sabato, Ottobre 24

Cina, la sfida per la leadership globale

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Con discrezione e senza grossi strappi, ma inesorabilmente, la Cina sta muovendo da qualche tempo alla conquista del mondo. L’enorme numero di abitanti della Repubblica Popolare, oggi arrivati a 1,35 miliardi, solletica da tempo l’immaginario occidentale e suggerisce l’incubo di un’invasione fisica. Oggi nessuna guerra è alle porte e nemmeno si registrano pressioni migratorie insostenibili da Oriente, ma qualcosa sta accadendo per davvero. C’è un dato infatti che ha fatto lievitare l’attenzione globale, e cioè che nel 2015 la Cina diventerà il primo investitore estero del pianeta, con 110 miliardi di dollari reinvestiti in Paesi stranieri. Insomma, forte di riserve valutarie pari a 4 mila miliardi di dollari, il Presidente Xi Jinping, e prima di lui Hu Jintao, ha dato una forte accelerata alla strategia del ‘go global’ e le conseguenze si fanno sentire in ogni angolo della Terra. In Nicaragua, l’azienda di Hong Kong HKND costruirà un secondo canale dopo quello panamense, che con 278 chilometri di lunghezza e 40 miliardi di dollari di costi dovrebbe essere l’opera più imponente mai realizzata; intanto parecchi Paesi africani accolgono da anni a braccia aperte gli investimenti cinesi nei settori delle materie prime e nell’alimentare, con circa 20 miliardi di euro portati nel Continente nero nel quinquennio 2009-2014.

L’Europa, appesantita da una perdurante crisi economica, di questi tempi si ritrova a sua volta a interpretare la parte della preda, ben contenta di accogliere i danarosi uomini d’affari dei colossi cinesi, spesso a trazione statale, oppure direttamente i rappresentanti di China investment corporation, il fondo sovrano di Pechino, o della People’s Bank of China, la banca centrale. La Grecia, grande malato europeo, ha visto lievitare il peso cinese nella propria economia e oggi, con l’acqua alla gola per una crisi di liquidità sempre più imminente, sta per vendere le quote restanti del Porto del Pireo al gruppo mandarino Cosco, dal 2008 al 37% nella Pireus Port Authority e che in questi anni ha già trasformato lo scalo nel principale hub mediterraneo per le merci provenienti dalla Cina. Atene è tra l’altro solo il primo tassello nella creazione di una ‘nuova Via della Seta, che farà un ulteriore passo entro il 2017 con l’agganciamento del Pireo a una nuova linea ferroviaria Belgrado-Budapest; il tutto, naturalmente, grazie a finanziamenti e lavori di aziende cinesi.  Le autorità europee sono in apprensione, tanto più che il Premier Tsipras minaccia a fasi alterne di stringere ulteriormente i rapporti con Mosca e Pechino, spingendosi a concordare per le malandate casse di Atene un piano di aiuti finanziari alternativo rispetto a quello della Troika. Ad ogni modo la Grecia non è l’unico ventre molle del Vecchio Continente e bisogna pur sempre considerare che nella moderna economia di mercato globalizzata le ragioni di Stato e gli interessi strategici di natura geopolitica arrivano fino a un certo punto. E così negli ultimi cinque anni gli investimenti diretti del Dragone Rosso in Europa sono stati pari a circa 45 miliardi di euro; basti pensare che sotto controllo cinese sono oggi le società che gestiscono l’energia elettrica e l’acqua di Londra.

E l’Italia? Dopo l’Opa lanciata su Pirelli da ChemChina, alcuni analisti hanno fatto scattare l’allarme rosso e senza esagerazioni si può arrivare a sostenere che il nostro Paese sia nell’occhio del ciclone cinese. Lo scorso anno l’Italia è stato il secondo Paese in Europa per ammontare di investimenti diretti cinesi dopo la Gran Bretagna e sono già 195 le imprese passate sotto proprietà cinese. Così Romano Prodi, molto stimato nelle alte sfere del Governo di Pechino e considerato da più parti una sorta di Kissinger europeo in Cina, è arrivato a dichiarare in questi giorni che «oramai la politica industriale italiana si fa a Pechino, quando invece bisognerebbe riappropriarsene come hanno fatto tutti».

E della stessa opinione pare essere anche Carlo Pietrobelli, docente di Economia all’Università Roma Tre e capo economista della Banca interamericana di sviluppo (IADB), secondo cui «l’aumento degli investimenti cinesi in Italia non è un problema e una fonte di preoccupazione in sè, quanto piuttosto poiché sembra mancare una politica industriale complessiva e coerente. L’entrata di investimenti dall’estero dovrebbe trovare una corrispondenza in analoghi investimenti italiani all’estero, alla ricerca di opportunità economiche; tali relazioni ed investimenti offrirebbero poi il vantaggio di consentire l’accesso a significativi flussi di conoscenza e di tecnologie, e ad opportunità di apprendimento fondamentali per uno sviluppo industriale italiano dinamico e competitivo.
In un contesto di integrazione economica internazionale dinamica, e quindi benefica, sono i flussi di investimento in entrata ed in uscita che fanno la differenza. L’Italia sembra poi assente da posizioni significative nel nuovo modo di organizzare la produzione e gli scambi internazionali, definito da molti come ‘catene globali del valori’, diversamente da altri Paesi europei ed asiatici».

E sotto questa luce va forse visto l’ingresso cinese nell’azionariato di alcune aziende strategiche italiane. Oltre ad acquisizioni che hanno fatto notizia (da Ansaldo Energia, a Ferretti, Krizia e Cifa), State Grid ha infatti, per esempio, comprato il 35% di Cdp Reti e il Fondo sovrano cinese ha di recente acquisito o implementato partecipazioni non irrilevanti anche in Eni, Enel, Telecom e altre. Ora sono in molti a chiedersi quale sia la logica di queste mosse. Pechino sarà un mero partner finanziario oppure via via che i cda verranno rinnovati i nuovi azionisti reclameranno un posto nei board e faranno sentire la loro voce anche per quanto riguarda governance e piani industriali? Il parere di Pietrobelli è che «raramente la Cina si muove al di fuori di una strategia integrata nella quale le scelte finanziarie siano incoerenti con le scelte industriali. E tali strategie sono spesso di medio lungo periodo. È possibile che questa coerenza non sia immediatamente esplicita e definita, ma c’è da aspettarsi che lo divenga presto». In generale è possibile però fin da ora affermare che «la presenza produttiva cinese in Europa ed in Italia segua una logica complessa. Spesso non si tratta infatti soltanto di acquisizioni finanziarie, ma di investimenti volti ad acquisire quelle competenze e quelle capacità che mancano alle imprese cinesi e che queste ritengono di poter trovare sui mercati internazionali. E gli investimenti cinesi in aree dove sono presenti le nostre imprese più capaci di utilizzare al meglio il design, i marchi, l’innovazione di prodotto si spiegano secondo questa logica».

Il capoeconomista di Iadb invita poi a mettere insieme tutti i pezzi per avere un quadro più chiaro di ciò che sta succedendo nei rapporti con la Cina, e a non sottovalutare quindi anche il peso del nostro export e gli investimenti a esso connessi. Il 16 marzo è giunta a Pechino una delegazione italiana guidata dal Vice Ministro allo Sviluppo, Carlo Calenda, evento che ha seguito la visita del Premier Renzi nel giugno del 2014. Tra l’altro in quell’occasione ci furono importanti aperture da parte del colosso dell’e-commerce Alibaba, il quale promise un canale preferenziale per le aziende italiane all’interno del portale e firmò un memorandum col nostro Ministero dello Sviluppo. Secondo i dati della Sace, in termini di scambi commerciali l’Italia rappresenta il 15° partner commerciale della Cina a livello mondiale e il 4° a livello europeo; il settore di punta è quello della meccanica strumentale, seguito da moda, del settore auto e della manifattura e nei primi nove mesi del 2014 gli scambi commerciali sono aumentati in entrambe le direzioni di circa il 6%. Per quanto riguarda invece le imprese italiane stabilitesi in Cina, sarebbero circa 2 mila, e occupano circa 60 mila lavoratori, con un fatturato di circa 5 mld di euro. Dati che all’apparenza sembrano discreti ma, allargando l’orizzonte, Pietrobelli è convinto che «gli ultimi Governi abbiano fatto poco, soprattutto nella chiave di politiche integrate di investimenti verso l’estero e dall’estero, e di esportazioni integrate agli investimenti e all’organizzazione internazionale della produzione secondo la logica delle catene globali del valore. La consapevolezza dell’importanza strategica di questi temi sembra essere moto scarsa, e rischiamo ormai di arrivare in ritardo».

A ciò si aggiunga il fatto che probabilmente siamo alla vigilia di uno storico cambio di passo nella politica monetaria di Pechino, che potrebbe stravolgere le dinamiche dei flussi globali di merci. Le autorità cinesi hanno infatti fatto capire che l’internazionalizzazione dello Yuan proseguirà (anche in vista dello sbarco degli istituti di credito cinesi nel mercato occidentale) e che si arriverà gradualmente a una piena convertibilità nel medio periodo. Già entro quest’anno un terzo del commercio estero cinese sarà regolato in Yuan. L’apprezzamento di uno Yuan libero di flutturare nel Forex, da alcuni stimato attorno al 30%, sarebbe forse il più grande terremoto finanziario di sempre, viste le implicazioni sull’import-export cinese e sul recupero di competitività di tutte le economie avanzate; senza considerare l’enorme fetta del debito americano oggi in mano a Pechino, che compra Treasury Bond proprio con gli oltre 4 mila miliardi di dollari di riserve valutarie accumulati in tutti questi anni di Yuan ‘bloccato’.

In questo contesto di difficoltà appare però legittimo guardare con ottimismo alle recenti mosse del Governo italiano per quanto riguarda la gestazione dell’Aiib, la Banca d’investimenti in infrastrutture asiatiche, che dopo due anni di colloqui e annunci è entrata in fase di lancio. Teoricamente il nuovo ente si propone come un istituto partecipato dai Paesi aderenti, al pari di Fmi, Asian development bank e Banca Mondiale, ma sarà chiaramente a trazione cinese, anche considerato che il Paese ha le riserve valutarie più cospicue al mondo e ha assoluto bisogno di fare investimenti produttivi. Tra l’altro è notizia recentissima che Italia, Francia e Germania entreranno in Aiib come soci fondatori, e che il Tesoro italiano avrà addirittura un ruolo attivo nella stesura dello statuto. Gli Usa non sembrano aver preso molto bene l’intera faccenda, adombrando pericoli di una futura governance poco democratica e trasparente, in realtà temendo un deciso ridimensionamento della propria presenza in Asia. Si tratta di uno degli ultimi tasselli del nuovo ordine mondiale multipolare oppure la Cina rischia davvero di cannibalizzare i prossimi mega progetti di sviluppo in tutto il continente asiatico, visto anche gli ultimi ‘rumors’ sul fatto che starebbe pensando di aderire anche il Giappone, alleato storico di Washington? L’opinione di Pietrobelli è che «questa vicenda vada letta in un’ottica complessiva di equilibri politici ed economici internazionali, e non solo delle esigenze cinesi di maggiori investimenti. La governance delle istituzioni finanziarie internazionali è in discussione, ma gli Stati Uniti e molti Paesi europei sembrano restii a ridiscutere per esempio la composizione del capitale e degli organi di governo del FMI e della Banca Mondiale. Inoltre la Banca asiatica di sviluppo è stata tradizionalmente dominata dal Giappone, con poco spazio per altri Paesi dell’area e fuori dall’area. In questa logica la Cina prende l’iniziativa e quello che sembra uno strappo, è invece un passo coerente nella sua strategia. Tutto sommato meglio che questo avvenga in una logica multilaterale, piuttosto che nell’ambito di una iniziativa unicamente cinese. Fanno bene Italia Francia e Germania a partecipare tempestivamente, e farebbero bene a partecipare anche gli Stati Uniti, in una logica strategica mondiale complessiva, come suggerito da Martin Wolf in un articolo da poco pubblicato sul Financial Times».

Come sempre le logiche del conflitto e della chiusura preventiva non pagheranno; prepariamoci allora a un nuovo mondo, dove la Cina, che piaccia o no, sarà sempre più a suo agio nell’esercitare la propria leadership globale.

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