giovedì, Ottobre 1

La sfida della Federal Reserve

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Come è noto, all’interno di ciascun Paese esiste una stretta correlazione tra tasso di interesse e andamento del Pil: un tasso di interesse elevato viene solitamente applicato per tenere a freno l’inflazione, che risulta a sua volta dall’aumento del volume del denaro circolante e/o dall’incremento della velocità di circolazione dello stesso. Circostanze alla base delle quali non può che esserci una situazione che veda le famiglie disporre di reddito piuttosto elevato. L’abbassamento dei tassi di interesse è, di converso, la ricetta comunemente impiegata per stimolare un’economia rimasta al palo a causa del ristagno delle remunerazioni medie – e della conseguente limitazione delle spese da parte delle famiglie – e del crollo degli investimenti da parte delle imprese.

Come si spiega quindi che negli Stati Uniti i tassi di interesse siano rimasti prossimi allo zero nonostante la ripresa dell’economia Usa annunciata entusiasticamente da tutti i media? Il punto è che la decisione di affiancare una linea operativa di monetizzazione del debito all’abbassamento dei tassi di interesse si è tradotta nell’aumento esponenziale dei bilanci delle banche, che hanno potuto prendere in prestito a costo irrisorio quantità esorbitanti di denaro che sono poi state reinvestite sui mercati azionari. Così, mentre l’indice Dow Jones bruciava un record dietro l’altro, l’economia reale ha continuato ad arrancare. Per questo la ripresa economica realizzata dagli Usa non sia accompagnata né da un sostanziale incremento occupazionale – il ritocco dei metodi di calcolo non è riuscito ad occultare il fatto che attualmente gli Usa stiano conoscendo la più bassa partecipazione della forza lavoro dei cittadini in  età lavorativa dal secondo dopoguerra –  né dall’allargamento e dal potenziamento della classe media.

Una classe media che, al contrario, è stata colpita in maniera durissima dalla stagnazione dei salari, che sono ormai fermi ai livelli di 40 anni fa. Allora, il governatore della Federal Reserve Paul Volcker, preoccupato dall’instabilità monetaria connessa al ripudio di Bretton Woods (15 agosto 1971) da parte di Nixon, decise di operare una drastica stretta creditizia (credit crunch) elevando i tassi di interesse a livelli ben superiori a quello d’inflazione. Questa mossa servì indubbiamente a stabilizzare e rafforzare il dollaro a spese dei concorrenti, che per mantenersi competitivi sul mercato dei capitali si videro costretti ad elevare i propri tassi di interesse.

Dal momento che i prestiti da essi contratti erano agganciati al dollaro e regolati da tassi variabili, gli interessi aumentarono esponenzialmente determinando numerose crisi debitorie nei Paesi maggiormente esposti nei confronti degli Usa. Il dissesto economico in cui caddero molti Paesi in via di sviluppo canalizzò un flusso sempre crescente di investimenti negli Stati Uniti, consolidando il ruolo di Wall Street come perno finanziario mondiale, mentre sul piano interno fu proprio la popolazione statunitense a pagare il prezzo di tale linea restrittiva, per effetto del declino dei servizi statali e della riduzione di posti di lavoro dovuta alla delocalizzazioni delle grandi imprese incoraggiata dalla politica del ’dollaro forte’.

La mancata crescita dei salari collegata al credit crunch decretato da Volcker costrinse coloro che gli succedettero alla guida della Fed a varare una linea operativa imperniata sull’abbassamento progressivo dei tassi di interesse al fine di incoraggiare le famiglie statunitensi dal reddito stagnante a indebitarsi per mantenere il tenore di vita che avevano in precedenza. Le autorità di Washington, dal canto loro, pensarono di sostenere questo processo rimuovendo le regole fondamentali che erano state introdotte svariati decenni prima (come il Glass-Steagall Act) per disciplinare l’attività dell’industria finanziaria, onde permettere ai colossi del credito a continuare a macinare profitti – attraverso meccanismi complessi come la cartolarizzazione, che è all’origine della proliferazione di derivati esplosivi come i Collateralized Debt Obligation – pur concedendo prestiti anche a coloro che non erano in grado di esibire adeguate garanzie. Ne consegue che, quantomeno dalla metà degli anni ’80 in poi – e con una brusca accelerazione negli anni ’90 e 2000 –, il debito si è imposto a motore dell’economia statunitense.

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