sabato, Luglio 4

La Sindone e il pio falsario L’infelice uscita dello storico dell’arte Tomaso Montanari, ha sollevato un coro di proteste e la rivista ‘Aboutartonline’ ha pubblicato i contributi di undici esperti di alto profilo che hanno bocciato senza scampo le sue maldestre teorie

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Da quando, nel 1898, la Sindone fu fotografata per la prima volta, i negatori della sua autenticità iniziarono ad avere una vita difficile. Il negativo fotografico rivelò in tutta la sua bellezza un corpo armonioso, un viso affascinante, pur nello strazio dei tormenti subiti. La reliquia, conservata da secoli come il lenzuolo funebre di Cristo, ne rivelava ora le maestose sembianze, a questo punto inspiegabilmente impresse nella tela.

La storia conosciuta del prezioso lino, quella documentata in maniera certa, quella del periodo europeo, non lasciava spazio a una realizzazione di quell’immagine dopo il 1350, epoca in cui il lenzuolo che oggi è a Torino si trovava certamente a Lirey, in Francia. Immediatamente partirono i tentativi di riprodurre la Sindone, con mezzi artistici o con l’avvolgimento di cadaveri, ma niente da fare, in nessun modo si otteneva qualcosa di lontanamente paragonabile.

Un ulteriore colpo alla teoria del falso fu inferta dalle analisi condotte nel 1978: l‘esame di tutta la Sindone con la fluorescenza ai raggi X non ha rilevato alcun pigmento di pittura, se non trascurabili microtracce dovute al contatto con le copie che venivano accostate all’originale per renderle sacre.
L’immagine è un ingiallimento del lino estremamente superficiale, è una disidratazione e ossidazione paragonabile solo a quella che si ottiene con l’esposizione alla luce. Dove si osservano le ferite, c’è sangue coagulato sulla pelle del cadavere che si è parzialmente ridisciolto a contatto col telo imbevuto di oli profumati. Ancora una volta, e stavolta in maniera definitiva, i tentativi di far passare la Sindone per un dipinto fallirono miseramente.

I negatori, però, passarono in vantaggio nel 1988, quando tre prestigiosi laboratori, quelli di Oxford, Tucson e Zurigo, datarono la Sindone al medioevo con il metodo del radiocarbonio e pubblicarono i loro risultati sulla prestigiosa rivista ‘Nature.
Il problema dell’epoca di nascita del manufatto sembrava risolto, ma non quello della tecnica con cui sarebbe stato realizzato. Le difficoltà del presunto falsario apparivano talmente enormi che nel 1997 apparve un libro ironico, ‘Apologia di un falsario, scritto da due noti sindonologi, Mario Moroni e Francesco Barbesino. In copertina appariva un artista, con tanto di pennelli in mano, mentre si cimentava nell’impossibile opera. Il libro dimostrava come la realizzazione ad arte della Sindone era praticamente impossibile.

Bisogna sottolineare che ancora oggi, con tutta la tecnica del XXI secolo, nessuno è riuscito a realizzare una copia della Sindone paragonabile davvero all’originale, anche se di tanto in tanto goffi tentativi vengono spacciati per verità scientifiche; che non reggono, però, alle verifiche in laboratorio. Di questo e di molto altro parlo nel mio libro, che esce in questi giorni, ‘Nuova luce sulla Sindone’ (Edizioni Ares).

Va ricordato anche un altro fatto: nel 2019 l’analisi radiocarbonica è stata definitivamente smentita da un importante articolo di analisi statistica dei dati grezzi pubblicato su ‘Archaeometry’.
I negatori dell’autenticità della Sindone hanno avuto un brutto colpo dalla pubblicazione suArchaeometry, che annullava di fatto il loro cavallo di battaglia, sbandierato come la prova per eccellenza: il C14.

A questo punto ci si aspettava una controffensiva comunque scientifica, non un trafiletto su Il Venerdì di Repubblicacome quello apparso il 24 aprile scorso, a pag. 79. L’autore di quelle poche righe è uno storico dell’arte, Tomaso Montanari, che butta lì con sufficienza le sue verità inguardabili: l’autenticità della Sindone sarebbe una fake news el’incontestabile verità scientifica’ sarebbe che ‘la Sindone è un manufatto medioevale francese’.

Evidentemente, non essendo un esperto della reliquia, si è incautamente rivolto a fonti inaffidabili che l’hanno ingannato con le loro -quelle sì- fake news di una presunta falsità condita dalla ridicola leggenda, confezionata ad hoc, del pio artista che crea la Sindone con fede.
Lo zelante critico d’arte si affretta ad aggiungere che «non è certo un capolavoro», «è di modesta qualità artistica». Evidentemente il pover’uomo che si è cimentato a colorare questo enorme lenzuolo, oltre alla fede non aveva altre doti. Perché allora, se quello che conserviamo a Torino è solo il pasticcio di un principiante, Montanari non ci fa vedere cosa sa fare di meglio? E se non vuole cimentarsi lui nell’impresa, perché non trova qualcuno che sappia almeno copiare la Sindone?

L’infelice uscita dello storico dell’arte ha sollevato un coro di proteste e la rivistaAboutartonline ha pubblicato i contributi di undici esperti di alto profilo che hanno bocciato senza scampo le sue maldestre teorie, confrontandole con quanto ci dicono la fisica, la chimica, la biologia, l’archeologia, la storia dell’arte in merito al venerato lino.

L’amara conclusione di questa vicenda è che a qualcuno la Sindone dà fastidio. E li capisco: l’antico lenzuolo è una presenza scomoda per chi non vuole fermarsi a riflettere su una vicenda di duemila anni fa che ha diviso la storia e cambiato il destino dell’umanità.

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