giovedì, Ottobre 29

La Spagna nel Consiglio di Sicurezza Onu Vittoria per Mariano Rajoy e il suo capo della diplomazia Garcìa Margallo. Un risultato che arriva da lontano

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Mariano Rajoy Spagna Onu

Un’occasione d’oro per ricostruire l’immagine della Spagna nel mondo dopo anni di crisi economica. Il modo adeguato per riposizionare la politica estera iberica dopo le spinte contrapposte dei governi di Zapatero prima e Aznar poi. L’esordio sulla scena internazionale del Re Felipe VI. L’ennesima spallata alle rivendicazioni indipendentiste catalane. C’è questo e sicuramente molto altro nella votazione che lo scorso 16 ottobre ha aperto a Madrid le porte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la quinta volta nella sua storia, consegnando a Mariano Rajoy e al suo capo della diplomazia Garcìa Margallo un indubbio successo.

Un successo che, a dirla tutta, parte da lontano. Da quando, nel 2005, l’allora primo ministro Rodriguez Zapatero lanciò l’idea di entrare nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Erano anni molto differenti da quelli che ora viviamo, e non solo perché alla Moncloa c’erano i socialisti e non come ora i popolari. Alla Casa Bianca governava ancora George W. Bush, al suo secondo mandato. La guerra in Iraq divideva aspramente Madrid e Washington. Nonostante questo, il modello spagnolo, se anche iniziava a scricchiolare, era considerato “cool” e di successo nel mondo: la prova che anche nella vecchia Europa l’economia potesse crescere a ritmi sostenuti senza bisogno per questo di tagliare lo Stato sociale, ma anzi estendendo i diritti a una platea sempre maggiore di persone.

L’entrata nel Consiglio di Sicurezza sarebbe stata quindi per Madrid la conclusione di un cammino che arrivava da molto lontano: dai tempi dell’incerta Transizione, che consegnava la Spagna alla democrazia, passando per l’entrata nell’allora Cee e nella Nato e per la vetrina internazionale dei Mondiali di calcio prima (nel 1982) e delle Olimpiadi dieci anni più tardi e arrivando alla strabiliante crescita economica dei primi Duemila, Madrid si offriva finalmente al consesso mondiale come un Paese in grado di essere protagonista.

Come tuttavia abbiamo accennato più su, la proiezione internazionale della Spagna aveva un grosso tallone d’Achille: il rapporto con gli Usa. Zapatero aveva infatti dato corso alla sua promessa elettorale di richiamare i soldati dell’Iraq non appena fosse stato eletto: fatto, questo, ancora più amplificato dall’attentato del 10 Marzo 2004, verificatosi solo qualche giorno prima che il leader socialista vincesse le elezioni. La proposta di Zapatero di entrare nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU era, dunque, destinata allora alla sconfitta: l’ex Presidente Bush non aveva mai infatti perdonato al primo ministro spagnolo la decisione di sfilarsi dalla coalizione che aveva attaccato l’Iraq, essendo stata la Spagna solo qualche anno prima una delle più fedeli alleate di Washington. Fatto, questo, dimostrato ampiamente dalla famosa foto del vertice delle Azzorre tra il leader della Casa Bianca, Aznar e Blair, gli unici due primi ministri europei schierati in prima linea – insieme al padrone di casa Barroso, allora a capo del Portogallo – nella guerra contro Saddam.

Oltre al rifiuto dell’unilateralismo e al consolidamento delle entità soprannazionali, l’asse portante della politica zapaterista era la promozione di un’ “Alleanza delle civiltà” – che fece sua anche l’allora Segretario Onu Kofi Annan – che si basava sulla proposta di un’alleanza sempre più stretta tra Occidente e mondo islamico all’insegna della difesa della legalità internazionale, dei diritti umani e della cooperazione. L’ “Alleanza delle civiltà” non portò poi a risultati sostanziali, come dimostrano anche i fatti di questo periodo (Isis e dintorni), e l’agognato ingresso nel Consiglio di Sicurezza allora non si verificò.

Poi arrivò la crisi, e il ruolo della Spagna nel mondo uscì fortemente ridimensionato: l’esecutivo di Madrid era concentrato più sullo scongiurare il fallimento economico che sul rafforzamento del proprio a livello internazionale. Cambiò non solo il colore del governo ma anche l’indole e il carattere dei suoi protagonisti: tanto Zapatero era considerato, almeno fino al 2009-10, un modello dalle sinistre mondiali, con uno stile di conduzione del Paese apparentemente docile ma in realtà molto deciso e capace di svolte radicali, quanto Rajoy è visto, anche internazionalmente, come una figura enigmatica, poco carismatico e poco propenso alle luci della ribalta. Un primo ministro che gestisce le crisi aspettando che “passi la nottata”, che rifugge dai riflettori mediatici e fa parlare i suoi ministri solo su questioni strettamente inerenti al proprio ruolo; uno stile di governo che è all’apparenza improntato sull’invisibilità del leader, ma che in realtà si basa su un deciso pugno di ferro. Lo dimostra, ad esempio, l’isolamento dell’antico mentore Aznar, relegato ormai solo a fare da eco alla destra spagnola più “strong”, e la “epurazione” del possibile competitore interno Gallardòn, dovutosi dimettere da Ministro della Giustizia dopo avere promosso con l’appoggio iniziale del suo stesso partito una riforma dell’aborto iper-restrittiva poi accantonata dallo stesso Rajoy.

Nei primi anni di Rajoy la politica estera non poteva essere quindi una priorità dell’azione di governo: con una disoccupazione al 26%, il sistema delle banche al collasso e il debito pubblico ai massimi storici gli sforzi di maggioranza e opposizione erano evidentemente focalizzati sul fronte interno. Fino al 2014, quando il primo ministro, per bocca anche del suo Ministro degli Esteri José Manuel Garcìa Margallo, ha fissato tra le priorità della sua azione di governo l’ingresso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e un posizionamento maggiormente deciso in merito alle crisi internazionali. Su questo con pochi distinguo nel resto del mondo politico presente in Parlamento: attualmente in questo campo le differenze tra popolari e socialisti sono davvero minime, e questo ha aiutato affinché in questi mesi la Spagna parlasse con una sola voce.

Molto si deve anche alla figura del nuovo monarca, Felipe VI. Negli ultimi anni Juan Carlos aveva sostanzialmente perso il “magic touch” che aveva caratterizzato larga parte del suo regno; imbolsito dai molteplici scandali, da una forma fisica sempre più precaria e dall’età che inesorabilmente avanzava, l’anziano sovrano viveva ancora del credito acquisito durante la Transizione e nel periodo immediatamente successivo, senza però dare l’idea di un Paese proiettato nel futuro. Felipe VI è invece un tipo di Re completamente nuovo: per quanto sia possibile per un uomo dei suoi natali, l’attuale monarca ha vissuto quasi come un borghese e non come un nobile, con una formazione internazionale (ha studiato anche negli Usa) e in un contesto totalmente diverso (la Spagna democratica) rispetto a quello di suo padre. Il matrimonio con la giornalista divorziata Letizia Ortiz, inoltre, ha proiettato su Felipe un’aura da persona quasi (il “quasi” è d’obbligo) normale, così come la sua investitura, per la prima volta nella storia del Paese senza onori religiosi ma con una cerimonia sostanzialmente civile.

La situazione economica sicuramente migliorata nel 2014: l’arrivo di una nuova generazione alla guida del Psoe, con il Segretario quarantenne Pedro Sànchez; la stabilità politica nonostante i molteplici casi di corruzione e le tensioni territoriali: anche questi sono stati i motivi che hanno contribuito a creare intorno alla Spagna un clima internazionale molto diverso rispetto al plumbeo pessimismo che si respirava solo qualche tempo fa.

E si è così arrivati al 16 ottobre, giorno della votazione al Palazzo di Vetro: per il biennio 2015 – 2016 concorrevano Nuova Zelanda, Turchia e appunto Spagna. I primi hanno portato subito a casa il risultato. il ballottaggio è stato tra Madrid e Istanbul, e il successo spagnolo è arrivato alla terza votazione. Anche il modo in cui la vittoria è arrivata (contro un Paese considerato tra i grandi del mondo a livello di geopolitico, considerata la sua ubicazione tra Asia ed Europa, il suo ruolo strategico e ambiguo di sentinella dell’Islam nell’Occidente e dell’Occidente nel mondo islamico, oltre che per la sua attuale centralità anche qui piuttosto ondivaga nella lotta contro Isis) dimostra che la Spagna gode attualmente di buon prestigio e ottime referenze,

Stare come membro provvisorio nel Consiglio di Sicurezza comporta, tra le altre cose, stringere rapporti diplomatici sempre più stretti con i Paesi più coinvolti nelle crisi internazionali ed essere a conoscenza dei dossier più controversi e scottanti: e in funzione di politica interna, rispetto alla sfida catalana, il risultato di New York rafforza il governo centrale, allontanando per una Barcellona che volesse diventare indipendente la strada del riconoscimento da parte delle Nazioni Unite per gli ovvii motivi che ognuno può immaginare.

L’ingresso a pieno titolo tra i Paesi che contano nel Palazzo di Vetro rientra inoltre in una strategia di lungo periodo, volta a rimodellare la politica estera spagnola in previsione dei prossimi anni, chiamata di “Azione Estera”: un documento che è stato redatto dal governo ma mandato ora anche al Parlamento e agli enti locali affinché lo possano leggere ed eventualmente emendare. Successivamente l’esecutivo tirerà le somme e lo presenterà al Paese prima e alla comunità internazionale poi come frutto di uno sforzo collettivo e congiunto che segnerà le linee quali alle quali anche i futuri governi di Madrid si dovranno attenere. A dimostrazione che la politica estera è uno dei pilastri più solidi di uno Stato, e che l’immagine esterna e la credibilità interna sono due aspetti centrali, intercambiabili, e devono andare di pari passo. I governi passano, i Paesi restano: e la politica estera è, o dovrebbe essere, una delle loro espressioni più alte.

 

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