sabato, Maggio 30

La sfida tra Bitcoin ed Ethereum

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Tra i suoi tanti effetti inaspettati, lo scoppio della crisi nel 2007/2008 ha indubbiamente dato un forte impulso alla creazione delle criptovalute. Si tratta, in sostanza, di valute digitalizzate che funzionano secondo i principi della crittografia e si muovono attraverso tecnologie peer-to-peer su una rete blockchain (‘catena di blocchi’), i cui nodi sono rappresentati da singoli computer disseminati in tutto il mondo che vanno a formare un unico ‘database distribuito’. Un sistema decentralizzato, insomma, svincolato dal controllo di qualsiasi ente regolatore che funziona esclusivamente tramite internet. Questa ‘rivoluzione monetaria’ si propone di introdurre strumenti di pagamento sconnessi dal sistema delle Banche Centrali, in modo da privare le autorità statali della facoltà di influenzare il corso monetario. L’assenza di enti centrali con funzioni di emissione e controllo dei cambi rendono inapplicabile qualsiasi ‘operazione dall’alto’; il blocco dei trasferimenti e il congelamento dei conti correnti risulta inattuabile senza il possesso delle relative chiavi.

Bitcoin, la moneta elettronica ideata da un anonimo sviluppatore conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, si è immediatamente imposta come moneta dominante nel settore delle criptovalute. Nakamoto ha pensato bene di dar vita a un sistema che contemplasse introduzioni progressive di valuta sulla base della domanda vigente, riflettendo così l’ordine naturale che pone a disposizione quantità limitate di risorse – secondo il disegno originario, il limite massimo di Bitcoin da immettere in circolazione non dovrebbe superare le 21 milioni di unità. Caratteristiche che rendono il Bitcoin molto simile alle materie prime (non  è un caso che esista un mercato dei future sul Bitcoin) anche nei suoi aspetti più pericolosi, vale a dire l’elevato livello di volatilità. Nell’arco di meno di dieci anni, il Bitcoin ha alimentato un giro d’affari di oltre 40 miliardi di dollari, e non a caso un numero crescente di istituti di credito hanno lo hanno incluso nel ventaglio dei propri asset finanziari. Ma è alto il rischio che l’emergere di un difetto strutturale o la circolazione incontrollata di voci riguardanti la scarsa solidità dell’architettura informatica su cui poggia facciano crollare la valutazione del Bitcoin.

Molti si chiedono cosa accadrà quando il limite massimo dei 21 milioni di Bitcoin immissibili, previsto dal suo ideatore, sarà ormai in circolazione. Si procederà a una correzione al rialzo per consentire nuove immissioni o saranno domanda ed offerta a determinare il valore di ciascuna unità di valuta elettronica in un sistema monetario saturo e non ampliabile? In entrambi i casi, il rischio di un crollo fragoroso è assai concreto, come dimostra l’andamento registrato dalle turbolenze verificatesi nei mesi recenti. Dopo aver messo a segno una cavalcata pazzesca, che ne ha incrementato il valore da 968 a 3.012 dollari in appena sei mesi (dal 31 dicembre 2016 all’11 giugno 2017), il Bitcoin ha perso oltre il 30% in appena una settimana, finendo per stabilizzarsi attorno alla cifra di 2.500 dollari. Il trend è quello tipico delle bolle finanziarie, come si sono spinti a osservare diversi addetti ai lavori quali Brett Arends, giornalista economico alle dipendenze dell’affidabilissimo sito ‘MarketWatch‘, e un gruppo di analisti di Morgan Stanley. Altri esperti, come Jeremy Liew di Snapchat e Saxo-Bank, hanno invece espresso l’opinione opposta, convinti che l’affermazione di Bitcoin poggi su solide fondamenta e che il valore di una singola unità di tale cripitovaluta andrà crescendo costantemente nell’arco dei prossimi anni.

Esiste tuttavia il concreto rischio, messo in risalto dall’hedge fund Polychain Capital (specializzato nel settore), che il primato nel comparto delle criptovalute conquistato da Bitcoin (spaccasi nel frattempo in due a causa della scissione di Bitcoin Cash) decada fragorosamente per effetto dell’ascesa di Ethereum, l’agguerritissimo concorrente fondato nel 2014 da un brillante programmatore russo di nome Vitalik Buterin. Come riportaBusiness Insider‘: «rispetto al Bitcoin, Ethereum è stata pensata come uno strumento per le transazioni tra imprese. In pratica, Buterin ha messo a punto un protocollo di fiducia su cui costruire contratti tra due parti, che si possono applicare in settori completamente differenti tra loro, dalla finanza all’energia, passando dall’istruzione, senza la necessità di intermediari (notai per esempio)». Grazie a tali specifiche, Ethereum è riuscito a realizzare una crescita del 5.000% e una capitalizzazione di mercato di 36 miliardi di dollari (a fronte dei 49 di Bitcoin) nei suoi primi tre anni di vita, nonché a fungere da perno attorno cui ruota l’Ethereum Enterprise Alliance, il gigantesco consorzio che riunisce grandi imprese intenzionate a integrare tale tecnologia nelle loro infrastrutture. Di esso fanno parte colossi dell’alta tecnologia come Microsft e Intel e grandi banche come Jp Morgan Chase, Bank of New York Mellon, Credit Suisse ed Ubs.

Ma il vero colpo da maestro messo a segno da Buterin consiste nell’aver suscitato l’interesse di Vladimir Putin, il quale intende fare della tecnologia alla base di Ethereum la chiave per lo sviluppo di una cripto valuta nazionale. Si tratta di uno strumento particolarmente affilato per erodere lo strapotere finanziario Usa incardinato sul dollaro, il cui potenziale è destinato ad accrescere ulteriormente  a causa del fatto  che anche la Cina ha deciso di muoversi per dar vita a uno yuan-renminbi digitale modellato sulla falsariga di Ethereum. Che sia la Russia a farsi portatrice di innovazione in un settore strategico come quello dell’economia digitale risulta fondamentale ai fini dei disegni di Putin, perché consente a Mosca di intensificare il processo di diversificazione dell’economia russa e di garantire alla Federazione la possibilità di «conseguire vantaggi similari a quelli ottenuti dai Paesi occidentali all’inizio dell’età di Internet», come ha osservato Vlad Martynov, consigliere  della Ethereum Foundation.

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