Lopez.
Per quanto le politiche del Presidente Erdogan non siano mai state esattamente ‘liberali’ (non è mai stato un campione di diritti umani, autogoverno e giustizia sociale), il suo rinvigorito gusto per l’autoritarismo ha colto di sorpresa molti esperti. Lopez sostiene che, di fatto, i segnali c’erano già. «La discesa di Erdogan verso il dispotismo è stata resa possibile dall’eccezionalismo americano e dal fallimento, da parte delle capitali europee, nel comprendere come la violazione dei propri diritti avrebbe costituito un pericoloso precedente. Con la creazione di uno spazio fuori dal diritto internazionale, è stato concesso all’illegalità di prosperare… o meglio deteriorare», afferma Lopez.

Giocando l’asso nella manica del terrore, Ankara ha impugnato il terrorismo come una potente arma politica, etichettando come terroristi tutti gli avversari al regime, per meglio razionalizzare la sua violenza e la sua repressione sistematica. Da quando l’APK (il partito del Presidente) è salito al potere nel 2002, Erdogan si è gradualmente trasformato da cosiddetto democratico a Presidente autoritario.
In questo lasso di tempo, abbiamo assistito a un forte deterioramento dei diritti individuali nel Paese, tra cui la libertà di espressione e di stampa. Secondo Reporters Sans Frontières, su 180 Paesi la Turchia occupa il 149° posto nel ranking 2015 del World Press Freedom Index. Siamo di fronte a un miglioramento rispetto ai tre anni precedenti, quando si era classificata al 154° posto, ma ciò si deve anche al rilascio condizionale di 40 giornalisti imprigionati, che comunque continuano ad affrontare un processo. Se si considera il bavaglio contro i giornalisti indipendenti, le campagne di intimidazione e diffamazione contro giornalisti, politici e blogger, la Turchia ha tutta l’aria di una brutale autocrazia.
Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), il comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York, «il numero di giornalisti incarcerati in Turchia è drammaticamente salito nel 2015». La Turchia, con decine di giornalisti dietro le sbarre, si è classificata come il quinto Paese a livello mondiale per numero di giornalisti in carcere nel 2015. Oltre 100 mila siti web sono stati censurati  dalle elezioni politiche dello scorso giugno, secondo un rapporto di Press for Freedom.
La trasformazione della Turchia in uno Stato clientelare e vendicativo ha avuto inizio proprio nel bel mezzo delle elezioni politiche. Secondo quanto riportato da alcune fonti, nel settembre 2015 un folto gruppo presumibilmente collegato con la sezione giovanile dell’APK, avrebbe attaccato gli uffici della Doğan Media Group a Instanbul, sede di due dei più diffusi quotidiani nel Paese, ‘Hürriyet’ e ‘Radikal’. Da allora sono successe molte cose.

Dall’inizio di marzo, cancellando qualsiasi somiglianza a un Paese che goda di libertà di stampa, Ankara ha di fatto preso il controllo su due dei principali organi di stampa della Turchia: l’agenzia ‘Cihan News’ e il giornale ‘Zaman’. Pare che entrambi siano affiliati al religioso musulmano Fethullah Gülen, residente in Usa, ex alleato politico di Erdogan, ora diventato suo aperto critico. La spaccatura tra Erdogan e Gülen ebbe inizio nel 2013, quando quest’ultimo avrebbe fatto delle pressioni sulla giustizia per aprire un’inchiesta sulla famiglia Erdogan. Se le indagini per corruzione furono fermate dallo stesso Presidente, la cosa ebbe comunque una risonanza socio-politica enorme. La Turchia non sarebbe più stata la stessa, com’è poi successo. «Erdogan era stato smascherato: un politico arraffone con ambizioni stravaganti. La luna di miele tra Erdogan e la Turchia, o almeno la volontà di lui di trascurare le accuse di corruzione, ebbe fine nel 2013. Da quel momento, tutto divenne sempre più chiaro», afferma l’analista Lopez. «In cima a un colosso politico come l’APK, Erdogan vuole ora incorniciare la Turchia dentro a una presidenza esecutiva e abolire il sistema parlamentare corrente. Questo è il comportamento di un aspirante despota», ha aggiunto.

L’altro problema di Erdogan sono i curdi.

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