giovedì, Giugno 20

La scuola di carta orfana del Paese Una scuola sfasata rispetto alla società, una cultura genitoriale sempre più darwiniana, una politica priva di una visione

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Le cronache dicono che il 17 gennaio 1985, una nevicata eccezionale si abbatté su Milano. Il tetto del palazzo dello sport, inaugurato 9 anni prima, nei pressi dello stadio di San Siro, cedette a causa dell’enorme peso della neve.
L’immagine di quel pachiderma schiacciato, mi torna in mente in questi giorni, mentre ci perdevamo a discutere di scuola senza parlare di scuola. Dispute inutili, lontane dalle domande più scomode che incombono sulla nostra scuola ma a cui non necessariamente dovrebbe rispondere essa stessa, che mi pare sottoposta ad una pressione, spesso ingiusta, simile a quella che dovette sopportare il palasport di cui sopra, con gli esiti che seguirono.

Possiamo anche parlare di sentenze della Corte Costituzionale e di responsabilità verso i minori di 14 anni, ma prima fissiamo la nostra attenzione su un paio di vicende, che qualcosa spiegano.
La prima risale a qualche anno fa. La Nasa invia su Marte dei piccoli Rover. Un’impresa dai costi enormi, quindi da approcciare con tutte le prudenze del caso. Ebbene la conduzione di quegli oggetti così preziosi, in tutti i sensi, effettuata dal centro di comando negli Usa, era affidata a dei giovani ingegneri, poco più che ventenni. Da noi, ragazzi di quell’età, sarebbero stati al massimo utilizzati per le pulizie dei laboratori.
La seconda vicenda è di questi giorni e racconta come la scuola sia un organismo complesso, una barca immersa in un mare popolato di attese e di pretese che non sempre fanno l’interesse degli studenti, della scuola medesima e del Paese. Mi arriva una mail, indignata, da un’insegnante della provincia di Milano. Era contrariata da un’iniziativa promossa dal comitato genitori del suo istituto, che aveva invitato un coach che va per la maggiore, i cui intenti erano così spiegati nel volantino che annunciava l’incontro: «Fare il genitore è davvero il mestiere più difficile del mondo. Bisogna insegnare ai figli a dare il massimo per avere successo a scuola, nello sport, nella vita. Vieni a scoprire quali sono le strategie educative più efficaci da applicare nelle relazioni genitori-figlio». Pericolose americanate.

Queste due vicende ci dicono alcune cose interessanti, ad esempio che una scuola senza sbocchi lavorativi è responsabile della depressione esistenziale di intere generazioni. Ma questo non può essere imputato solo alla scuola. Rimanere esclusi dal mondo del lavoro viene vissuto dai giovani come un giudizio di valore negativo, interpretato come una colpa propria. Chi rimane escluso sente ostile il proprio gruppo sociale e dunque cessa di essere un cooperatore, giacché nessuno desidera collaborare con chi lo esclude. Un grave impoverimento della società.
La seconda vicenda ci racconta che molti genitori oggi sono i veri nemici dei figli, dai quali vorrebbero sempre il massimo. Nel perseguire il loro intento mettono una pressione enorme sulla scuola, in particolare sugli insegnanti, e sui figli stessi, nevrotizzandoli e facendoli sentire dei falliti.
A corredo di tutto questo, una classe politica incapace di comprendere il valore della scuola, come dimostra il fatto che nel ministero specifico si sono susseguite figure non sempre irresistibili. Non parlo solo dell’attuale Ministra Valeria Fedeli, impossibile dimenticare che in un precedente Governo abbiamo avuto alla guida del dicastero per l’istruzione Mariastella Gelmini.

Quindi una scuola sfasata rispetto alla società, da una parte. Dall’altra una cultura genitoriale sempre più darwiniana, incapace di ricordare che un figlio normale deve essere prima di tutto un buon cooperatore, poiché siamo animali sociali e non lottatori di sumo, che si battono per accontentare genitori frustrati dalle loro vita. In mezzo una politica priva di una visione, dunque di un progetto, né per la scuola né per la società.

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