giovedì, Ottobre 29

La Spagna e la lotta contro il virus field_506ffb1d3dbe2

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ebola caso

Il caso di Teresa Romero, la prima contagiata in Europa per Ebola, tra misure di sicurezza insufficienti e colpevoli ritardi delle autorità. Gli undici giorni tra il contagio e la diagnosi, che nessuno è ancora riuscito a ricostruire. Il ministro della Sanità Ana Mato in bilico. I 17 sospettati di avere contratto il virus, in isolamento presso l’Ospedale Carlos III di Madrid. La privatizzazione della sanità ad opera della regione di Madrid, che in questi anni ha tagliato la gran parte degli ospedali pubblici.

Ebola è tra noi: nel corpo malato di Teresa Romero, l’infermiera di 46 anni infettatasi in circostanze ancora non chiarite, la prima contagiata sul suolo europeo da quando nel marzo nell’Africa occidentale è iniziata l’epidemia; e punta ora verso il cuore della politica spagnola, dalle parti della Moncloa, sotto accusa in questi giorni per la gestione di una crisi in cui i punti oscuri sono molti. Un mix esplosivo di incuranza, improvvisazione e sottovalutazione del pericolo: che mette sì in pericolo, ora, molte vite umane; e costringe il Partito Popolare,il PP, al governo a rivedere la sua strategia verso le elezioni regionali del prossimo Maggio e quelle politiche di Novembre 2015: delle elezioni in cui il pericolo maggiore per il centrodestra di Rajoy sembrava essere la sfida catalana e la ripresa economica che arriva ma balbetta. Ma poi è arrivato Ebola, con il carico da novanta che porta con sé una possibile esplosione dell’epidemia più letale.

I fatti sono allo stesso tempo noti ma presentano numerose lacune. La Spagna decide di rimpatriare due religiosi infettatisi in Africa con il virus, ormai in condizioni disperate. Il primo è stato il sacerdote Miguel Pajares, arrivato sul suolo iberico il 7 Agosto e scomparso 5 giorni dopo. Il secondo, Manuel Garcìa Viejo, anch’egli religioso ma anche medico specializzato in malattie tropicali, arriva dalla Sierra Leone il 22 Settembre all’Hospital Carlos III di Madrid, ma anche la sua sorte è segnata: muore 3 giorni più tardi. Sono giorni in cui ci si interroga sulla reale utilità di trasferire in Spagna – c’è anche un appello di scienziati che chiede all’esecutivo di non farlo per la sua alta pericolosità – malati altamente contagiosi e in condizioni disperate, praticamente ormai incurabili: il governo smentisce, smussa, rassicura; sostiene che i professionisti del settore – medici e infermieri – sono altamente preparati e rispettano una serie di norme di sicurezza che fanno escludere qualunque possibilità di propagazione del virus. L’opinione pubblica assiste al caso distratta, così come il mondo della politica e dell’informazione, impegnati più a scrutare le mosse di scacchi del confronto tra il potere catalano e quello di Madrid che a cercare modi per evitare che Ebola arrivi anche in Spagna, e da lì in Europa.

Il 6 Ottobre tutti, mondo della politica, informazione, opinione pubblica vengono riportati bruscamente alla realtà: Teresa Romero, infermiera del Carlos III, è stata ricoverata con una diagnosi che lascia poco spazio alle interpretazioni. Si tratta di Ebola. L’infermiera ha infatti lavorato nell’unità che ha preso in cura Garcìa Viejo nei suoi tre giorni di agonia nel nosocomio madrileno e nonostante le autorità avessero giurato che le possibilità di contagio – sempre rispettando alla lettera le indicazioni di sicurezza – erano praticamente nulle, la Romero diviene la prova vivente del fatto che in questo settore la sicurezza assoluta praticamente non esiste.

Per il governo sono ore convulse: un sistema politico che aveva passato sostanzialmente indenne l’avvicendamento al Palacio Real tra Juan Carlos e Felipe VI, oltre alla crisi economica e ai sommovimenti territoriali, rischia di essere travolto da uno scandalo i cui contorni non sono per niente chiari, e che rischia di portarsi via con sé molte vite umane. A parlare per prima è il Ministro della Sanità, Ana Mato, che con il primo ministro Mariano Rajoy decise di portare sul suolo iberico i due malati terminali di Ebola, nel disperato tentativo di salvarli contro ogni probabilità medica. La Mato arriva in conferenza stampa alle 20:00 del 6 Ottobre. La conferenza stampa è senza domande: il ministro, scura in volto e visibilmente angosciata, parla per una ventina di minuti senza chiarire i due punti principali della vicenda: come sia avvenuto il contagio tra Garcìa Viejo e la Romero: quali siano le possibilità di un’estensione generalizzata dell’infezione. La conferenza stampa, “aggravata” anche da una mise funebre di una Mato in total black, che trasmette a un’opinione pubblica frastornata una sensazione di angoscia ancora maggiore, è giudicata praticamente da tutti ,governo compreso, insoddisfacente.

Vengono ricostruiti gli 11 giorni della vita di Teresa Romero che vanno dal presunto contagio alla diagnosi, per cercare di capire qualcosa di più sulla vicenda, e per ricostruire la rete di persone con cui l’infermiera è stata in contatto. Emerge una filiera di disattenzioni, dilettantismi, noncuranza, da far rizzare i capelli. La confusione nella ricostruzione aumenta ancora di più il senso di impotenza rispetto a questa vicenda e crea le condizioni perché una politica debole e con la coscienza sporca getti sulla contagiata la responsabilità unica del contagio. L’Assessore alla Sanità della Regione di Madrid, Javier Fernandez, sostiene infatti scusandosi un paio di giorni dopo  che «Teresa Romero potrebbe aver mentito sulle sue reali condizioni di salute quando è andata dai vari medici  prima di famiglia, poi dell’Ospedale di Alcorcòn, la cittadina alle porte della capitale dove vive  ai primi segni di insorgenza del virus». La stessa infermiera, tempestata nonostante la malattia da numerose chiamate di giornali e tv, dice di non riuscire a capacitarsi di come tutto ciò sia potuto accadere: una possibile spiegazione che dà è quella di essersi sfregata un occhio con una mano coperta da un guanto con il quale aveva trattato Garcìa Viejo.

Ma il momento del contagio è solo un dettaglio e neanche il più importante: si scopre infatti che nessuno, tra tutti i medici consultati dalla Romero mano mano che il suo stato di salute peggiorava nei fatidici undici giorni, e sapendo che era stata a contatto con un malato terminale di Ebola, aveva ordinato alla paziente di osservare un periodo di quarantena. Anzi, sostenendo che si trattasse di una banale influenza, la prescrizione del paracetamolo ha mascherato per qualche giorno i sintomi dell’Ebola, impedendo una diagnosi più tempestiva. E soprattutto nessuno, tra i medici e gli infermieri che hanno visitato Teresa Romero prima del 6 Ottobre, ha osservato le misure di sicurezza del caso. Questo perché secondo i protocolli spagnoli il pericolo di Ebola scatta a partire dei 38.6° di temperatura corporea, temperatura che la paziente non ha mai avuto, se non a ridosso del giorno in cui è stata fatta la diagnosi definitiva. Ma i sintomi c’erano tutti.

Il risultato è che mentre scriviamo sono 17 le persone ricoverate in isolamento presso il Carlos III: non hanno sviluppato per ora nessun sintomo del virus e l’idea per ora più accreditata è che nessuno di loro sia malato di Ebola. Ma la psicosi continua, soprattutto tra coloro che a vario titolo, anche nell’edificio in cui abita, sono stati in contatto con Teresa Romero: suo fratello, ad esempio, racconta di essere stato licenziato per timore di una possibile propagazione di Ebola anche sul suo posto di lavoro. L’uomo non è né ricoverato né sotto osservazione medica.

La politica decide di correre ai ripari: Mariano Rajoy visita il Carlos III il 10 Ottobre e annuncia un gabinetto di crisi su Ebola coordinato non da lui né dal Ministro della Sanità Mato, ma dall’astro nascente della politica spagnola, la vicepremier Soraya Sàenz de Santamarìa che ogni giorno che passa acquista sempre più potere. Un’implicita ammissione di colpa, perché la Sàenz de Santamarìa non aveva avuto responsabilità dirette nella precedente gestione del caso. Sullo sfondo si ricordano in questi anni le molteplici manifestazioni dei medici di Madrid per i tagli alla sanità pubblica attuati dalla Regione: lo stesso Carlos III, nosocomio un tempo all’avanguardia nella cura delle malattie tropicali e di quelle infettive, è stato recentemente bruscamente ridimensionato. L’opposizione critica il governo ma offre il suo appoggio, consapevole della portata potenzialmente distruttiva di una possibile epidemia.

La lotta per la vita di Teresa Romero, che viene ora curata con farmaci sperimentali e il cui stato è grave ma stazionario, non è solo la sua: è anche la lotta per la sopravvivenza di un sistema che ha sottovalutato una minaccia gravissima e si trova ora a rincorrere un virus camminando a tentoni nel buio. Il resto dell’Europa, angosciato e in silenzio, aspetta una valanga che sarebbe meglio per tutti non arrivasse mai.

 

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