giovedì, Marzo 21

La Thailandia, la Cambogia e quella strana vicenda del passaporto di Yingluck Shinawatra Ora il Premier cambogiano Hun Sen è sulla graticola delle polemiche. Ha bloccato il rilascio di documenti diplomatici mentre inizia l'indagine

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Ora la Cambogia si ritrova in una condizione di particolare imbarazzo. La vicenda del passaporto cambogiano grazie al quale l’ex Premier thailandese Yingluck Shinawatra (deposta da un colpo di stato nel maggio 2014 e in attesa di essere giudicata in una Corte di Giustizia con accuse legate alla mancata applicazione del piano di supporto economico a favore dei coltivatori di riso) riuscì a fuggire all’estero, ora mette in luce le manchevolezze o la rete di connivenze che le permise di ottenere un documento che l’ha sottratta alla scure di una Giustizia che ritenne essere braccio armato della lotta politica nella propria madrepatria.
Lo stesso Premier Cambogiano Hun Sen, adesso è in prima linea nel fuoco di fila delle polemiche sia in casa propria sia da parte della fonte militare in Thailandia, dove ancor oggi c’è una dittatura militare, proprio a causa del colpo di stato del 2014.
Per questo motivo, il Premier cambogiano nella giornata di ieri in un documento ufficiale della lunghezza di due pagine, ha ordinato a tutti i corpi istituzionali afferenti al Governo di vietare il rilascio di alcun passaporto o di apporre visto favorevole a qualsiasi passaporto simile a quello ottenuto da Yingluck Shinawatra, sebbene ancor oggi – inchiesta in corso – non si sappia se si sia trattato di un passaporto civile o diplomatico. La testata ‘Phnom Penh Post’ ha riportato la notizia ufficiale della decisione del Premier, decisione che di fatto ha bloccato il rilascio di documenti simili a quello rilasciato a Yingluck Shinawatra esule dichiarata dal 2017, almeno al momento fino a quando non si chiariranno i contorni di questa vicenda che sembra acquisire i contorni del giallo internazionale. Pari manuale d’istruzioni è stato ufficializzato anche dalla testata ‘South China Morning Post’, dove pure era stato scritto che la ex Premier thailandese Thaksin Shinawatra era fuggita all’estero proprio grazie ad un passaporto cambogiano.
Ilcasodiplomatico è nato quando inchieste parallele condotte da Hong Kong hanno mostrato come Yingluck Shinawatra abbia usato un passaporto cambogiano per registrarsi come unica direttrice di una Compagnia di Hong Kong che era stata precedentemente incorporata nell’agosto dello scorso anno. Rimane però, a tutt’oggi, sconosciuto il modo in cui la ex Premier thailandese abbia ottenuto il passaporto e appunto, se si trattasse di un documento speciale rilasciato al Corpo Diplomatico oppure fosse solo un passaporto per uso civile.
Il fratello di Yingluck, Thaksin Shinawatra, anch’egli ex Premier thailandese spodestato da un colpo di stato nel 2006, oggi in esilio per sfuggire ad una condanna a due anni e mezzo di carcere per la cessione di una società thailandese ad una compagnia di Singapore in clima di conflitto di interessi, ha spesso adottato la posizione d il ruolo di consigliere del Governo cambogiano. Le indagini condotte in via parallela rispetto a quelle della Magistratura aggiungono peso alla teoria per la quale Yingluck abbia lasciato la Thailandia via Cambogia nel 2017, per evitare la condanna che era ormai nell’aria a cinque anni di carcere in relazione alla politica governativa a favore dei produttori di riso, tutte accuse da lei sempre respinte e bollate come una mera persecuzione politica.
In Cambogia, gli stranieri nominati come consiglieri o assistenti di esponenti istituzionali di alto rango, diventati cambogiani naturalizzati, possono ottenere il passaporto diplomatico, aspetto peraltro ribadito anche dalla testata ‘Phnom Penh Post’ nella giornata di lunedì scorso. Ora Hun Sen, un po’ tardivamente, corre ai ripari. Per evitare che avvenga un rilascio di passaporti e che essi siano usati in modo non corretto, ha stabilito che non vengano rilasciati a coloro che non sono cambogiani nativi, a parte casi di stretta necessità. «Tutti i ministri e le istituzioni hanno l’obbligo di raccogliere i passaporti diplomatici che hanno emesso per i loro consiglieri ed assistenti i quali non siano cambogiani di nascita e di trattenere i passaporti nelle competenze del Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale non più tardi di un mese dalla data di queste istruzioni», recita il testo delle comunicazioni ufficiali firmate dal Premier Hun Sen. Al contempo, il Premier cambogiano ha ordinato al Ministero degli Affari Esteri di vietare a chiunque di usare tali passaporti nell’entrare in Cambogia o nel partire. Tali istruzioni sono state ufficializzate su richiesta del Ministro al ramo.
La scorsa settimana, la Cambogia aveva negato che avesse rilasciato il passaporto a Yingluck Shinawatra, affermano in modo ufficiale che «mai» il Paese aveva rilasciato tali passaporti a stranieri. In ogni caso, la testata ‘Khmer Times’ – sullo stesso tema – lo scorso anno aveva riportato che 1.518 stranieri avevano ottenuto la nazionalità cambogiana nel periodo 2014-17. Gli stranieri erano riusciti ad ottenere la nazionalità cambogiana investendo nella Nazione oppure sposando un cittadino cambogiano.
Nel frattempo, in Thailandia si profila un ulteriore rinvio delle elezioni, sarebbe la quinta volta da quando i militari hanno preso il potere nel 2014. Domenica 13 Gennaio si sono svolte le manifestazioni più rilevanti da quando è in carica la giunta militare guidata dal premier ex generale Prayuth Chan-ocha. Il fronte studentesco e soprattutto quello popolare più vicino al contesto produttivo agricolo (il core business della Nazione, produzione del riso in primis) hanno manifestato chiedendo a viva voce, in specie nella Capitale nella piazza circostante il ‘Victory Monument’, che non si applichi più alcun rinvio e che si vada a votare per la data del 24 febbraio come peraltro stabilito dalla stessa Commissione elettorale lo scorso anno.
I segnali che portano ad un ulteriore rinvio delle elezioni in Thailandia non mancano. Ad esempio, all’inizio di gennaio non è stato emesso il Decreto ufficiale che formalizza la data delle elezioni. Qualche giorno dopo, il Vice Primo Ministro Wissanu Krea-ngam ha annunciato che il voto probabilmente sarebbe stato differito perché la sua attuazione andrebbe a sovrapporsi con l’organizzazione ruotante intorno alla incoronazione del Monarca Maha Vajiralongkorn, prevista per l’inizio di maggio. Le manifestazioni di domenica scorsa sono la terza serie di proteste in piazza, centinaia di persone hanno sfilato recando cartelli dove si chiede di rispettare la data delle elezioni a febbraio e perché la Thailandia possa tornare alla Democrazia.
Questa volta le proteste si sono tenute anche in altre parti del Paese, senza gravi incidenti né scontri rilevanti con le forze di sicurezza. Ma i militari stanno già minacciosamente scaldandosi. Il Generale Apirat Kongsompong, infatti, ha condannato pubblicamente i manifestanti asserendo che la loro intenzione era proprio quella di «creare problemi».
Nonostante i precedenti quattro rinvii, l’elettorato democratico questa volta era alquanto certo della data del 24 febbraio, data stabilita ed ufficializzata dalla stessa Commissione Elettorale. Tutto ciò a fronte di un atavico scetticismo, vista la lunga tradizione di colpi di stato e lunghi periodi di dittatura militare, intervallata da brevi parentesi di vita democratica. I militari poi sembrava approvassero questa pianificazione: la decisione di sospendere il divieto di riunione e di svolgere attività politiche, infatti, faceva intendere che si concedesse l’organizzazione di un voto su scala nazionale.
In realtà, la Giunta militare ritiene che la Thailandia non sia ancora pronta per nuove elezioni democratiche, il che mostra il suo vero volto mentre, nei fatti, pianifica tutto affinché i militari detengano sempre un ruolo di particolare rilevanza nella vita nazionale; cosa avvalorata da numerosi aspetti, come il ridisegno della Carta Costituzionale che – passato al vaglio di un referendum con l’implicito suggerimento  che ciò sarebbe stato il preambolo alla concessione delle elezioni – ha implementato la presenza dei militari del Parlamento thailandese, mettendosi al sicuro qualsiasi sia l’esito delle elezioni stesse.

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