martedì, Settembre 29

La Speranza dell’Emiro di Dubai in volo verso Marte Amal raggiungerà Marte nel febbraio del 2021 e a settembre inizierà a trasmettere i primi dati. Obiettivo ultimo: costruire una colonia umana sul Pianeta Rosso, presumibilmente entro il 2117

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Tanegashima è un’isola del Giappone meridionale, situata a sud di Kyūshū, sotto la giurisdizione di Kagoshima, in cui i portoghesi introdussero, a metà millennio scorso, la prima arma da fuoco vista nel Paese, l’archibugio. Dal 1969 su quell’area c’è la più grande installazione per lo sviluppo di applicazioni spaziali dell’arcipelago asiatico; da lì è stata lanciata la prima sonda degli Emirati Arabi Uniti diretta sopra i cieli di Marte.
È Amal, che in arabo vuol dire Speranza, e a questo ‘suono’ sono legati molti ricordi, compreso un Movimento dei diseredati creato dall’imam sciita Musa al-Sadr, e una delle più importanti milizie della guerra civile libanese.

Il lancio è avvenuto a bordo di un razzo H-IIA, della Mitsubishi Heavy Industries, e, come da protocollo, quando ha iniziato a trasmettere, i segnali sono stati raccolti e analizzati a conferma del buon funzionamento della missione. È quanto ha dichiarato Omran Sharaf, direttore dell’operazione.

Secondo i piani di volo, Amal raggiungerà Marte nel febbraio del 2021 e a settembre inizierà a trasmettere i primi dati, che saranno resi disponibili alla comunità scientifica internazionale. Così, secondo gli auspici, questo è un passo perché gli Emirati possano costruire una colonia umana sul Pianeta Rosso. Presumibilmente entro il 2117.

Chi scrive difficilmente ne potrà verificare la veridicità!

Quanto però inconfutabile, il Centro spaziale Mohammed bin Rashid, -che prende il nome dal suo fondatore, emiro di Dubai con un patrimonio personale di oltre 16 miliardi di dollari- sta facendo passi giganteschi nell’accesso allo spazio, sia pur in modo ancora non autonomo. Basta qualche elemento.
Lo scorso settembre, l’astronauta Hazzaa Ali Almansoori, ha partecipato a una visita bordo della Stazione Spaziale Internazionale, pur trattenendosi soltanto una settimana, per poi tornare con Alexey Ovchinin e Nick Hague, reduci da 200 giorni di servizio nella grande nave orbitante. E poi i satelliti di osservazione della Terra, sviluppati dalla Corea del Sud e Falcon Eye, il satellite militare fatto in Europa ma perso nell’incidente occorso a Vega 15.

Ora, questa missione non fa parte dei programmi del sistema solare in cui sono impegnate le grandi agenzie. Il solo costo di appena 200 milioni di dollari, compreso l’imbarco sul vettore giapponese, ne dà la dimensione: i 135 scienziati degli Emirati hanno lavorato con ricercatori dell’Università del Colorado Boulder, dell’Università della California, di Berkeley e dell’Arizona per produrre il veicolo, assemblato in America e trasportato in Giappone. La sonda è equipaggiata da tre strumenti per studiare, per 700 giorni, la parte alta dell’atmosfera e monitorarne i cambiamenti climatici, in continuità col Maven della NASA, inviato su Marte nel 2014, sotto la regia di Bruce Jakosky, del Laboratory for Atmospheric and Space Physics del Colorado.

C’è sottilmente da comprendere che lo scenario della ricerca spaziale sta modificandosi irreversibilmente verso applicazioni da costi contenuti e dall’abbattimento piuttosto repentino di tante barriere tecnologiche che fino a pochi anni fa sono state la separazione di due alvei mondiali: non semplicemente ricchi e poveri, ma più, tra chi pensava al futuro e chi riteneva di non voler investire su nuove frontiere.

Cosa stia accadendo è tanto facile quanto importante da comprendere. Molti Paesi considerati a giusta o errata ragione evoluti, hanno investito in formazione: sono sempre più i ragazzi, indipendentemente dal credo confessionale o da ideologie spesso manifestate come ostili, che hanno avuto accesso alle grandi università straniere, scoprendo le opportunità della collaborazione e della internazionalizzazone dei programmi. Poi vi sono stati piani di cooperazione che hanno influito profondamente sulla mentalità e i bisogni di acquisizione e di scambi reciproci.
Per esempio, gli Stati Uniti hanno sostenuto l’American University of Sharjah, fondata dallo sceicco Sultan bin Muhammad Al-Qasimi proprio negli Emirati. È lì che ha studiato Sarah Al Amiri, presidentessa del Consiglio degli scienziati, che in rigoroso abaya nero, si è dilungata in televisione in ampie spiegazioni sulla missione.
Non meraviglia che i giovani allievi abbianotrovato proprio nei centri di ricerca americani la base per poter realizzare i propri progetti.
Qui si è raccontato di passaggi essenziali che hanno disegnato una nuova politica industriale in ciascun recinto merceologico e commerciale di Paesi lontani, per distanze e tradizioni. Inoltre, la maturità di alcune tecnologie, tra queste quelle spaziali, hanno allargato il modo di applicare delle opportunità anche sottraendosi ai monopoli dettati dalle grosse concentrazioni manifatturiere e dalla rigidità dei regolamenti militari.

Può essere un buon segnale di una sorta di democrazia che offre opportunità uguali a tutti i popoli. Ma anche un grosso rischio, perché alcune di queste metodologie possono essere trasformate rapidamente in insidiose armi di attacco. E inoltre, un domani che si dovesse aprire una campagna di colonizzazione, gli uomini di buona volontà del pianeta Terra dovranno presentarsi uniti su un nuovo mondo su cui vivere. Dovrebbe essere questo il principio necessario per un più sereno prosieguo della razza umana.

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