venerdì, Novembre 15

La sfida Stati Uniti-Germania dietro l’affaire Monsanto Le vicende legate al colosso agricolo rientrano nel più ampio confronto tra Berlino e Washington

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Recentemente, un giudice di San Francisco ha condannato Monsanto a versare ben 289 milioni di dollari come risarcimento nei confronti di un bidello afflitto da cancro. Nello specifico, il tribunale competente ha riconosciuto la fondatezza dell’accusa secondo cui la malattia sarebbe stata contratta a causa di un periodo di contatto prolungato del paziente con diserbanti a base di glifosato. Al centro della questione vi è soprattutto l’ormai arcinoto Roundup, uno dei più comuni erbicidi in circolazione. La somma, di per sé, è poco più che irrisoria per il colosso dell’agri-business, ma il discorso cambia radicalmente se si considera che il procedimento legale è il primo di più di 5.000 cause intentate negli Usa contro la società. Si profila quindi la possibilità di una gigantesca class-action che potrebbe mettere in serissima difficoltà Monsanto, i cui dirigenti hanno immediatamente esternato l’intenzione di ricorrere in appello contro la sentenza in quanto, come si legge nel comunicato diramato dall’ufficio stampa dell’azienda, «la decisione del tribunale non cambia il fatto che oltre 800 studi ed esami scientifici provano che il glifosato non provoca il cancro». In realtà, la questione appare ben più complessa e controversa rispetto a quanto asserito dai legali della compagnia.

Nel dicembre 2017, la Commissione Europea ha rinnovato la licenza per l’impiego del glifosato all’interno dei confini comunitari con una sorta di imposizione dell’alto che ha posto fine alla vivace diatriba accesasi in merito alle ripercussioni sulla salute dei cittadini che l’uso dell’erbicida avrebbe potuto provocare nel lungo periodo. Poche settimane prima, infatti, il Parlamento Europeo, dal canto suo, aveva bocciato a larghissima maggioranza (355 voti favorevoli, 204 contrari e 111 astenuti) la richiesta di prorogare di 10 anni l’autorizzazione all’impiego dell’erbicida, decretando allo stesso tempo il divieto immediato per l’uso all’interno dell’Unione Europea in previsione di istituire un bando totale entro il 2022. La presa di posizione dell’Europarlamento nasceva dal fatto che «i documenti interni alla Monsanto resi di pubblico dominio sono forieri di forti dubbi riguardo all’attendibilità di alcuni studi di cui l’Unione Europea si è avvalsa per valutare l’impatto sulla sicurezza generato dal glifosato». Studi che hanno indotto l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) e l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche (Echa) a ritenere non cancerogeno in glofosato, a differenza dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) che l’ha bollato come ‘probabilmente cancerogeno’.

È interessante notare, a questo proposito, che la Commissione Europea ha avuto modo di ribaltare il pronunciamento del Parlamento Europeo grazie al voto determinante della Germania, che si espresse inaspettatamente in favore della proroga a Monsanto per l’utilizzo del glifosato dopo essersi collocata a lungo sulla posizione fortemente scettica promossa in primis dalla Francia. Svariati osservatori smaliziati hanno avanzato il sospetto che il repentino cambio di registro varato da Berlino in merito alla vicenda sia stato pesantemente influenzato dal fatto che, di lì a pochi mesi, sarebbe andato definitivamente in porto il processo di acquisizione di Monsanto da parte di Bayer per la colossale cifra di 63 miliardi di dollari. Tesi oggettivamente avvalorata dall’accordo commerciale raggiunto lo scorso luglio tra Unione Europea e gli Stati Uniti, in base al quale i Paesi comunitari si sono impegnati ad acquistare dagli Usa il Gas Naturale Liquefatto (Gnl) e la soia Ogm colpita dai contro-dazi cinesi, in cambio della rimozione delle tariffe su acciaio e alluminio e della mancata applicazione di dazi sull’import di automobili fabbricate in Europa. Detentrice dei brevetti sulla soia Ogm era proprio quella Monsanto appena inglobata dalla Bayer. L’impatto più pesante dell’accordo lo assorbirà probabilmente l’agricoltura italiana, strutturalmente refrattaria all’uso degli Ogm.

La condanna di Monsanto da parte del tribunale di San Francisco potrebbe tuttavia vanificare i termini dell’intesa, costringendo la Commissione Europea a tornare sui suoi passi riallineandosi sulla posizione anti-glifosato su cui si era collocato l’Europarlamento. Il che spiega il tonfo borsistico registrato dalla Bayer nei giorni successivi alla sentenza statunitense: a Francoforte, il gigante chimico ha perso in un giorno quasi l’11% della propria capitalizzazione di mercato, giunta ai minimi da due mesi a quella parte. Ciò che colpisce della sentenza statunitense è il suo straordinario tempismo. Monsanto – l’agente Arancio, la sostanza defoliante ed iper-cancerogena impiegata massicciamente dall’esercito Usa durante la Guerra del Vietnam, è uno dei suoi prodotti più noti – è una società dalla reputazione alquanto controversa. Lo conferma, tra le altre cose, uno studio condotto alcuni mesi fa dal ‘Journal of Environmental Toxicology and Pharmacology’ in cui si richiama l’attenzione sugli effetti dell’esposizione umana a lungo termine al glifosato. Nel documento si citano gli effetti riscontrati sui ratti dopo otto giorni di esposizione a un erbicida a base di glifosato, e si giunge alla conclusione che «un’esposizione continuata a questo erbicida potrebbe alterare la riproduzione nei mammiferi». Secondo l’esperto William Engdahl, autore di un documentatissimo libro sull’impatto dell’agri-business sull’ambiente e sulla salute umana, «esistono numerosi studi indipendenti dalla Monsanto e da altre fonti vicine all’industria agricola che dimostrano ad un livello allarmante che l’esposizione delle specie umane e animali a erbicidi a base di glifosato può essere causa di tumori e cancro, ma può anche danneggiare la riproduzione sessuale umana sia attualmente che in futuro. Altri test hanno rivelato la presenza di quantità significative di glifosato, dovuta al suo uso come erbicida, nella maggior parte della popolazione degli Stati Uniti dove il Roundup della Monsanto viene utilizzato in dosi massicce in agricoltura così come nei giardini di casa».

L’affaire Monsanto va quindi a inserirsi nel lungo ed estenuante braccio di ferro tra Stati Uniti e Germania di cui molto superficialmente si tende ad esaltare il carattere congiunturale e non strutturale, determinato cioè dall’ascesa al potere di Donald Trump. Quest’ultimo è effettivamente intenzionato a riequilibrare i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e i loro partner anche a costo di assestare contro di loro colpi devastanti e scompaginare l’ordine liberoscambista in vigore ormai da decenni. Il punto è che già sotto l’amministrazione Obama si era assistito a un evidente deterioramento delle relazioni tra Washington e Berlino legato alle gigantesche eccedenze commerciali tedesche e alle continue oscillazioni della Germania verso Russia e Cina, giudicati entrambi dagli Usa come pericolosi fattori di instabilità per l’assetto internazionale fondato sull’egemonia statunitense. Il Datagate, il Dieselgate, le pesantissime multe comminate dalle autorità Usa a Deutsche Bank e l’attuale vicenda-glifosato segnano quindi un progressivo inasprimento delle tensioni bilaterali, che vede la Germania barcamenarsi nell’affannoso tentativo di contenere gli effetti dirompenti dell’aggressività statunitense.

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