giovedì, Ottobre 1

La storia (invece) siamo noi Il brigatismo rosso senza virgolette non c'è mai stato, quello virgolettato non può esserci ora...

0

Provoco? Provoco.

Dicendo che mica lo capisco perché oggi non ci sia del ‘brigatismo rosso’ in giro per il Paese, oggi che la contro-rivoluzione del capitalismo nazionale e trans-nazionale riporta le sue più grandi vittorie da trent’anni a questa parte: con la precarizzazione endemica del lavoro – e quindi della vita della gente –, con tassi di disoccupazione da società moribonda (e di disoccupazione giovanile da società morta, e al Sud in particolare da società cremata, dispersa e dimenticata), con il pauroso ampliamento delle sacche di povertà assoluta e relativa, con l’annunciata scomparsa della ‘classe media’ (tradizionale pilastro di tenuta e normalizzazione della ‘piramide sociale’), con un arricchimento ulteriore di ricchi e super-ricchi che indignerebbe pure i più moderati (e infatti li indigna, ma sordamente, senza che ne consegua alcun ribellismo concreto), con lo smantellamento di quei sistemi di tutela anche solo teorica dei diritti e di progresso anche solo formale della civiltà, operato implacabilmente dal ceto politico in rappresentanza degli interessi forti economico-finanziari, e – dulcis in fundo – con l’occupazione di pressoché tutta la scena istituzionale (cariche di governo, voci di dissenso, ‘zona grigia’ intermedia) da parte di una sola realtà articolata, accortissima e vischiosa, la cui ‘punta di iceberg’ è questo PD renziano tanto simile alla Democrazia Cristiana dei decenni di centrismo puro.

Se questo è il quadro – mi sto chiedendo –, nero quanti altri mai a memoria di Repubblica, perché oggi non si rinverdisce ancora quella linea di risposta insurrezionale allo strapotere del Sistema e alla paralisi oggettiva di repliche possibili entro il gioco democratico e legale, che diede tante e tragiche prove di sé in periodi della storia italiana tutto sommato meno brutti di questo, soprattutto per le sorti dei lavoratori, del proletariato, delle masse, che il brigatismo ‘rosso’ comunicava di essersi auto-investito di guidare alla riscossa?

La ragione – e da qui non provoco più, sono serio – è che in realtà tra gli interessi dei lavoratori, del proletariato e delle masse, di trent’anni fa come di adesso, e gli obiettivi veri degli insurrezionalisti, dei terroristi e dei brigatisti, in quanto prodotti dalla patria narrazione e in essa manifestatisi in momenti cruciali, non potrebbe darsi più inconciliabile distanza.
E quindi è fin quasi troppo normale che la forbice immorale tra la precarizzazione e l’impoverimento di diritti, di vita e di futuro per decine di milioni di persone, e la blindatura di un sistema di poteri e privilegi anti-sociale e post-democratico, non trovi – né troverà – alcuna sponda per quanto velleitaria e disperata in azioni proto-rivoluzionarie di sorta, comunistoidi o anarcoidi, che arrivino a pieno compimento (violento, criminale – beninteso) al pari di quelle che segnarono il lungo e decisivo capitolo degli ‘Anni di piombo’, fino agli ultimissimi rigurgiti degli omicidi D’Antona e Biagi.

E’ normale, perché quegli atti posti in essere da frazioni armate di un sedicente movimento comunista a partire da metà Anni ’70 in avanti, semplicemente non avevano né l’intento né i mezzi dichiarati dai loro esecutori – e ripetuti dal sistema dell’informazione fino a che son diventati ‘senso comune’ e pagine di Storia. Ossia, quanto all’intento, essi non nascevano dall’asserita analisi di una fase epocale e ‘senza ritorno’ della guerra di classe secolare tra capitale e lavoro, bensì l’esatto contrario; e quanto ai mezzi, non avrebbero avuto alcuna possibilità di ‘riuscita’ se non elaborati, sostenuti, coperti e condotti da apparati di intelligence e militari veri e propri, che con proletariato e comunismo nulla hanno a che fare bensì rispondono, come sempre e ovunque, direttamente al predominio di classe in sé.

Infatti, se in Italia c’è stato un periodo abbastanza fausto per le sorti oggettive e le speranze politiche delle classi subalterne, esso fu quello dalla fine degli Anni ’60 e per il decennio successivo. Il Capitale, anche e soprattutto in questo Paese, fu costretto a trattare e a concedere non poco alle pressanti rivendicazioni del 99% (oggi si direbbe) contro il privilegio dell’1%, elaborate con una bella e rara sinergia tra istanze ‘dal basso’ (le fabbriche, gli studenti, il femminismo, i nuovi spazi di discussione sociale) e coordinate da una rappresentanza politica e sindacale (PCI e CGIL in primis) ricca di solida teorizzazione e di personalità eminenti per onestà e determinazione.
Qui ‘a volo d’angelo’, in meno di dieci anni ottenemmo – come popolo, in termini di progresso socioeconomico, civile e culturale – lo Statuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, il nuono Diritto di Famiglia, l’obiezione di coscienza al servizio di leva, i decreti delegati per la scuola, le 150 ore per i lavoratori-studenti, la chiusura degli indegni manicomi, la legge sull’aborto, un po’ di liberalizzazione dell’informazione, l’amministrazione da parte della Sinistra delle maggiori città italiane…
Vi sembra questa la descrizione di una fase in cui il Potere nazionale e trans-nazionale (“imperialista delle multinazionali”) stia stravincendo contro i diritti del proletariato? Una fase in cui l’unico contrattacco possibile per quest’ultimo sia affidarsi ai kalashnikov? No, difatti.

Eppure qualcuno lo fece, in nome e per conto – si disse e si ripeté fino, ribadisco, a farlo entrare nel sangue del Paese (scritto col sangue, peraltro) – proprio di quella classe sfruttata che, invece, per via politica e democratica si prendeva belle soddisfazioni nella dialettica dei rapporti di forza con la classe padronale.
E lo fece – qualcuno – non venite a dirmi con le sole energie ideali di teorici ultra-comunisti, con i soli soldi dell’auto-finanziamento proletario, con la sola organizzazione autodidatta di ex-studenti, ex-operai ed ex-braccianti passati alla clandestinità del ‘partito armato’! Non bastasse a smentirlo la semplice osservazione delle dinamiche di vere e proprie azioni di guerra, come il rapimento di Moro e la strage della sua scorta di cui oggi ricorre il 37° anniversario; né la controdeduzione riguardo ad azioni in cui invece la probabile ‘sincerità d’iniziativa’ degli insurrezionalisti veniva affrontata e sconfitta dalle armi di un Sistema allora sì reale controparte, come nel sequestro stroncato del generale NATO Dozier; ebbene, a provare la tesi della gigantesca operazione di fraintendimento e sviamento della Storia nazionale – operata col ‘terrorismo rosso’ tout-court – c’è ormai una quantità sterminata di ammissioni, allusioni, indagini, assunti processuali, inchieste giornalistiche e già anche verità storiografiche.
Ciononostante, il ‘senso comune’ è ancora ampiamente orientato dalla vulgata mainstream. O – forse anche peggio – semplicemente disinteressato all’argomento, alle sue letture eventualmente alternative: “sono cose passate”.

Ma non è passato per nulla l’effetto diretto di quella stagione. Perciò ne ho scritto, ancora, oggi.Fateci caso è questa, non quella d’allora, la fase epocale e (rischiamo) senza ritorno della guerra di classe secolare tra capitale e lavoro, la fase in cui il Potere nazionale e trans-nazionale sta stravincendo contro i diritti del proletariato: questa è la fase in cui lo Stato Imperialista delle Multinazionali (semmai esista una ‘cabina di regia’ del Potere, ovvero il Modo Neocapitalista Globale di Produzione e Scambio di Beni e Significati proceda invece per trials&errors) riesce non solo a circoscrivere per via di potenza proprietaria e patrimoniale e rapidità e pervasività mercantile, lo stesso diritto di autodeterminazione dei Popoli (le ‘nostre’ Costituzioni, nate in Europa dalla Resistenza al nazifascismo, quasi non contano più), ma altresì è riuscito a far introiettare alla stessa stragrande maggioranza così dominata i medesimi valori e dis-valori dell’élite dominante (primato del privato, conformismo, egoismo sociale).
E proprio in questa fase – sembrerebbe assurdo, ma come visto è logico – il contrattacco, anche il più legalitario e pacifico, tace!

C’è voluto il ‘terrorismo‘ (ma io lo chiamo ‘Terrore’, come quando è interesse dall’alto anziché urgenza dal basso) degli Anni di Piombo, c’è voluto il conseguente lunghissimo ‘riflusso‘, c’è voluta la conseguente atomizzazione socioculturale, c’è voluta la conseguente esplosione della ‘cultura del consumo, dello spettacolo e dell’effimero’, c’è voluta la conseguente morte delle ideologie, c’è voluto il conseguente svuotamento (o traviamento, semplice) delle organizzazioni politiche, sindacali e anche civili che avrebbero avuto il compito di presidio di democrazia nei luoghi di lavoro e nella società, c’è voluta la conseguente desertificazione anche delle frange ‘estreme’ di un antagonismo possibile (nessun terrorismo rosso di proprozioni endemiche negli Anni ’80, ’90, 2000 e fino a oggi – salvo l’uso di qualche micro-‘riserva indiana’ per creare un martire all’occorrenza o per rovinare un raduno di ostinati e contrari), c’è voluta la vittoria schiacciante sul piano medesimo dell’antropologia di un modello euroatlantico di vita che bandisce nonché il concetto articolato ma la speranza stessa di un’alternativa – tanto che ormai tale modello informa di sé anche zone altre del Pianeta con narrazioni secolari affatto peculiari, prima della Grande Omogeinizzazione, dalla Russia alla Cina all’India perfino –, e c’è voluta e ci vuole anche quest’ultima pagina, la Grande Crisi, che non è un incidente di percorso del capitalismo ma l’occasione per esso di regolare i conti a lungo (fosse per ‘lui’, per sempre) con il movimento per la giustizia sociale, spontaneo o organizzato, ideologico o ‘istintivo’ che fosse, che gli ha dato tanto filo da torcere negli ultimi centocinquant’anni.
C’è voluta tutta questa concatenazione di cause-effetti. Che ci si è srotolata letteralmente sotto il naso, lungo un paio di generazioni, ma della quale pochi hanno avuto contezza ‘in diretta’ (e pochissimi una visione ‘profetica’ al suo esordire sulla scena) così come forse le specie viventi non si accorgono della Deriva dei Continenti nel cammino della propria evoluzione.

Ora siamo su Atlantide – noi popoli, noi masse, noi variamente proletari, noi 99%.
L’idea è di renderci schiavi del tutto, ho paura. O peggio, di inabissarci come classe nell’oceano dell’oblio – se solo il capitale potesse del tutto fare a meno della nostra funzione di consumo, così come progressivamente rende superflua per via di robotica quella alla produzione.

Una guerra in grande stile potrebbe fare al caso. E per cominciare, una sterzata autoritaria in una o più delle ‘democrazie’ più in vista del Sistema.
Ma quale ‘scusa’ migliore – per tale obiettivo – di qualche nuovo fenomeno violento ‘incontrollato’, al quale il Potere non possa che replicare con l’opportuna restrizione securitaria delle libertà anche borghesi?
Non mi stupirebbe.
Solo che adesso – che per quanto detto abitiamo su tutt’altro versante della Storia collettiva – la ‘dose’ di violenza accortamente necessaria, non potrebbe (esser mostrata) venire dagli ambienti di tanti anni fa: non sarebbe credibile, nemmeno per un pubblico facilone, e poi là non c’è quasi più nessuno. No, il serpente nascerà – semmai – dalle uova del razzismo, del fascismo e del nichilismo sapientemente disseminate in giro, covate dall’intenzionale irresolutezza di chi governa nell’affrontare i problemi di una società multietnica e precaria, e portate al ‘calore della schiusa’ da quelli che ogni giorno in televisione, sui giornali e sul web (e perfino in qualche piazza ‘reale’) vengono lasciati svolgere il proprio compitino di incendiari.

Il brigatismo rosso senza virgolette non c’è mai stato, quello virgolettato non può esserci ora; ma la società può ben essere martoriata ancora un po’ da qualche altro tipo di terrore.
Provare a impedirlo tocca a noi, gente di retto pensiero e buona volontà – per pochi e disperati che siamo.
Magari cominciare a provarci anche solo scrivendo un articolo pedante.
O far la fatica di leggerlo fino in fondo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore