domenica, Marzo 24

Sunnistan, la soluzione dei problemi mediorientali? John Bolton, suo sostenitore, è stato nominato da Trump nuovo consigliere per la sicurezza nazionale per sostituire il troppo morbido McMaster. L’ipotesi di una confederazione Iraq-Siria può tornare in auge?

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Da quando Donald Trump è Presidente degli Stati Uniti, si sono succeduti un grande numero di consiglieri e collaboratori. Fra gli ultimi a farne le spese c’è Rex Tillerson, ormai ex segretario di Stato, allontanato per profonde divergenze in materia di politica estera e sostituito con l’ex CIA Mike Pompeo. Ma a  far discutere nelle ultime ore è soprattutto la scelta del Presidente Trump di nominare John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale, allontanando così il generale Herbert Raymond McMaster, fautore di una politica estera tradizionalmente filo-atlantica e per questo considerato lontano dalle vedute e dall’approccio della presidenza.

La scelta di nominare Bolton nel ruolo che fu di McMaster e di Michael Flynn – a suo tempo allontanato in seguito allo scandalo Russiagate – lascia a tutti un grande punto interrogativo. Chi è costui? Ex avvocato, vicino alla NRA (la lobby delle armi) e noto per le sue posizioni interventiste, John Bolton è un diplomatico, dagli atteggiamenti alle volte poco ‘diplomatici’, che ha affiancato, a vario titolo, tutte le presidenze repubblicane, da Ronald Reagan, a entrambi i Bush, fino a oggi. È stato fra i più accesi sostenitori dell’intervento americano in Iraq nel 2003 (la Seconda guerra del Golfo) e ambasciatore degli Stati Uniti presso il Palazzo di Vetro, presso cui si fece notare per le sue dichiarazioni aspramente critiche verso l’ONU; la carica, conferitagli dal Congresso nel 2005,  non venne riconfermata l’anno successivo. Dopo aver collaborato come consulente per la politica estera di Mitt Romney, candidato repubblicano nella campagna elettorale che portò alla rielezioni di Barack Obama, Bolton è stato anche sostenitore di Donald Trump, difeso dagli studi di Fox News, presso cui è opinionista. O meglio, era opinionista: inizierà a ricoprire ufficialmente la carica dal 9 aprile, come confermato da un tweet del Presidente, mentre il generale McMaster lascerà e, con ogni probabilità, si ritirerà a vita privata.

John Bolton, però, è noto anche per una sua soluzione particolare alla risoluzione dei problemi geopolitici dell’area mediorientale: il Sunnistan. Questa virtuale entità politica nascerebbe dall’unione di Iraq e Siria e, secondo Bolton, potrebbe consentire di aprire una nuova era nelle relazioni dell’area mediorientale. Ma in che modo? E, soprattutto, la nomina di Bolton a consigliere per la sicurezza nazionale potrebbe far tornare in auge questa ipotesi? Lo abbiamo chiesto a Claudio Bertolotti, analista strategico ISPI.È possibile che con l’arrivo di Bolton alla Casa Bianca torni in scena l’ipotesi del Sunnistan”, esordisce Bertolotti “ma non possiamo dire con quale grado di probabilità. Quello di un ipotetico ‘Sunnistan’ è un tema che ha appassionato gli addetti ai lavori negli anni passati, ma deve essere chiaro che deve essere un processo che non può, e non deve, essere pilotato dall’esterno”. Per due ragioni ordini di ragioni, spiega l’analista: “Una storica: abbiamo visto quanto l’intervento occidentale, in primis quello degli Stati Uniti, abbia contribuito alla devastazione dell’intero arco Grande Mediorientale, dall’Afghanistan alla Libia passando per l’Iraq. L’altra ragione è culturale: nonostante decenni di errori, ancora manca la capacità culturale di comprendere le reazioni locali, tribali e regionali alle azioni esterne. Semplicemente perché si tende a non volerne tenere conto”. E conclude: “Dovessero esserci delle spinte locali verso un ipotetico Sunnistan, che costituisca una terra unica per i sunniti, queste vanno assecondate attraverso il dialogo in seno alle Nazioni Unite, senza interventi unilaterali”.

La prima dichiarazione di Bolton sul Sunnistan risale al 2015. Va specificato che il futuro consigliere nazionale per la sicurezza non è l’inventore di questa virtuale entità, ma solo un suo sostenitore: la sua prima formulazione risale al 2006, e i primi a parlarne in ambito americano furono i due democratici Leslie Gelb, ex ufficiale del dipartimento di Stato, e Joe Biden, ex vicepresidente degli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama. Che cosa significherebbe oggi ritirare fuori questa proposta? Difficile dirlo, secondo Bertolotti, ma si possono fare alcune ipotesi: “Più che un Sunnistan tout court ritengo più probabile, e forse anche auspicabile, una compartimentazione dell’Iraq in aree sunnite, sciite e curde. Una confederazione di stati ampiamente autonomi potrebbe andare a ridurre le conflittualità oggi vive più che mai. Bisogna tuttavia anche considerare che la divisione su base esclusivamente confessionale, e accompagnata da motivazioni o giustificazioni di tipo confessionale, al contrario, potrebbe destabilizzare ulteriormente l’area”. Ma non ci si deve dimenticare che le vicende interne all’eventuale Sunnistan risentono di tutte le influenze dell’area circostante e non solo: “sotto la superficie delle conflittualità settarie, utili e funzionali a mobilitare le masse, vi sono le ambizioni divergenti dei gruppi di potere interni, vi è la competizione tra attori esterni per la leadership a livello regionale, vi è il ruolo destabilizzante delle grandi e delle medie potenze intenzionate a cambiare gli equilibri regionali a proprio favore. Tra le prime Stati Uniti e Russia, tra le seconde l’Iran, l’Arabia Saudita e, come miccia accesa tra la polvere da sparo, una sempre meno affidabile Turchia”.

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