domenica, Settembre 20

La simbiosi energetica tra Egitto ed Eni

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Ma la vera scoperta resta effettivamente quella dei due pozzi Zorh, per due ragioni, la prima qualitativa e la seconda quantitativa. Per quanto riguarda quella qualitativa risulta che il gas estratto sia composto da pochi condensati, anidride carbonica e zolfo, ma prevalentemente metano. Questo aspetto è molto importante per i costi di produzione, in quanto trovandosi già naturalmente privo di queste sostanze il gas può essere lavorato facilmente, diminuendo i tempi e di conseguenza anche le spese, nonché il prezzo di immissione nella rete pubblica.
Per quanto riguarda la caratteristica quantitativa invece, si stima che il ciclo produttivo sarà completato al massimo entro un anno e raggiungerà il massimo livello entro il 2019, il che significa circa 75 milioni di metri cubi di gas al giorno. Per capire la portata basta ricordare che il TurkishStream, progetto di gasdotto che doveva portare il gas russo in Europa attraverso la Turchia, al momento in stallo a causa del conflitto siriano, avrebbe avuto una portata annua di circa 63 miliardi di metri cubi di gas.

E’ evidente che questa consistenza scoperta, con una prospettiva di questa portata, in territorio egiziano ha delle ricadute economiche e geopolitiche di una rilevanza assoluta, oltre ovviamente a certificare ancora una volta le capacità di esplorazione della compagnia italiana Eni.

La prima considerazione è a vantaggio dell’Egitto stesso. Questa scoperta infatti può rendere l’Egitto indipendente da una parte del suo fabbisogno energetico, il che significa un abbassamento dei costi privati in merito allo sviluppo economico, ovvero minori costi di mantenimento per le industrie e aziende egiziane che si trasforma in una sempre più probabile ripresa economica, da troppo tempo attesa. La ripresa economica andrebbe di pari passo con l’aumento dei consensi del governo a guida militare del generale Al-Sisi, il quale potrebbe utilizzare una maggiore stabilità politica interna da riversare sui fronti esterni.

Uno dei fronti sui quali riversare, oltre che la stabilità politica, forse anche quella energetica è quello della Libia. Come noto, Al-Sisi parteggia per il governo di Tobruk a guida del colonnello Haftar, il quale gestisce momentaneamente una zona con discrete quantità di gas e dalla quale partono diversi gasdotti che si diramano al centro e ad ovest rasenti le coste del Paese. Attualmente le fonti energetiche sono nel mirino delle milizie terroristiche del Califfato Nero, quindi è opportuno vedere come e se si risolverà la questione libica. In caso di stallo, le risorse dell’Egitto potrebbero essere utilizzate anche dal governo di Tobruk, se e quando i due militari, Al-Sisi e Haftar, riterranno opportuno farlo.

Uno degli attori regionali che sicuramente sarà svantaggiato da questa scoperta e dai futuri vantaggi per l’Egitto è la Turchia. Sempre affamata di risorse energetiche, la Turchia è in contrasto con il governo egiziano, dalla cacciata della Fratellanza Musulmana nel 2013. E’ evidente che una maggiore crescita e solidità del governo e degli interessi di Al-Sisi nell’area non sono visti di buon occhio da Ankara.

Un’altra prospettiva, seppur al momento sia solo un ipotesi, è un hub energetico tra Egitto, Israele e Cipro, di cui il collante per eccellenza sarebbe sempre Eni attraverso le sue attività esplorative e di sviluppo. Per quanto riguarda l’Italia invece, è evidente che qualche vantaggio rilevante sia richiesto anche da Roma, considerata l’influenza che lo Stato Italiano ancora riveste nella Compagnia. Appena scoperto il giacimento l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi ha affermato che una parte del gas potrebbe essere arrivare anche in Italia, passando per l’impianto di liquefazione di Damietta e successivamente al riclassificatore di Panigaglia sulle coste liguri. Al momento questa prospettiva non è stata confermata, ma di sicuro si vedranno dei vantaggi anche sul suolo nazionale, magari non esclusivamente in forma guadagni energetici.

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