giovedì, Luglio 2

Ma la ‘Smart Nation’ non è solo auto elettrica Il programma del Movimento 5 Stelle punta al futuro ma con poche idee nuove

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Il confronto sulle diverse idee dell’Italia è ancora prematuro, in vista delle elezioni politiche della prossima primavera, e ci si chiede se mai ci sarà, con i partiti politici impegnati ancora e chissà quanto a lungo con i problemi delle alleanze e degli equilibri interni dovuti a una legge elettorale da Prima Repubblica. Il Movimento 5 Stelle si è portato avanti con il lavoro, dato che di alleanze annuncia da sempre di non volerne fare e i dissidi interni sono sempre decisamente negati; per questo, in vista dell’imminente indicazione del candidato Presidente del Consiglio, il movimento sta completando anche il suo programma politico, in buona parte già da tempo disponibile online, salvo un paio di punti (tra cui uno dei principali, quello relativo allo sviluppo economico).

Il candidato premier in pectore, Luigi Di Maio, ha già scelto lo slogan della campagna: fare dell’Italia una smart nation. Qualcuno ha commentato che si tratta di uno slogan vecchio – d’altronde sull’innovazione e i temi ‘smart’ prova a giocare da sempre (con scarso successo) Matteo Renzi, e da anni ormai quest’aggettivo è diventato inflazionato nei documenti delle amministrazioni pubbliche, insieme all’onnipresente ‘start-up’ – e per fare un esempio Di Maio non ha trovato di meglio che parlare di auto elettriche.

Certo, il passaggio all’auto elettrica rappresenta uno snodo epocale a cui ci avviciniamo a grandi passi (la Scozia discute di mettere al bando le auto a combustibile fossile e pare che persino la Cina si balocchi con quest’idea), facilitato dall’accelerazione tecnologica impressa da aziende disruptive come Tesla. Quindi ben venga un piano per preparare il Paese a questo passo, decisivo anche per la lotta ai cambiamenti climatici. Ma poi? A scorre il programma del M5S, di idee ‘smart’ non se ne vedono molte. C’è una sperequazione evidente, peraltro, tra il documento relativo alle politiche energetiche, lungo quasi 90 pagine, ed altri su temi altrettanto prioritari come il lavoro, appena 6 pagine. Complice forse la nota infatuazione di Beppe Grillo e di molti esponenti del M5S per le teorie di Jeremy Rifkin, peraltro già vecchie di qualche anno. Ma di proposte innovative per un’Italia al passo con le sfide del futuro ce ne sono davvero molto poche.

Quello che manca, per un programma che ambisce a fare dell’Italia una ‘smart nation’, può essere sintetizzato in 7 punti.

1. La transizione verso un sistema sanitario predittivo, personalizzato, preventivo e partecipativo: un punto che dovrebbe piacere molto a chi con la sanità italiana non è mai andato molto d’accordo, anche per l’ultimo aggettivo (‘partecipativo’) che sottintende la possibilità di utilizzare strumenti digitali di crowdsourcing per la raccolta di dati sanitari per prevenire epidemie e garantire un costante monitoraggio della salute. Ma la vera sfida è rispondere alla scelta del Governo Renzi di puntare su un progetto ambizioso quanto discusso, quello dello Human Technopole nell’area ex-Expo di Milano, che vorrebbe rendere l’Italia all’avanguardia nell’uso dei big data nel sistema sanitario e realizzare una vera rivoluzione copernicana della medicina, in un Paese che – enormi disparità a parte – resta sul podio mondiale in questo settore.

2. Il trasporto senza conducente: nel documento sui trasporti non c’è nemmeno una riga su questo tema sempre più all’ordine del giorno, che promette di trasformare radicalmente le infrastrutture mondiali. Si può obiettare che la sua realizzazione non è prevista nell’arco dei cinque anni di legislatura coperti da questo programma; ma di certo entro cinque anni le prime vetture senza conducente saranno immesse sul mercato negli Stati Uniti, per cui bisogna attrezzarsi per tempo sul piano normativo e infrastrutturale (possono viaggiare sulle nostre autostrade? Dobbiamo riserve corsie apposite? Dobbiamo cambiare – e come – la legislazione in tema di responsabilità civile?).

3. L’adattamento al cambiamento climatico: di clima si parla in poche righe nel documento sull’ambiente, ma non c’è alcun riferimento al Piano di adattamento al cambiamento climatico che è stato redatto negli ultimi anni e che richiede di essere implementato e declinato su scala locale. Oltre alle politiche di contrasto, infatti, bisogna mettere in conto che i fenomeni climatici estremi aumenteranno comunque nel corso di questo secolo, con gravi danni in un Paese noto per il dissesto idrogeologico e a rischio desertificazione nel Sud. Se il M5S prende come orizzonte temporale per i suoi scenari il 2050 – come fa nel programma su energia e trasporti – dovrebbe allora prevedere azioni efficaci in questo ambito.

4. La disoccupazione tecnologica e lo smart working: queste considerazioni forse rientreranno nel punto ancora non reso noto sullo sviluppo economico, dove certamente dominerà la questione del reddito di cittadinanza. Ma forse un riferimento agli scenari della disoccupazione tecnologica poteva rientrare nelle 6 pagine dedicate al Lavoro, ipotizzando strumenti normativi nelle more di un’eventuale messa a regime di un sistema ancora piuttosto utopico come quello del reddito per tutti. Di recente l’Italia si è dotata di una normativa per il cosiddetto smart working, il ‘lavoro agile’ che delocalizza l’impiegato dal posto di lavoro standard. Per un programma ‘smart’ sarebbe stato interessante conoscere l’opinione del M5S su questo tema.

5. La sfida demografica: i problemi della bassa natalità italiana e dell’invecchiamento della popolazione non sono accennati da nessuna parte. Eppure costituiscono un’autentica emergenza, per la sostenibilità sul medio-lungo termine del welfare state e la capacità d’innovazione del Paese. Di riforma delle pensioni si parlerà forse nel documento sullo sviluppo economico, ma di invecchiamento della popolazione e del suo impatto sulla sanità si poteva parlare nel punto programmatico sulla Salute, mentre quello della bassa natalità poteva essere discusso nel punto sull’Immigrazione (è un fatto che le donne di cittadinanza straniera aumentano il tasso di natalità medio; dobbiamo tenerne conto nelle politiche migratorie?) e in quello sul Lavoro (quali strategie per favorire una maggiore parità di genere nell’accudimento della prole, e nella conciliazione maternità-lavoro?).

6. Gli obiettivi di sviluppo sostenibile: non c’è alcun riferimento all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che dal 2015 sostituisce con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile i precedenti Obiettivi del Millennio. Eppure l’Italia si sta impegnando molto in questo settore, con il lavoro dell’ASVIS (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e del Ministero dell’Ambiente, che ha permesso di sviluppare utili indicatori e proposte politiche per raggiungere gli obiettivi del 2030; il Governo ha fatto sapere di voler avocare a sé, con un’unità ad hoc in seno alla Presidenza del Consiglio, questo dossier: cosa ne pensa il M5S?

7. La politica spaziale: velleità, si potrebbe dire. Eppure l’Italia ha un comparto spaziale importantissimo, terzo in Europa, con una spesa intorno al miliardo di euro. Centrodestra e centrosinistra se ne occupano da tempo, quale è la posizione in merito del M5S? Non dimentichiamo che da un paio d’anni si comincia a parlare della possibilità di dotare l’Italia di uno spazioporto per intercettare il settore crescente dell’accesso privato allo Spazio (tra cui il cosiddetto ‘turismo spaziale’); una ‘smart nation’ potrebbe iniziare fin d’ora a discutere di quali criteri seguire per adattare l’Italia a uno scenario spaziale in profonda trasformazione, con grandi ricadute economiche sul lungo periodo.

Insomma, a parte le auto elettriche e il 5G – con le immancabili proposte di una nuova governance per l’agenzia per l’Agenda digitale – il programma (provvisorio) del M5S sembra lontano dal rispondere alle visioni futuristiche del suo co-fondatore, Gianroberto Casaleggio: per dirne un’altra, non fa alcun riferimento agli strumenti di e-democracy, che il movimento sperimenta da anni. Una ‘smart nation’, tuttavia, ha bisogno di altro rispetto sia alla retorica delle start-up che ci ha proposto il precedente Governo, sia a un’agenda tutta schiacciata sul fronte della (pur indispensabile) conversione energetica.

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