sabato, Luglio 4

La Sindone e la flagellazione di Gesù Le torture subite dall’Uomo che fu avvolto nel Lenzuolo appaiono, infatti, del tutto assimilabili a quelle che, secondo i Vangeli, furono inferte a Gesù durante la Sua terribile Passione

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L’analisi delle impronte visibili sulla Sindone di Torino ha permesso di individuare la presenza di tracce sicuramente riferibili a lesioni corporali di varia natura, che indagini scientifiche svolte con strumenti avanzati hanno permesso di identificare con macchie di sangue umano.

Tra queste, risulta particolarmente evidente una serie di piccoli segni allungati, localizzati in gran parte sull’impronta dorsale, come anche sulle gambe e sulle braccia del Soggetto che fu avvolto nel telo.
Gli studiosi sono oggi concordi nel classificare queste
tracce come il risultato di una terribile flagellazione, inflitta all’Uomo della Sindone prima che questi fosse crocefisso.

I segni di crocifissione e di flagellazione, così come le altre ferite che hanno lasciato un’impronta sul telo, hanno contribuito a incrementare l’ipotesi dell’identificazione tra l’Uomo della Sindone e Gesù di Nazareth.
Le torture subite dall’Uomo che fu avvolto nel Lenzuolo appaiono, infatti, del tutto assimilabili a quelle che, secondo i Vangeli, furono inferte a Gesù durante la Sua terribile Passione.

Nei Vangeli di Marco, Matteo e Giovanni si fa esplicito riferimento alla flagellazione (Mc. 15, 15; Mt. 27, 26, Gv. 19, 1); solo in Luca manca un’attestazione diretta di questa tortura, poiché si parla genericamente di ‘castigo’ (Lc. 23, 25).
L’ipotesi di una possibile identificazione tra i supplizi subiti dall’Uomo della Sindone e quelli inferti a Gesù comporta la necessità di verificare se effettivamente i segni presenti sul telo siano compatibili con le forme di tortura che erano applicate nel mondo romano nel I secolo.

La storiografia ritiene, infatti, che prima di essere condotto al luogo dell’esecuzione, Gesù sia stato flagellato da esecutori Romani.
Questa ipotesi si concilia con il dato sindonico, dal momento che l’Uomo della Sindone avrebbe subito una flagellazione di tipo romano, in cui non era previsto un numero massimo di colpi da infliggere al condannato, a differenza del contesto ebraico, in cui il reo non poteva essere percosso con più di 39 colpi. I segni di flagello presenti sull’impronta sindonica ammontano a ben più di 39, e secondo alcuni studiosi se ne possono contare più di 120.

Nel mondo romano, la flagellazione fu introdotta già durante il dominio etrusco, e divenne ben presto una pratica codificata secondo un rigido protocollo legislativo.
Le fonti fanno riferimento a un’ampia gamma di strumenti utilizzati per imprimere il castigo mediante la percussione delle carni. L’uso di oggetti diversi era determinata dalla gravità del reato commesso, come anche dalla classe sociale del prigioniero e dalla sua nazionalità: in età repubblicana chi godeva della cittadinanza romana non poteva subire l’onta di questa tortura, se non nel caso di reati gravissimi.

Al grado più basso, la flagellazione poteva essere comminata con funzione correttiva contro i fanciulli indisciplinati. In questi casi lo strumento utilizzato era detto ‘ferula’, e consisteva in una bacchetta sottile o in una striscia di cuoio piatta, usata per percuotere le mani o la schiena.

Un altro strumento usuale nell’ambito del castigo domestico era la ‘virga’, bastone sottile fatto di olmo o betulla, che poteva essere impiegato singolarmente o in fasci, e che spesso era usato per punire i bambini e gli schiavi insubordinati. Di ‘virgae era formato anche il fascio recato dai littori che precedevano il magistrato, come simbolo dell’autorità giudiziaria e amministrativa da lui esercitata.
Le fonti attestano poi un ampio uso, da parte dei Romani, di fruste dotate di un’unica sferza, o di più corregge flessibili.

Tra tutti gli strumenti usati per flagellare, quello maggiormente distruttivo era dettoflagrum’. Anche se i termini ‘flagellum’ e ‘flagrum’ possono essere considerati sinonimi (‘flagellum’ costituisce, infatti, la forma diminutiva di ‘flagrum’), tuttavia il ‘flagrum’ è considerato un ‘flagellum’ maggiormente distruttivo, in quanto caratterizzato dalla presenza di oggetti contundenti collocati alle estremità delle sferze, in grado di battere e lacerare le carni.

Secondo gli studiosi di sindonologia, l’Uomo della Sindone sarebbe stato percosso proprio con un flagrum, terminante con oggetti contundenti che avrebbero lasciato sul corpo del Soggetto avvolto nel telo i numerosi segni dalla forma allungata. Molti studiosi ritengono che questo flagrum fosse del tipo detto taxillatum’, che significa terminante con ‘taxilli’, ossia ossicini di animale, noti anche come astragali.

In realtà, questa teoria richiede alcune precisazioni: innanzitutto, il termine ‘taxillatum’ è inesatto, in quanto coniato solo nel XVI secolo dal filologo e umanista Giusto Lipsio per rendere la parola greca ‘astragalato’ (dotato di astragali, appunto): nelle fonti originali, l’aggettivo ‘taxillatum’ non è mai presente. Per correttezza filologica, è più corretto parlare appunto di ‘flagrum’ terminante con astragali, oppure, per usare un termine dello scrittore romano Apuleio, ‘tesseratum’ (Metamorfosi, VIII, 28).
Inoltre, è molto improbabile che il flagrum dotato di astragali sia stato usato per colpire l’Uomo della Sindone, in quanto esso era usato solo per scopi rituali, e non in ambito romano, bensì orientale, da parte dei sacerdoti della dea Magna Mater durante riti di autoflagellazione.

Anche se quindi si deve escludere che l’Uomo della Sindone sia stato percosso con un ‘fìlagrum tesseratum, nel mondo romano esistono comunque testimonianze circa l’esistenza di flagrache appaiono compatibili con le tracce sindoniche: fonti come il Codice Teodosiano, Prudenzio e Zosimo parlano infatti di un tipo di flagrum terminante con estremità metalliche, dette ‘plumbatae. Uno strumento dunque in grado di lasciare tracce compatibili con quelle osservabili sulla Sindone di Torino.

Numerosi dizionari di Archeologia Greca, Romana e Cristiana attestano il ritrovamento di esemplari di questo tipo di ‘flagrum’ sia nella città di Ercolano (si tratterebbe quindi di testimonianze sicuramente ascrivibili al I secolo d.C.), sia nelle catacombe di Roma.
Sebbene non esistano notizie in merito all’attuale collocazione dei ‘flagra’ di Ercolano, discorso diverso vale per i ‘flagra’ delle catacombe, di cui quattro esemplari sono oggi conservati presso i Musei Vaticani, dove essi sono catalogati come flagelli bronzei romani (invv. 60564-60567).
Due di essi sono formati da catenelle terminanti con pesi di forma globulare; gli altri due terminano invece con pesetti di forma triangolare.

La comprovata esistenza di questi reperti sembrerebbe togliere ogni dubbio circa la possibilità che l’Uomo della Sindone sia stato colpito con strumenti utilizzati in ambito romano nell’epoca in cui visse Gesù. Purtroppo però la questione sembra, anche in questo caso, non potersi dire conclusa.

Un dato controverso per quanto riguarda questi oggetti è infatti legato alla loro provenienza: non si hanno ad oggi notizie sicure in merito al contesto archeologico in cui questi reperti sono stati rinvenuti. Sappiamo solo che, prima di confluire nei Musei Vaticani, i quattro ‘flagra’ erano esposti in uno degli armadi del Museo Cristiano insieme ad altri reperti «considerati strumento di tortura e di martirio», tra cui due oggetti definiti «graffioni». Gli oggetti in questione sono raffigurati sul Dizionario di Archeologia Cristiana di Cabrol e Leclerq, in cui si asserisce, appunto, la loro provenienza dalle catacombe. È però necessario rilevare che alcuni di questi reperti sicuramente non possono essere datati all’epoca romana, e non possono essere classificati come strumenti di martirio: ciò vale, in particolare, per i cosiddetti ‘graffioni’, identificabili, in realtà, con porta lucerne etruschi.

L’errata lettura delle fonti potrebbe aver interessato anche i quattro ‘flagelli’, e questo dubbio è alimentato dalla forte somiglianza tra le terminazioni di questi e quelle di alcuni reperti rinvenuti in una necropoli villanoviana a Verucchio (RN), classificati non come strumenti di tortura, bensì come pendenti ornamentali o stimoli per cavalli.
Tali problematiche dovranno essere oggetto di futuri approfondimenti, al fine di chiarire possibili fraintendimenti ed errate letture di fonti del passato.

Ciò non toglie, in ogni caso, che l’uso di flagelli dotati di sferze terminanti con oggetti contundenti, quindi compatibili con i segni visibili sull’impronta sindonica, fosse sicuramente una pratica diffusa in un’epoca non lontana rispetto al periodo in cui visse Gesù: questo dato è, in primis, attestato dalle fonti storiche e letterarie, come il Codice Teodosiano e Zosimo.

Inoltre, possediamo un’interessante attestazione archeologica dell’uso di flagelli terminanti con oggetti contundenti già in epoca etrusca (da cui, come indicato, il mondo romano trasse la pratica della flagellazione): all’interno di uno dei numeri del ‘Bullettino dell’Instituto di Corrispondenza Archeologica’, datato al 1859, l’etruscologo Gian Carlo Conestabile della Staffa riporta la notizia dell’avvenuto ritrovamento, nella zona di Volterra, di un oggetto che lo studioso identifica con un flagello di bronzo, descritto come segue: «Consiste in sei lunghe catenelle che vanno a riunirsi tutte in un’asta serpeggiante, per la quale l’oggetto medesimo si tiene in mano; tre di quelle catenelle sono doppie, e tre semplici, formate da anelli e fornite in punta di una pallina».
La notizia è confermata in un numero del ‘Bullettino del 1860, in cui, tra le acquisizioni compiute dal Museo Etrusco Guarnacci di Volterra, si annovera un «flagello di bronzo simile ad un altro già veduto in Volterra» (quello descritto nel numero del 1859).
Gli Etruschi, dunque, usavano flagelli terminanti con estremità contundenti; dagli Etruschi, i Romani avevano tratto non solo la pratica della flagellazione, ma anche l’uso di alcuni strumenti per flagellare (come le virgae): è ipotizzabile pertanto una continuità d’uso di questo oggetto fino all’epoca romana.

Sebbene, quindi, persistano dubbi in merito alle testimonianze archeologiche fino ad ora in nostro possesso, ciò non toglie che esista una piena compatibilità tra gli strumenti in uso per la flagellazione in un periodo compreso tra i primi secoli a.C. e i primissimi secoli dell’Era Cristiana e i segni visibili sull’impronta lasciata dall’Uomo della Sindone.

Certo, ciò non può essere considerato la prova regina per stabilire che l’Uomo della Sindone e Gesù siano la stessa persona: la flagellazione era una realtà praticata non solo nel mondo etrusco e romano, ma anche in quello medievale, moderno e addirittura contemporaneo. I flagelli con estremità contundenti non possono essere considerati una prerogativa dei Romani.
Ma la testimonianza delle fonti porta a non escludere la compatibilità tra le vivide tracce che ancora oggi possiamo vedere sulla Sindone e le torture che erano praticate, senza pietà, al tempo in cui ‘Pilato prese Gesù e lo fece flagellare (Gv, 19, 1).

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