sabato, Maggio 25

La Tribuna degli Uffizi

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La lingua batte dove il dente duole e anche la presentazione di un volume sulla Tribuna degli Uffizi a Firenze ha offerto l’ennesima occasione per ulteriori riflessioni critiche sulla riforma del nostro sistema museale che non poche apprensioni e polemiche ha suscitato. Stavolta, a dire la sua, non è soltanto uno storico dell’arte o uno dei Direttori dei Musei statali sulle cui teste è piovuta la riforma, bensì uno dei massimi archeologi italiani quale Salvatore Settis.

Davanti ad un’ affollatissima Sala di San Pier Scheraggio, agli Uffizi, l’ex Rettore della Normale di Pisa, non si è limitato ad illuminare l’auditorio con le sue riflessioni sulle singolari e antiche ascendenze della pianta ottagonale di questo gioiello, considerato il primo museo moderno dell’ Occidente, ma ripercorrendone la storia e la sua genesi, ha inteso sottolineare due punti fondamentali che dovrebbero essere al centro di qualsiasi progetto di riforma del settore e che, invece, anche nell’opinione corrente (mondo politico, circoli culturali, media, ecc.) sono del tutto trascurati: il primo riguarda la necessità di andare oltre l’asse tutela-valorizzazione; occorre cioè considerare l’importanza degl’intrecci strettissimi che intercorrono tra scienza ed arte, ricerca e tutela, conoscenza e valorizzazione. Senza la ricerca scientifica e storica, senza l’uso appropriato delle tecnologie, senza l’alto livello dei nostri laboratori, il nostro patrimonio non potrebbe essere né conservato né tantomeno valorizzato. La conoscenza, dunque, è alla base di tutto. Il secondo aspetto, a questo connesso, riguarda l’errata superficiale e approssimativa idea, diffusa anche dai media, secondo la quale i depositi dei nostri musei sarebbero magazzini polverosi in cui vengono accatastate le nostre opere d’arte! Al contrario “ I depositi sono la risorsa aurea dei nostri musei”. Costituiscono quel patrimonio d’arte e di ricchezza che consente temporanee esposizioni di opere e di artisti in grado di innalzare – al di là delle mode – il grado di conoscenza del grande pubblico, di approfondire aspetti importanti non solo della storia dell’arte e del suo andamento morfologico, ma delle civiltà di cui esse sono specchio ed espressione. La pubblica istituzione ha un compito che è anche formativo ed educativo, su questo più volte ha posto l’accento il Direttore degli Uffizi, Antonio Natali. Dunque, qualsiasi riforma dovrebbe tenere ben presenti questi aspetti e non considerare il nostro patrimonio artistico solo come un bene economico, peraltro importante, tant’è che nel 2014, i maggiori musei statali fiorentini hanno erogato a quelli comunali, 5 milioni di euro e garantito, con i loro introiti, la sopravvivenza di quelli a minore visibilità. Inoltre, secondo Settis, la storia dell’arte non va considerata una disciplina ancillare, immobile.

Del resto, l’analisi e i contributi interdisciplinari che il convegno internazionale del dicembre 2012, tenutosi nella sede del Kunsthistorisches Institut di Firenze, dedicò alla complessa e delicata opera di restauro della Tribuna offrono preziosi approfondimenti che oggi vanno ad arricchire la già copiosa bibliografia, attraverso un prezioso volume, presentato dalla soprintendente ad interim del Polo Museale fiorentino, Alessandra Marino, dal Direttore degli Uffizi Antonio Natali, dall’ex soprintendente per il polo museale Cristina Acidini, dalla storica dell’arte Elena Fumagalli e dalla Presidente della Fondazione non profit Friends of Florence, Simonetta Brandolini d’Adda, l’associazione che ha finanziato l’opera di restauro e ora, anche la pubblicazione degli atti. «Un atto di grande lungimiranza» – secondo Natali – «che riveste un particolare significato in un momento nel quale si cercano nuove sinergie, nuovi modelli di mecenatismo e di fronte ad una ideologia che si piega sempre più alle esigenze economiche ed al conformismo culturale….».

Gli spunti di riflessione che gli atti del convegno sulla Tribuna del Principe: storia,contesto, restauro, condotti dallo stesso Natali con l’aiuto di Alessandro Nova e Massimiliano Rossi, forniscono, sono molteplici ed agiscono in più direzioni. Ne ricorderemo solo alcuni, particolarmente suggestivi: molto si è discusso, ad esempio, sulla forma ottagonale della Tribuna di cui Francesco I, il granduca mediceo appassionato d’arte, di scienza ed alchimia ( assai meno esperto nella gestione del potere), il quale ne affidò la progettazione all’architetto di corte Bernardo Buontalenti ( conosciuto dal grande pubblico dei golosi per il suo celebre….gelato). che la portò a compimento nel 1583.

Rimasto vedovo della moglie Giovanna d’Austria, Francesco I poté finalmente convolare a nozze con la sua affascinante amante, la veneziana Bianca Cappello, malvista a corte e dal popolo fiorentino ( “Il Granduca di Toscana ha sposato una puttana gentildonna veneziana”….questo dicevano di lei), e dedicarsi con il Buontalenti alla realizzazione della Tribuna per contenere le opere d’arte più preziose della collezione medicea: dipinti, statue in argento e in bronzo, marmi, vasi di cristallo, pietre rare, oreficerie, lame dalle impugnature incrostate di pietre rare, cammei antichi e medaglie. L’idea era quella di esporre tutte insieme e con pari dignità e visibilità, le opere d’arte collezionate nel tempo, che si trovavano chiuse negli armadi di Palazzo Vecchio, sede del Governo ma anche residenza della famiglia ducale dal 1540. Volle non solo contenere ma anche di esporre in un luogo distante dagli appartamenti, ovvero nel corridoio di Levante degli Uffizi (il nuovo maestoso edificio voluto dal padre, Cosimo I, e progettato da Giorgio Vasari per gli “uffici” delle magistrature fiorentine) , questo patrimonio di rara bellezza. L’opera fu completata nel 1583. Già in precedenza, Francesco aveva fatto realizzare, con accesso dal Salone dei Cinquecento, il suo “studiolo” ove spesso si ritirava per i suoi esprimenti scientifici e ove aveva custodito tali beni. Con tale scelta, venne a realizzarsi quello che è considerato il primo Museo d’Occidente: vale a dire il più antico spazio espositivo progettato con precisi e moderni criteri espositivi.

Francesco volle che la stessa Tribuna fosse una meravigliosa opera d’arte, per questo il Buontalenti realizzò un disegno a raggiera, un grande fiore, realizzato utilizzando marmi policromi intarsiati, le pareti foderate di velluto rosso con frange cremisi, il tamburo blu e la cupola, che è forse l’elemento più insolito e suggestivo, che splende per le migliaia di valve di madreperla su un fondo tinto con lacca rossa e sopra uno strato di foglia d’oro. Al di sopra si apre una lanterna in modo che la luce reale si possa irradiare verso il basso. Ciò che ha fatto parlare come di una “spelonca marina” all’interno della quale è dipinta una rosa dei venti e pari vi fosse uno zodiaco illuminato da un raggio solare. Un ambiente estremamente raffinato che costituisce – secondo Cristina Acidini – il cuore pulsante del Museo. E’ evidente in questa struttura il richiamo ai Quattro elementi che si riteneva componessero l’Universo: la Terra ( un riferimento vi è nel pavimento in marmo), il Fuoco ( il velluto rosso delle pareti), l’Acqua ( evocata nelle conchiglie), l’Aria ( la lanterna aperta ai venti).Insomma, una rappresentazione simbolica dell’Universo. Ma la Tribuna contiene vari altri simboli e riferimenti alchemici che fanno ancora discutere. Il più evidente è dato dalla forma ottagonale della struttura: l’ottagono è una figura geometrica utilizzata nell’antichità quale pianta per edifici importanti ( ad esempio, ricordava Settis, la Torre dei Re di Atene), i battisteri di epoca cristiana e le basiliche. Inoltre i colori sono un omaggio alla casata dei Medici e ricorrono anche nello stemma di famiglia. Ma vi è anche chi ha scorto nell’ architettura della Tribuna un riferimento ad un tempio profano, esaltante le capacità dell’uomo di trasformare con la propria arte i doni della natura. Inoltre, le conchiglie possono essere viste come un omaggio alle celebrazioni delle recenti nozze con Bianca, il cui emblema era proprio la conchiglia.

Pochi anni dopo il completamento di quel capolavoro, il sogno di Bianca e di Francesco I, svanì nella villa di Poggio a Caiano, dopo l’arrivo del di lui fratello, il cardinale Ferdinando, proveniente da Roma dove era al servizio di papa Sisto V, con il suo seguito. La sua ostilità verso la cognata era ben nota, così come le erano le sue ambizioni di potere. E così, un’indigestione tremenda, seguita da una colica attribuita ai funghi ( questa la prima versione ufficiale) si portò via la notte del 19 ottobre 1587 Francesco I, e il giorno successivo, anche Bianca, che aveva accusato gli stessi sintomi, seguì la stessa sorte. Ma prima, Ferdinando la informò che avrebbe rinunciato alla sua carica di pastore d’anime per indossare gli abiti più terreni di granduca di Toscana. Due morti ravvicinate, misteriose e repentine, lui 46 anni, lei 39, che tinsero di fosco (e di velenosi sospetti), le loro burrascose esistenze. Solenni le onoranze riservate a Francesco I. Di lei, divenuta granduchessa di Toscana per bellezza, malìa e raggiri, sparì ogni traccia. Sepolta, forse, nei sotterranei di San Lorenzo o in una tomba comune. Del suo “ visage agrèable et imperieux” come l’aveva definita il Montaigne, non resterà che un vago ricordo nei ritratti della sua maturità, come in quello dell’Allori nel quale aveva perso tutto il suo giovanile fascino. Ferdinando I, si dimostrerà poi un abile statista che, coadiuvato dalla moglie Cristina di Lorena, cercherà di fare del Granducato un punto di equilibrio, riannodando i rapporti con la Francia e conservando il legame con la Spagna. Con lui l’antico stato di Firenze andò dilatandosi, la sua storia da cittadina si fece europea, i suoi interessi guardarono al mare (a Livorno, città aperta alle idee e alle religioni), all’agricoltura, ai commerci e pur senza chiudersi nella torre d’avorio degli studi scientifici come il fratello Francesco, innegabile l’ impulso dato alle grandi opere, tra cui il Forte di Belvedere, la trasformazione della Loggia dei Lanzi in una Galleria all’aperto con statue di artisti illustri e ed il proseguimento degli Uffizi fino all’Arno, arricchendo la collezione con le opere, soprattutto sculture greche e romane provenienti dalla Villa Medicea di Roma. Il tutto volto alla grandezza dei Medici. Un patrimonio immenso che fa di Firenze una delle più importanti città d’arte del mondo, gestito fino ad oggi con competenza, oculatezza e passione.

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