lunedì, Maggio 20

La Thailandia che si avvicina al voto La mossa del Re di bloccare la candidatura della sorella per alcuni è per smarcarsi dai militari e ribadire chi comanda nel Regno. La scena politica nazionale si muove incerta, nervosa e piena di dubbi

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La scena politica thailandese va infiammandosi man mano che ci si avvicina alla data delle elezioni. Una data già rimandata quattro volte dalla Giunta militare che detiene il potere dal colpo di stato del 2014. E tutto questo tempo è trascorso sempre con l’alea della possibilità di un ulteriore rinvio.

Le più recenti manifestazioni di piazza che chiedevano di mantenere la promessa di svolgere le elezioni nella seconda metà di gennaio scorso, via via affollatesi fino alla proclamazione della data attuale delle elezioni fissata al prossimo 24 febbraio, hanno avuto l’effetto di manifestare il tentativo di esorcizzare ogni qualsiasi rinvio e di evidenziare che tutto ciò che è stato finora sopportato dalla platea politica nazionale, oggi non è più accettabile, in quanto la vita democratica della Nazione ma anche l’economia e la società richiedono di riprendere il proprio cammino verso una modernizzazione del convivere ed una economia che -tutto sommato- ristagna rispetto alla velocità con la quale scalano le posizioni nel ranking ASEAN i Paesi vicini come il Vietnam,  diventato diretto competitor nella produzione di riso a livello del Continente asiatico ma anche sulla scena internazionale, togliendo alla Thailandia il primato nella esportazione globale unitamente a colossi del settore come l’India. I dati relativi al PIL del quarto Trimestre mostrano che la seconda più grande economia del Sud Est Asia è cresciuta del 4.1% nel corso del 2018.

Sebbene l’economia della Thailandia, basata principalmente sul commercio, abbia risentito della frenata cinese, la domanda interna permane alquanto solida. I tassi di interesse mantenuti bassi sostengono la domanda e la propensione al consumo, mentre la giunta militare ha dedicato particolare attenzione all’irrobustire una politica volta alla creazione o ammodernamento delle infrastrutture. La performance attuale è lievemente sopra la media del tasso di crescita del PIL dalla fine degli Anni ’90 attestatasi sul 3% ma si tratta di livelli ancora troppo bassi per sfuggire alla cosiddettatrappola del reddito medio‘. Una caratteristica che potrebbe contraddistinguere anche la Thailandia qualora si verifichi una certa forma di stasi, più che stagnazione intesa in senso specifico. E notoriamente la ‘middle income trap’ colpisce proprio Nazioni che abbiano un certo livello di sviluppo.

A tutto questo bisogna aggiungere il fatto che quasi cinque anni di dittatura militare hanno visto il concentrarsi del potere e della ricchezza nella capitale, a tutto discapito delle altre provincie, con un conseguente innalzamento del risentimento delle Provincie stesse nei confronti di Bangkok. Un leitmotiv ulteriore e caratterizzante la Thailandia: per tutti i thailandesi è noto che non si può governare il Paese senza avere dalla propria parte Bangkok. Allo stesso tempo, tutti sanno che è difficile immaginare una Nazione dove a guidare le redini del Paese siano soprattutto le classi periferiche senza il beneplacito di Bangkok. Questo difficile rapporto tra le classi abbienti e l’intellighentzia della Capitale, delle Università e della upper class thailandese da una parte e le classi agricole e popolari delle Provincie dall’altra, è uno dei principali tratti caratterizzanti della scena politica e sociale della Thailandia. Con tutto quel che ne consegue in termini di scarso dialogo tra le rappresentanze politiche delle due componenti basilari del Paese. Il Credit Suisse, una banca, rammenta che solo 500.000 thailandesi controllano i due terzi degli asset del Regno. Secondo la banca Mondiale, più del 70 per cento del budget è speso nell’area della cosiddetta Greater Bangkok, la più grande discrasia di bilancio tra capitale e periferie cui si sia mai assistito finora in ogni dove.

Tra gli ultimi barlumi delle scaramucce pre-elettorali, la diatriba nata a cavallo tra 18 e 19 febbraio tra i politici ed i militari, dopo la volontà espressa dai primi di voler ridurre gli stanziamenti a favore dell’Esercito, idea che ha fatto improvvisamente surriscaldare gli animi soprattutto tra coloro che indossano una divisa. Anche in questo caso, sulla strada sempre più breve (si spera) che conduce alle elezioni la mossa ha il senso del rimarcare le proprie distanze tra apparato politico e dell’Esercito, una affermazione dei propri ruoli che -in verità- giunge alquanto tardiva, sebbene non si possa dimenticare che in questi cinque anni i militari hanno esplicato il pugno duro verso qualsiasi critica nei loro confronti, applicando a ogni pié sospinto il criterio penale della ‘lesa maestà’ anche quando collimava ben poco con la materia di diritto in se stessa. Nelle carceri son finiti molti oppositori politici per il solo fatto di aver disapprovato in pubblico e sui media certe azioni della giunta militare.

Nella giornata del 19 febbraio, infatti, i politici non hanno fatto altro che rimarcare il proprio diritto di proporre politiche e idee agli elettori, in forte risposta alla forte reazione dei vertici militari sulla ipotesi di ridurre il budget per la Difesa. Il Capo dell’Esercito Apirat Kongsompong ha affermato nella giornata di lunedì scorso che i politici che hanno proposto il taglio dei fondi alla Difesa dovrebbero ascoltare meglio la canzone ultra-patriottica ‘Nak Paendin’ (Inutile). I vertici dei principali partiti in lizza hanno in risposta affermato che essi hanno tutti i diritti di presentare le proprie proposte politiche agli elettori ed hanno anche avvertito i militari di stare bene attenti a restare nei confini della neutralità politica. Il leader del partito democratico Abhisit Vejjajiva ha affermato che tutti i partiti politici sono legittimati a proporre le proprie idee e progettualità, comprese quelle riguardanti l’Esercito, sottolineando che la proposizione di strategie politiche è cosa normale e che non dovrebbe creare risentimenti o condurre a conflitti.

Sulla stessa linea di pensiero si è posto il politico veterano Chaturon Chaisang, un leader chiave del Thai Raksa Chart Party, il quale pur essendo su ben differente sponda politica rispetto ai Democrats, si è detto d’accordo con Abhisit Vejjajiva confermando che non è ambito dell’Esercito e dei suoi vertici porre veti ed opposizioni alle proposte politiche di tutte le rappresentanze in campo.

Un’ultima riflessione in atto negli ultimi giorni tra i politologi locali su quanto accaduto intorno all’8 febbraio scorso, ovvero circa la abortita candidatura della Principessa Ubolratana Rajakanya al seggio di Primo Ministro, sulla quale ha posto il veto suo fratello il Regnante Sovrano Maha Vajiralongkorn. Mentre permangono, per molti, alquanto opache le reali motivazioni per le quali è stato emesso l’editto, oggi si riflette sulle sue conseguenze.

Per alcuni, per i quali è in atto da lungo tempo una certa alleanza tra Esercito e Corona, la mossa del Sovrano in carica di estromettere la candidatura di sua sorella dall’agone politico, oltretutto presentatasi per un partito chiaramente sospinto ed ispirato dall’ex Premier Thaksin Shinawatra, giunge a porre un blocco contro l’ala popolare degli elettori thailandesi. Per altri, invece, la decisione del Sovrano è quella di ribadire il suo ruolo super partes e profondamente alieno rispetto alla politica ed alle attività partitiche ma con l’intento di inviare un chiaro messaggio ai vertici militari: al netto della lealtà nei confronti del Sovrano, l’Esercito deve a sua volta considerarsi estraneo alle logiche della politica ed alla vita dei partiti, oltre che rispettare la libera espressione delle proprie idee, pur permanendo il caposaldo del rispetto della figura del Re e della Corona nella sua interezza. E tutto questo per rafforzare il pilastro basico della vita nazionale thailandese: comunque vadano le cose, sia nell’ambito delle dittature militari (si sono succedute per più di un quindicennio) sia nella vita della Democrazia e delle attività del Parlamento, la figura del Re permane nella sua identità assoluta e nella sua totale estraneità rispetto al dibattito politico e parlamentare thailandese.

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