domenica, Agosto 25

La Somalia e i suoi talebani d’Africa

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In questo mondo che brucia è difficile seguire tutto. Così anche i quindici morti di due giorni fa a Mogadiscio sono passati sotto silenzio, sopraffatti da altre barbarie. Ma l’attacco in Somalia non è da sottovalutare perché compiuto all’aeroporto, davanti a una base delle forze di pace dell’Unione Africana. E vittime sono stati proprio i peacekeeper colpiti dai kamikaze di Al-Shabaab, il gruppo islamista da quattro anni ha aderito formalmente ad Al Qaeda e lotta per instaurare uno stato islamico in Somalia. Al-Shabaab continua a commettere attacchi nel Paese, contro giornalisti, suore, cooperanti e chiunque tenti di fermare la guerra, una guerra antica e dolorosa.

Mi è capitato di frequentare posti molto difficili. Ma solo a Mogadiscio mi sono pentito trenta secondi dopo essere atterrato. I cinquanta chilometri dall’aeroporto in città sono stati pieni di paura. Un corteo di quattro auto, due fuoristrada al centro, un pick-up dietro e uno davanti il convoglio con i miliziani. Complessivamente ventidue uomini armati, anche di cannoncini. In Somalia questa è l’unica condizione per sopravvivere. Il problema è che posti sicuri non ce ne sono perché chiunque può venderti, rapirti, ucciderti per far soldi o per umiliare la tribù che ti protegge. La Somalia è un Paese in guerra, una guerra civile lunga più di vent’anni, rabbiosa, senza sbocchi. Penso a Palmisano, a Ilaria Alpi. L’unica legge si chiama proprio ‘legge’ che in somalo significa pedaggio. Fanno check-point improvvisi e chiedono soldi per passare in quello che ritengono il loro territorio. Comandano di fatto i signori della guerra, che non sono politici ma imprenditori, che certo non vogliono la pace. Fanno troppi soldi con i morti. Per non dire di quelli che li fanno con la disperazione. Una terra con mille problemi: sono rimasti ormai solo odio e rovine.

I nomi sono difficili, com’è difficile avvicinarli. Le cariche sono istituzionali, ma per tutti sono semplicemente ‘i signori della guerra’ Ho incontrato uno dei cinque che comandano il Paese e ne decidono il futuro. Muse Sudi Yalahow, presidente della coalizione ‘salvezza del popolo’, luogotenente del potentissimo Ali Mahdi che ha devastato la Somalia nella guerra contro il generale Aidid. I segnali, da quel che mi ha detto, sono confortanti. “Diciamo che i tempi sono maturi per la pace. Ma molto dipende anche dalla comunità europea, moltissimo dall’Italia”. Tre giorni di trattative, molti passaggi. Finalmente sono poi entrato nella casa-moschea dello sceicco Sharif Sheikh Muhudiin Eli, il mullah più importante di Mogadiscio. Uomo saggio, tranquillo, furbo. Si è laureato a Padova, in giurisprudenza. Gli ho chiesto dell’Islam, abbiamo parlato del rapporto con i cristiani. Lui è un uomo di pace, crede fortemente nel dialogo. Ma non nega che ci siano mullah buoni e mullah cattivi. Ci sono anche quelli che predicano il terrorismo, ha ammesso. “E quelli sono i nostri veri grandi nemici”.

signore della guerra

Il giorno dopo incontro anche Abdikassim Salad Hassan, presidente allora del governo transitorio che però nessuno riconosce, perchè ancora comandano le armi, non le cariche. Distinto, educato, un italiano perfetto. “Finalmente forse ci stiamo mettendo d’accordo. Ed è un bene per tutti. La Somalia è una terra ricca”. Poi affronta il tema terrorismo: “Voi ci accusate di ospitare i terroristi di al Qaeda. Certo non posso dire che qualcuno non si sia rifugiato in Somalia, succede anche da voi. Ma qui non abbiamo campi di addestramento, non c’è un’organizzazione. Qualcuno si nasconde a Mogadiscio? E che possiamo fare? La situazione è molto confusa”. Eppure dicono che due campi di addestramento ci siano, ai confini con il Kenya, gestiti da Fazul Harun, l’uomo di Bin Laden nel corno d’Africa, ricercato per le stragi di Nairobi, Mombasa e Dar es Sallam, centinaia di morti.

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