mercoledì, Settembre 30

La tortura c’è, ma non è punibile

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«Non è una protesta!». Sì, d’accordo, ma va avanti ormai da 35 giorni; e ora si unisce anche Marco Pannella, non solo fame, ma anche sete… «E’ comunque una proposta, un dialogo, un sostegno». La segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini risponde così a chi le chiede della iniziativa che sta conducendo da oltre un mese. Dialogo e sostegno con chi, proposta per cosa? «Sostegno con quanto autorevolmente detto dal Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio alle Camere, l’unico che ha inviato, e che noi radicali abbiamo adottato come vero e proprio manifesto politico e operativo; sostegno a quanto hanno detto, in forme diverse, ma concordi nella sostanza, l’attuale Presidente Sergio Mattarella e il Papa Francesco; proposta di una radicale riforma della giustizia, che contenga le idee che erano di Giovanni Falcone e che per questo venne osteggiato dai suoi stessi colleghi; e il presupposto di questa riforma è un provvedimento di indulto e amnistia, chiaro, limpido, codificato nelle fattispecie, in luogo della continua, clandestina, incontrollata amnistia di classe che si manifesta con le decine di migliaia di prescrizioni indiscriminate ogni anno».

A confermare che quella della giustizia sia ancora una delle questioni cruciali, è venuta la sentenza della Corte di Strasburgo. Un verdetto durissimo: all’unanimità affermano che l’Italia ha violato l’articolo 3 della convenzione sui Diritti dell’Uomo, che sancisce che «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Lo stesso articolo per cui nel gennaio del 2013 l’Italia era stata condannata con la sentenza pilota Torreggiani.
La Corte di Strasburgo non stabilisce solo che quanto accaduto nella caserma Diaz di Genova nei giorni del G-8 va consideratotortura’; va ben oltre: sostiene che se i responsabili non sono mai stati puniti è per l’inadeguatezza delle leggi italiane che, per questo devono essere cambiate. Nella sentenza si legge, inoltre, che la mancanza di determinati reati non permette allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine.

Intanto, a onta dei bollettini trionfalistici del Ministero di Giustizia, la situazione nelle carceri continua a essere insostenibile. Non passa giorno che la Polizia penitenziaria non sventi tentativi di suicidio da parte dei detenuti, o automutilazioni. Il 2 aprile, per esempio, si è suicidato un detenuto a Opera (Mi): aveva 50 anni, stava scontando una pena per maltrattamenti, che si sarebbe esaurita nel 2028. Una settimana fa un altro detenuto si è tolto la vita nel carcere di Sollicciano a Firenze: aveva 45 anni e tre anni di reclusione da ultimare. Si è impiccato approfittando del cambio di guardia. Contemporaneamente l’ha fatta finita un carcerato di 42 anni, recluso nel carcere romano di Rebibbia; i magistrati avevano appena respinto la sua richiesta di arresti domiciliari.

Dall’inizio del 2015 sono 13 i casi di suicidi dietro le sbarre. L’anno peggiore è stato il 2009, nel quale si sono tolti la vita 79 persone. Nelle carceri italiane i detenuti si tolgono la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere e, spesso, lo fanno negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori, quindi in strutture particolarmente fatiscenti, con poche attività trattamentali, con una scarsa presenza del volontariato.
Oltre a questi numeri, ci sono anche quelli dei tentati suicidi: nel solo 2014 sono stati 933. Un inferno. Lo descrive molto bene Donato Capece, Segretario del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria: «Ogni giorno i poliziotti penitenziari nella prima linea delle sezioni detentive hanno a che fare, in media, con almeno diciotto atti di autolesionismo da parte dei detenuti, tre tentati suicidi sventati dalla Polizia Penitenziaria, dieci colluttazioni e tre ferimenti».

Fonti ufficiali, del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, fanno sapere che al 31 marzo 2015 i detenuti presenti nei 200 istituti penitenziari italiani sono 54.122 e tornano a risalire, dopo gli effetti dovuti ai vari provvedimenti svuota-carceri e, soprattutto, alla sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi che equiparava le sostanze stupefacenti leggere (hashish e marijuana) a quelle pesanti (eroina, cocaina). Ben 58 carceri registrano un sovraffollamento superiore al 130 per cento (tenendo conto delle sezioni chiuse). Si va dal 200 per cento della Casa Circondariale di Udine (164 detenuti in 82 posti effettivi), al 199 per cento del carcere di Busto Arsizio (303 detenuti in 145 posti effettivi), al 196 per cento del carcere di Latina (149 detenuti in 76 posti). A Milano-San Vittore si registra un sovraffollamento del 182 per cento (963 detenuti in 530 posti effettivi); a Roma-Regina Coeli del 178 per cento; a Verona Montorio del 176 per cento (608 detenuti in 345 posti); a Padova-2 Palazzi del 169 per cento (738 detenuti in 436 posti); a Lecce-Nuovo complesso del 163,5 per cento (1.017 detenuti in 622 posti); a Napoli Secondigliano del 153 per cento (1.353 detenuti in 886 posti); a Bologna-Dozza del 150 per cento (734 detenuti in 489 posti); a Milano-Opera del 146 per cento (1.303 detenuti in 893 posti).

Nelle carceri i detenuti che lavorano sono solo il 20 per cento e fanno lavori saltuari, non spendibili una volta finita la prigionia; in molti sono afflitti da gravi malattie e non sono curati come è loro diritto, tantissimi sono illegalmente ristretti in istituti lontano dalle famiglie e dagli affetti. Gli educatori sono insufficienti e non riescono a chiudere per tempo le relazioni di sintesi per l’accesso alle misure alternative, per non parlare della carenza di psicologi che si riflette drammaticamente su una popolazione detenuta che per il 30 per cento è formata da tossicodipendenti e per il 20 per cento da casi di sofferenza psichiatrica.

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