lunedì, Luglio 22

La Russia mette in crisi lo schema di alleanze Usa in Medio Oriente Il viaggio a Mosca del monarca saudita è sintomatico dell'influenza acquisita da Putin nella regione

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La prima visita ufficiale di un monarca saudita al Cremlino rappresenta un vero e proprio spartiacque strategico. Fin dal 1945, con l’accordo tra Franklin Delano Roosevelt e Ibn al-Saud, l’Arabia Saudita è impegnata a vendere petrolio rigorosamente in dollari che vengono investiti sia in ordinativi di armi di fabbricazione statunitense che nei listini azionari di New York. In cambio, Washington ha fornito a Riad la protezione militare e il sostegno politico necessari a permettere alla dinastia al-Saud di conservare il potere e mantenere i propri esorbitanti privilegi.

L’intesa ha retto per oltre settant’anni, ma gli inaspettati sviluppi della crisi siriana hanno cominciato a far emergere una serie di problemi capaci di raffreddare considerevolmente i rapporti tra statunitensi e sauditi. Questi ultimi sono i principali finanziatori del terrorismo, nonché i nemici giurati dell’Iran e di tutte le forze sciite gravitanti nell’orbita di Teheran, a partire da Hezbollah. Per anni hanno tentato di rovesciare Bashar al-Assad, alleato fondamentale della Repubblica Islamica, stipendiando i gruppi jihadisti che si introducevano in Siria dalla Turchia.

Riad si aspettava che gli Stati Uniti avrebbero progressivamente incrementato il proprio impegno per portare a compimento il progetto di ‘regime-change’ in Siria, dal momento che avrebbe compromesso la realizzazione del ‘gasdotto islamico’, appoggiato dalla Russia e concepito per far affluire metano iraniano in Europa, e spianato la strada al gasdotto qatariota, sostenuto dagli stessi Usa perché in grado di tagliar fuori l’Iran dal mercato energetico europeo e mantenere il ruolo di hub energetico di cui era (ed è ancora) titolare la Turchia. L’intervento russo in Siria ha letteralmente rovesciato l’inerzia del conflitto, e messo le forze regolari di Damasco nelle condizioni di riconquistare il controllo del Paese a scapito dei jihadisti appoggiati da Riad, che era peraltro già impegnata in una disastrosa campagna militare in Yemen rivolta a stroncare la rivolta degli Houthi, vicini all’Iran.

Così, lo sforzo finanziario profuso da Riad per sostenere i conflitti in Siria e Yemen ha cominciato, di concerto con il fallimentare strategia dell’oil-crash (il crollo del prezzo del petrolio provocato da Riad con lo scopo di assestare un duro colpo a Iran, Russia e frackers Usa), a erodere progressivamente le risorse a disposizione.

Come rileva l’analista Tom Luongo: «i sauditi sono in difficoltà finanziarie. Il loro bilancio nazionale si basava su prezzi del petrolio molto più alti. Decenni di estrazione di ricchezze e di non condivisione con il popolo hanno lasciato i Saud in una posizione molto vulnerabile. Senza costruire un’infrastruttura economica sostenibile con una forza lavoro istruita e dinamica, sono costretti negli ultimi anni ad espandere semplicemente i finanziamenti sociali per reprimere i disordini civili. Con il petrolio a meno di 60 dollari nel prossimo futuro, l’Arabia Saudita è intrappolata dalle relazioni con gli Stati Uniti e il petrodollaro. Quindi, re Salman visita Mosca non per minacciare o estorcere. S’inginocchia a Putin, sapendo che la manovra siriana guidata dagli Stati Uniti in competizione con Gazprom per il mercato del gas europeo, è fallita […]. I sauditi non possono cambiare marcia per salvare la situazione senza stringere forti legami con la Russia. La loro puntata valutaria sul dollaro statunitense, pietra angolare del sistema globale del petrodollaro che prevede anche il e reimpiego delle eccedenze commerciali in dollari, esaurisce le loro finanze […]. Così, re Salman va a Mosca per risolvere ciò che il suo principe ereditario ha rovinato sovrastimando l’impegno statunitense verso l’Arabia Saudita a danno del resto del mondo arabo».

Ma la ricerca dei sauditi di un accordo con la Russia per far risalire il prezzo del petrolio potrebbe spalancare le porte a un’alleanza energetica dotata della forza e del peso sufficiente a ridimensionare l’importanza dell’Opec, con pesanti ricadute sugli interessi statunitensi. Questi ultimi erano peraltro già stati profondamente danneggiati dalla crisi tra Arabia Saudita e Qatar scoppiata la scorsa estate, con Riad che imputava a Doha d’intrattenere relazioni eccessivamente amichevoli con l’Iran. L’effetto del blocco commerciale dichiarato dagli al-Saud contro il piccolo emirato ha tuttavia indotto gli al-Thani a intensificare gli scambi e i rapporti con Teheran, e soprattutto a una collaborazione per lo sfruttamento congiunto dello sterminato giacimento gasifero di South Pars, che si estende nelle acque del Golfo Persico e metà strada tra Iran e Qatar e alla cui attivazione lavorano già imprese russe e cinesi.

La torsione strategica del Qatar rende ora irrilevante quel gasdotto attraverso la Turchia che Assad si era rifiutato di appoggiare, perché Doha potrà ora servirsi della conduttura alternativa progettata dall’Iran con il supporto della Russia – coinvolta anche nella costruzione del gasdotto Iran-Pakistan-India. Il risultato di tutto ciò è che, come nota il professor Michel Chossudovsky, «il controllo geopolitico della Russia sulle condutture in direzione dell’Europa si è consolidato», a scapito degli Stati Uniti.

D’altro canto, non va nemmeno sottovalutata  la sottoscrizione, da parte di re Salman, di un accordo preliminare per l’acquisto del sistema anti-missilistico russo S-400 e l’istituzione di un rapporto di collaborazione militare con la Russia. Senza dimenticate che il monarca saudita ha anche convenuto con Putin sull’«importanza di combattere il terrorismo, di trovare soluzioni pacifiche nella soluzione dei conflitti in Medio Oriente e sul principio della integrità territoriale».

Si tratta ovviamente di dichiarazioni di rito che vanno prese cum grano salis, ma che, pronunciate dal Cremlino, suggeriscono che Salman abbia preso atto che l’influenza russa in Medio Oriente rappresenta ormai un fattore determinante. A posizioni simili sono approdati anche gli altri maggiori alleati regionali degli Stati Uniti, come dimostrato dal fatto che, come sottolinea ‘Bloomberg’, «israeliani, turchi, egiziani e giordani si recano sempre più spesso al Cremlino nella speranza che Vladimir Putin, il nuovo signore del Medio Oriente, possa garantire i loro interessi e risolvere i loro problemi».

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