sabato, Dicembre 7

La società ingegneristica ucraina Motor Sich nel mirino USA Trump si appoggia su Erik Prince, fondatore della Blackwater, per impedire che l'azienda cada in mani cinesi

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Mentre le trattative tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese finalizzate al raggiungimento di un accordo commerciale complessivo che soddisfi entrambe le parti proseguono tra alti e bassi, il confronto tra le due superpotenze continua a disputarsi su altri terreni di scontro di particolare importanza. In questo suo primo mandato presidenziale, Donald Trump ha infatti profuso gran parte dei propri sforzi per erigere una serie di barriere normative a protezione della tecnologia statunitense, assediata dal reverse engineering cinese e dalla potenza finanziaria dell’ex Celeste Impero, che in molti casi si è tradotta in acquisizione di aziende strategiche Usa.

D’altro canto, nel settembre 2018, il Pentagono ha pubblicato un rapporto in cui si richiamava l’attenzione sul fatto che un numero sempre più elevato componenti cruciali per il funzionamento dei sistemi di difesa nazionali viene fornito da produttori localizzati in altri Paesi stranieri come conseguenza del processo di deindustrializzazione che ha investito gli Usa a partire dai primi anni ’80. Nello specifico, all’interno del rapporto si stima che, all’interno degli Stati Uniti, siano scomparse circa 66.000 imprese manifatturiere tra il 2000 e il 2016 (pari a circa 5 milioni di posti di lavoro nell’industria in meno); di queste, ben 17.000 società lavoravano come fornitrici primarie del Pentagono. Molte di quelle rimanenti «faticano a sostenere gli investimenti necessari per adeguarsi  alle commesse». È a causa dell’«erosione della manifattura americana verificatasi nell’ultimo ventennio  […] che oggi  dipendiamo […] da catene di produzione esterne» che molto spesso fanno capo a nazioni non sempre alleate degli Stati Uniti.

A partire proprio dalla Repubblica Popolare Cinese, dove si fabbricano componenti elettroniche e prodotti in alluminio necessari al sistema di difesa Usa. La segmentazione della filiera produttiva, dovuta alla separazione dei comparti di progettazione da quelli di fabbricazione, ha inoltre finito per aprire voragini nella forza lavoro specializzata statunitense; il Pentagono è arrivato a parlare diatrofia delle competenzeper riferirsi alla crescente incapacità del sistema-Paese, falcidiato dalla deindustrializzazione (dagli anni ’50 ad oggi, gli impiegati nel settore della manifattura sono passati dal 30 al 10% del totale), di formare operai adeguati. Il fenomeno, denuncia il Dipartimento della Difesa, tende inoltre a scoraggiare investimenti volti a potenziare le capacità produttive delle industrie critiche per il settore della difesa, con un impatto fortemente negativo sulle capacità di innovazione tecnologica degli Usa. Questo stato di cose rappresenta giocoforza «una minaccia per tutti gli aspetti basilari della produzione per la difesa, specialmente nella fase attuale contrassegnata da una crescita di forza e capacità tecnologiche da parte delle potenze concorrenti». Il riferimento è ancora una volta alla Cina, accreditatasi come «produttore unico o fornitore primario per materiali cruciali per la fabbricazione di munizioni e missili. In molti casi non esiste fonte alternativa in grado di fornire materiale prontamente sostitutivo. Quando questa opzione permane, tempi e costi per testare i nuovi materiali risultano assolutamente proibitivi, in specie per quanto concerne i sistemi maggiormente sensibili».

In tale contesto, gli Stati Uniti hanno la necessità tassativa di impedire che Pechino imprima una brusca accelerazione al processo che vede la Cina affermarsi ogni giorno di più anche sul fronte geopolitico attraverso l’acquisizione di aziende strategiche sia statunitensi che europee, a partire da quelle operanti nei settori ‘caldi’ dell’informatica e della difesa. È il caso di Motor Sich, società ingegneristica ucraina che si occupa della progettazione e della produzione di motori per aerei ed elicotteri, oltre che della fabbricazione dei sistemi che garantiscono il funzionamento delle turbine a gas. Nata in epoca sovietica, la compagnia era saldamente integrata nella catena del valore facente capo alla manifattura bellica russa, fungendo da fornitrice di componenti cruciali per velivoli di particolare rilevanza come gli Antonov An-124 e An-225. Il legame con l’industria militare russa rimase assai stretto fino al 2014, quando lo scoppio della crisi ucraina determinò un rapido deterioramento dei rapporti che sospinse la Motor Sich sull’orlo della bancarotta. Ad approfittarne fu proprio la Repubblica Popolare Cinese, che nel 2017 fornì copertura politica alla manovra di inglobamento di Motor Sich ad opera dalla società Beijing Skyrizon Aviation, la quale acquisì una partecipazione del 41% della società ucraina e varò un piano di investimenti da 250 milioni di dollari implicante l’ammodernamento degli impianti ucraini e la costruzione di un complesso di assemblaggio a Chongqing, nella Cina sud-occidentale. Senonché, un tribunale di Kiev pose il veto sull’operazione adducendo ragioni di sicurezza nazionale dopo che gli Stati Uniti avevano espresso pesanti critiche nei confronti dell’operazione cinese e ventilato la possibilità di far valere la propria influenza determinante per ridurre il flusso di finanziamenti erogato dal Fondo Monetario Internazionale da cui dipende la sopravvivenza economica dell’Ucraina. Ciononostante, Oleh Lyashko, membro della Verkhovna Rada per il partito di Julija Tymoshenko, non mancò di dichiarare che «se gli americani non vogliono che vendiamo ai cinesi, che acquistino loro i nostri prodotti».

L’esortazione di Lyashko sembra essere stata presa in seria considerazione negli Stati Uniti, dal momento che, pochi giorni fa, Motor Sich è divenuta ufficialmente oggetto del desiderio di Erik Prince, fondatore della famigerata agenzia di sicurezza privata Blackwater e consigliere di fiducia di Donald Trump. Nella cui amministrazione siede, con il ruolo di segretario alla Pubblica Istruzione, Betsy DeVos, sorella di Prince e moglie di Dick DeVos, ricchissimo ereditiere delle fortune di Amway, colosso delle consegne. Ma la fortuna di Prince nasce dal processo di privatizzazione delle difesa avviato dagli Usa nel momento in cui divenne chiaro che il Paese, già impegnato militarmente in Afghanistan ed Iraq, stava sprofondando in una profondissima crisi da sovraesposizione imperiale. Uno dei segnali più evidenti di ciò fu evidenziato nel 2004 dal vicesegretario di Stato Richard Armitage, il quale dichiarò che «la forza dell’esercito è stiracchiata al punto da diventare eccessivamente sottile» fotografando una situazione che presentava problemi di natura sia quantitativa (farsi carico di un numero eccessivo di compiti) che qualitativa (ritenere di poter gestire questioni di gran lunga superiori ai propri mezzi e capacità). Washington cercò di ovviare al problema modificando il proprio modo di condurre la guerra, attraverso il larghissimo impiego di operazioni coperte eseguite da droni, forze speciali e contractor forniti da compagnie di sicurezza private, a partire proprio dalla Blackwater. Prince ha quindi avuto modo di macinare utili da capogiro con l’invio di migliaia di contractor in Afghanistan ed Iraq, e successivamente con la composizione, per conto di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dell’esercito mercenario attualmente operante in Yemen. Recentemente, il fondatore della Blackwater si è spinto a sottoporre all’attenzione del governo Usa e a una serie di ricchi venezuelani esiliati residenti a Miami un piano d’azione che prevedeva la costituzione di una forza mercenaria da 5.000 soldati da inviare in Venezuela per rovesciare il presidente Maduro.

Ora, Prince intende offrire i propri servizi a Washington accreditandosi come collettore di fondi da impiegare per l’acquisizione di Motor Sich, così da impedire che la società cada in mani cinesi e che la stessa Ucraina – Paese che è già stato al centro di svariati giochi di potere statunitensi – non scarrelli eccessivamente verso Pechino.

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