mercoledì, Agosto 5

La sorpresa del presidente Abbas

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Abbas

Nei territori palestinesi, tutti si chiedono se il presidente Mahmud Abbas oserà sciogliere l’Autorità Palestinese, e se avrà il coraggio di agire, stavolta, contrariamente a ciò che aveva fatto nei casi precedenti, quando aveva minacciato di farlo, ma aveva poi ritrattato all’ultimo momento in seguito alle pressioni israelo-statunitensi. Ciò che è certo è che non c’è nulla di ufficiale, anche perché il vecchio rais non l’ha annunciato esplicitamente, ma ha preferito usare il termine “sorpresa” da fare al momento opportuno; in ogni caso, tutto farebbe pensare a una decisione già presa.

Fonti vicine al capo palestinese nonché vari osservatori sostengono questa ipotesi, affermando di essere certi che “stavolta sarà diverso”. Cosa significa la dissoluzione dell’Autorità Palestinese e qual è la posta in gioco?

L’Autorità Palestinese è il risultato degli accordi di pace di Oslo firmati nel 1993, ed è stata creata per amministrare i territori palestinesi occupati divenuti autonomi nel 1994. La sua dissoluzione ne cancellerebbe la sovranità e costringerebbe Israele ad accollarsi l’intera responsabilità della gestione dei territori palestinesi che tornerebbero a essere occupati, e a farlo in qualità di potenza coloniale occupante. Questa decisione annullerebbe di fatto gli accordi di Oslo, causando la fine della soluzione a due stati, e renderebbe Israele passibile di procedure legali e sanzioni internazionali per via delle politiche repressive ed espansionistiche. Dal lato palestinese, spingerebbe l’intera popolazione nuovamente sotto l’occupazione israeliana, ben sapendo che più di un milione di palestinesi dipende per la propria sussistenza dagli stipendi pagati dall’AP, e decine di migliaia di famiglie dai suoi aiuti per vivere. Si tornerebbe così all’era pre Oslo? Perché la volontà di prendere una decisione così radicale?

Bisogna ammettere che non mancano ragioni; i motivi, infatti, sono numerosi, a cominciare dalla stasi nelle interminabili fasi di negoziati infruttuosi che non solo appoggiano la durata eterna di un conflitto iniziato quasi settant’anni fa, ma addirittura il suo inacerbarsi. Tutto ciò, inoltre, accompagnato da un silenzio e un immobilismo internazionale spaventosi. La realtà delle sofferenze causate dall’occupazione del territorio, in particolare la durata interminabile della colonizzazione, rafforza lo scetticismo della popolazione e dei dirigenti palestinesi confusi, perché compromette la creazione di uno stato palestinese possibile che, non va dimenticato, resta l’obiettivo principale del processo di pace iniziato più di vent’anni fa. È l’iniziativa disperata di un presidente stanco e deluso, così come il suo popolo, che ha finito per ammettere apertamente e a suo discapito che il proprio governo è un “governo occupato”, privato d’autorità reale e di potere.

La decisione di annullare l’AP ha i suoi sostenitori, ma ha anche oppositori all’interno della società. Se molte sono le voci in difesa di questa prospettiva che mettono in risalto la discrezione della direzione palestinese fino ad accusarla di aver sostituito l’occupazione israeliana e di esserne il gendarme protettore e collaboratore, altre voci la rifiutano, temendo un futuro oscuro e incerto. Vari politologi hanno addirittura criticato questa minaccia. Secondo Talal Okal, giornalista e analista politico residente a Gaza, Abbas non avrebbe nessun diritto di farlo, considerando che “l’AP non è un bene personale di Mahmud Abbas, uno di cui possa disporre a proprio piacimento… Il popolo palestinese ha voce in capitolo su una questione così cruciale e decisiva, ne va del suo futuro!” ha insistito.

È inoltre importante precisare che la dissoluzione dell’Autorità Palestinese porterebbe a risultati che mirano alla fine dell’occupazione, progetto promosso dalla direzione palestinese e che verrà presentato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU tra qualche settimana. Questa iniziativa, però, ha poche speranze di successo per via del veto statunitense. La Casa Bianca, nonostante faccia pressione su Israele per una soluzione equa del conflitto, ha fatto sapere al capo palestinese, due settimane prima della sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU del 19 settembre, che rifiutava questo nuovo piano che prevede la fine dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi entro tre anni e la creazione di uno stato indipendente con Gerusalemme Est come capitale, e con un calendario preciso e una data di separazione decisa in precedenza. Nonostante ciò, Mahmud Abbas resta deciso a presentare il piano al Consiglio di Sicurezza indipendentemente dalle obiezioni statunitensi ai suoi progetti diplomatici.

In seguito al suo veemente discorso davanti alle Nazioni Unite in cui ha sottolineato la propria intenzione di porre fine al vecchio metodo dei negoziati di pace con gli israeliani, Abbas ha avvisato che non rinuncerà, nonostante l’opposizione statunitense, ad aderire alla Corte penale internazionale in caso di veto da Washington. I grandi parametri per un progetto di risoluzione sono inoltre in discussione con paesi arabi e occidentali. Abbas ha anche ammesso di non essere sicuro di raccogliere i voti dei nove membri necessari per passare all’esame del progetto di risoluzione e che, «pur ottenendoli, è molto probabile che gli Stati Uniti oppongano il proprio veto».

In questo caso, «ci presenteremo alle organizzazioni internazionali e firmeremo prima di tutto lo Statuto di Roma per aderire alla Corte penale internazionale», afferma. Parallelamente, «riesamineremo tutti gli accordi con Israele e, in particolare, la coordinazione di sicurezza», ha minacciato. Da quando ha ottenuto lo status di osservatore dell’ONU nel 2012, lo stato palestinese minaccia di aderire alla CPI, cosa che gli permetterebbe di perseguire i dirigenti israeliani per crimini di guerra. Prima di ciò, e a qualche giorno di distanza dall’incontro delle Nazioni Unite, Mahmud Abbas aveva chiamato «tutti i Paesi a prendersi le proprie responsabilità per metter fine a un conflitto che dura da sessantasei anni». Aveva anche aggiunto che «raggiungere la pace darà una maggiore legittimità alla lotta al terrorismo nella regione», alludendo chiaramente alla guerra minacciata contro Daesh.

È un appello che ha ripetuto dalla tribuna dell’Assemblea Generale dell’ONU nel discorso franco e chiaro in cui ha accusato Israele di genocidio e apartheid. Lo stesso che gli è valso le critiche più pungenti dei responsabili di Tel Aviv e di Washington, che l’ha definito “offensivo”.

Mahmud Abbas, in particolare, ha messo in chiaro di non essere più pronto a riprendere con Israele negoziati basati sul modello precedente, mettendo i “padrini” del processo di pace, Stati Uniti in particolare, davanti alle proprie responsabilità al criticare il loro doppio gioco. Per lui, «il fatto che gli USA non riconoscano i crimini commessi da Israele fomenta l’estremismo». Questi, d’altro canto, hanno ancora una volta reagito minacciando di sospendere gli aiuti finanziari stimati in circa 700 miliardi di dollari all’anno.

Per la popolazione palestinese, che ha ampiamente apprezzato il discorso, era ora che la verità uscisse dalla bocca del presidente. «Dopo anni di silenzio, sopportazione e pazienza, bisognava mettere il dito nella piaga e i puntini sulle i!» ha affermato la maggioranza dei cittadini. In realtà, lui ha gridato ciò che ogni palestinese sussurrava da tanti anni: l’inutilità delle negoziati con Israele.

Tutto ciò dura ormai da venti lunghi anni, in cui i palestinesi sono stati al gioco dei negoziati seppur lunghi e sterili. A ogni nuovo incontro, il negoziatore israeliano esige che si riparta da zero, come a voler dire: «Cancelliamo tutto e iniziamo di nuovo», senza alcun rispetto per gli sforzi fatti durante gli anni, e per il tempo passato mentre, sul campo, l’occupazione invadeva la Cisgiordania, geograficamente distrutta pezzo a pezzo, e i suoi bulldozer radevano al suolo case su case favorendo la colonizzazione, mentre nella Gaza assediata e trasformata in prigione a cielo aperto si combatte giorno per giorno. Tutti fatti avvenuti contravvenendo al diritto internazionale e agli accordi del processo di pace, in cui si stipula chiaramente che «nessuna parte dovrà prendere un’iniziativa o una misura che possa cambiare lo status quo». Sono queste le clausole a cui i vari governi israeliani non hanno mai dato retta.

Cos’è successo durante gli ultimi vent’anni del “processo di pace e negoziati”? Nulla in favore dei palestinesi e delle loro ambizioni nazionali, solo una maggiore occupazione, una maggiore colonizzazione, più lacrime e più sangue. Ecco gli argomenti a sostegno della volontà del presidente di sciogliere l’Autorità Palestinese. Nonostante questo non aiuti in alcun modo le ambizioni nazionali del suo popolo, sarà un modo per far sì che Israele si assuma tutte le responsabilità del fallimento del processo di pace.

 

Traduzione di Emma Becciu

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