martedì, Agosto 4

La sicurezza energetica americana

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Il tema della sicurezza energetica appartiene ai dibattiti strategici ormai da qualche anno. La questione non è solo economica, ma riguarda anche la difesa, con la necessità di passare dalla questione della sicurezza ener­getica a quella degli approvvigionamenti, per estendere l’analisi alla sicu­rezza dei flussi. È in questo contesto che si inseriscono le cosiddette ‘guerre del petrolio‘, come possono a ragione essere considerate le due guerre del Golfo, la guerra in Afghanistan o la guerra in Libia. Se però il fattore petrolifero è stato sicuramente uno dei fattori determinanti di questi conflitti, le loro profonde motivazioni sono invece da ricercare negli equilibri geopolitici.

Affiancandosi alle complesse questioni riguardanti il cosiddetto ‘oro ne­ro’, in questo scorcio di XXI secolo, la questione del gas è diventata pre­minente e sta assumendo sempre più importanza rispetto a quella del pe­trolio nei discorsi degli analisti. Ciò è dovuto a vari fattori: risulta impossibile negare l’interesse generato dalle previsioni sul picco petrolifero, ed è altret­tanto vero che la crescita esponenziale della domanda di energia, soprat­tutto da parte delle economie emergenti, con la parallela difficoltà tecnica di estrazione dai nuovi giacimenti scoperti, rendono indispensabile trovare soluzioni alternative.

È in quest’ottica che si assiste sempre più a una pianificazione, da parte dei vari Paesi, del proprio approvvigionamento energetico, da cui dipen­de la stessa sicurezza energetica. Si cerca di ridurre i consumi e di mi­gliorare le infrastrutture per una minore dispersione, diversificando le fonti di importazione, sviluppando le fonti di energia rinnovabile e controllando le principali risorse nazionali.

La sicurezza degli approvvigionamenti però, con il suo peso economi­co non indifferente, non riguarda solo le fonti di energia, ma anche le ma­terie prime come i prodotti agricoli, i minerali o le cosiddette ‘terre rare‘. Queste ultime, in particolare, sono un esempio di come una questione ap­parentemente solo economica si sposti in realtà molto facilmente su un piano geopolitico: la Cina ne detiene, infatti, più del 90% della produzio­ne e sfrutta questo monopolio per i propri interessi, per esempio ai danni del Giappone, verso cui gravano restrizioni all’esportazione a causa delle controversie territoriali che lo contrappongono alla potenza cinese.

Infi­ne, nuove tensioni sorgono anche a proposito di beni considerati ‘abbon­danti‘: si tratta delle terre coltivabili, cui è collegato il fenomeno del land grabbing, e di risorse chiamate ‘beni comuni’, come l’acqua, che già ali­menta tensioni più o meno latenti, l’aria e la ‘possibilità’ di inquinarla (si vedano i crediti di emissione stabiliti dal Protocollo di Kyoto), la biodi­versità, il patrimonio genetico, ecc. A fronte dello scenario appena descritto, si pone dunque la necessità per i vari Paesi di assicurarsi l’accesso e l’approvvigionamento delle di­verse risorse. Infatti, parallelamente a una scarsità crescente di queste ul­time cau­sata anche dalla pressione demografica che non accenna a diminuire, si ha un aumento dei flussi di scambio di ogni genere, materiali e immateriali, di beni e persone o di informazioni e denaro, dovuto alla globalizzazione. È sulla sicurezza dei flussi, soprattutto quelli materiali, che si gioca la sicu­rezza degli approvvigionamenti, con tutte le implicazioni economiche e militari del caso.

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