martedì, Giugno 25

La Svezia e la crisi della socialdemocrazia Mentre a fatica si compongono gli ultimi tasselli del mosaico del governo svedese, bisogna interrogarsi come mai la socialdemocrazia svedese è così in crisi

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I quasi due mesi di crisi politica svedese potrebbero essere giunti ai suoi momenti finali. Le elezioni del 9 settembre avevano fotografato una situazione di grande incertezza per lo scacchiere politico del Paese scandinavo: i Socialdemocratici (Socialdemokraterna, S) hanno ottenuto il 28,26% dei voti, con 100 seggi sui 349 disponibili, tallonati dai Moderati (Moderaterna, M) con il 19,84% e 70 seggi, e dai populisti di estrema destra dei Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna, SD), che hanno raggiunto il 17,53% e 62 posti nel Riksdag, il Parlamento svedese. I due partiti tradizionali hanno perso complessivamente 27 seggi – 13 i Socialdemocratici e 14 i moderati – mentre SD ha visto aumentare di 13 il proprio numero di scranni. L’impasse potrebbe essere finalmente superata: Stefan Löfven, Primo Ministro socialdemocratico uscente, potrebbe essere riconfermato al suo posto grazie al sostegno degli alleati dei Verdi (Miljöpartiet, MP, 25 seggi e 6,9% dei voti) e del Partito di Sinistra (Vänsterpartiet, VP, 21 seggi e 5,7%), ma, soprattutto grazie alla non opposizione del Partito di Centro (Centerpartiet, CP, 22 seggi e 6,1%), che, in cambio del sostegno ad alcune sue proposte, potrebbe non partecipare al voto di fiducia per l’approvazione del nuovo Governo. Non si può parlare di Große Koalition, sul modello tedesco, ma si può notare una timidissima apertura da parte di un movimento d’opposizione con il partito che ha ottenuto la maggioranza relativa, allo scopo di scongiurare un coinvolgimento di qualsiasi forma di SD alla formazione del Governo – fatto, quest’ultimo, che è costata l’approvazione di un Governo guidato da Ulf Kristensson, leader dei Moderati.

Anche la scorsa legislatura si era retta grazie ad una coalizione di sinistra retta da Socialdemocratici e Verdi, ma i risultati elettorali del 2014 avevano consentito la nascita del Governo Löfven – anche in quel caso, un Governo di minoranza – in tempi un po’ più rapidi. L’ultimo Riksdag si era configurato in senso bipolare, con una maggioranza rossoverde e un’opposizione coalizzatasi nella cosiddetta Alleanza (Alliansen), composta da partiti e movimenti conservatori, come i Moderati, il Partito di Centro, i Liberali (Liberalerna) e i Democratici-Cristiani (Kristdemokraterna). Fuori dai due blocchi ma all’opposizione, la Sinistra e gli estremisti di destra di SD.

Il pattern che si può intravedere è piuttosto chiaro, ma non è una questione relativa esclusivamente agli ultimi anni. La crisi della socialdemocrazia svedese, infatti, si inserisce in un contesto che la vede in lenta, ma costante, crisi dei consensi già a partire da qualche decennio: non può quindi essere letta riducendo il raggio solamente al periodo successivo alla recente grande crisi economica. La socialdemocrazia svedese, con il suo programma a base di welfare, investimenti in infrastrutture e servizi, dato forma all’attuale società del Paese scandinavo, costituendo un modello ritenuto vincente ed efficace. In effetti, ancora oggi la Svezia può considerarsi come uno fra i pochi Paesi europei ad aver superato la crisi in maniera efficace, con tassi di crescita fra i più elevati del continente. Tuttavia, la questione dei migranti e una delle politiche sull’immigrazione più accoglienti d’Europa hanno messo in crisi una già indebolita socialdemocrazia che, pur avendo nel corso dell’ultima legislatura, posto un freno agli arrivi, non è risultata abbastanza convincente, come invece i Democratici Svedesi, veri vincitori morali della tornata elettorale di quest’anno.

I socialdemocratici hanno governato in Svezia dal 1932, con alcune pause in cui la palla è passata alla controparte conservatrice: nel 1936, dal 1976 al 1982, dal 1991 al 1994 e dal 2006 al 2014. Fra gli anni ’30 e gli anni ’80 hanno preso in più occasioni il 45% dei voti, riuscendo a costituire Governi monocolore di minoranza. I primi segni di lento declino si registrano quando, fra gli anni ’80 e ’90, la Svezia entrava nella gravissima crisi bancaria che molti hanno paragonato, per modalità e impatto, a quella del 2008, da cui si scatenò la famigerata Grande Recessione. In quegli anni – mentre nel Regno Unito, con Margareth Thatcher si metteva in discussione e si riformava il welfare state – in Svezia ci si interrogò sui costi che un sistema del genere poteva avere sulla spesa pubblica. Superata la crisi degli anni ’90, un altro momento difficile coincise con la riforma voluta dal Governo del socialdemocratico Göran Persson che, spinto dal dibattito politico, iniziò una politica di contenimento dei costi dello Stato sociale svedese. Le riforme sostenute dal suo Governo, che tradirono lo spirito socialdemocratico, costarono al suo Partito la vittoria alle due successive tornate elettorali, vinte dalla Alleanza dei conservatori. Ma, soprattutto, a causare ai Socialdemokraterna risultati ben al di sotto dei propri standard (il 28% alle ultime elezioni costituiscono il peggior risultato degli ultimi 100 anni) è stata la questione dei migranti: l’arrivo di un grande numero di stranieri, dapprima fiore all’occhiello dell’azione politica open svedese, si è ritorto contro il Governo rossoverde. Gli avversari politici, soprattutto gli estremisti di destra di SD, hanno avuto gioco facile nell’usare i migranti come causa di tutti i mali della Svezia: la mancanza di sicurezza, un presunto aumento dei crimini – corroborato, questo, da eventi come l’attentato terroristico del 2017 a Stoccolma – e, soprattutto, un aumento dei costi del welfare, che è diventato, stando agli accusatori, un modello insostenibile.

Quello svedese, infatti, non è solo un modello economico, ma anche (e, forse, specialmente) sociale: avere diritto a tutto ciò che garantisce il welfare svedese significa essere riconosciuti come parte della comunità nazionaledella Svezia, essere parte di unafamiglia la cui casa è delimitata dai confini dello Stato scandinavo. Secondo alcuni analisti, una delle ragioni per cui il modello svedese ha funzionato per lungo tempo sta proprio in quella concezione di famiglia allargata: le divergenze fra le diverse parti della società venivano appianate, i ricchi e i poveri non si vedevano come nemici di una lotta di classe, ma come forze che, insieme, potevano crescere sinergicamente. Alla base della chiusura agli stranieri da parte delle forze conservatrici o estremiste di destra, quindi, non ci sarebbero ragioni razziali o etniche in senso stretto, ma di ‘appartenenza’ a una comunità, i cui privilegi possono essere goduti solamente dai membri della stessa. La sfida della Svezia dei prossimi anni sta proprio attorno a questo concetto: l’esito di questa battaglia definirà il Paese e la sopravvivenza del modello che l’ha reso unico.

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