sabato, Gennaio 19

La Russia all’ora della scelta I successi di Mosca in politica estera dovranno essere consolidati da un potenziamento economico che richiede non facili scelte di sistema

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Se due indizi bastano a fare una prova, come si usa dire (magari un po’ per scherzo) in materia giudiziaria, tre indizi dovrebbero eliminare ogni dubbio come la prova del nove. Agli occhi del mondo la Russia di Vladimir Putin sembra per lo più innalzata sugli scudi ovvero navigare col vento in poppa, grazie anche al protagonismo del suo ‘nuovo zar’, sul quale abbiamo già avuto modo di soffermarci pur senza nascondere che esso certo non basti a risolvere ogni problema, del suo Paese e tanto meno del resto del mondo.

Convinto proprio del contrario si mostra un russo famoso come Garry Kasparov, ex campione mondiale di scacchi, le cui vittorie sul grande rivale americano Bobby Fischer ripagavano un po’ l’URSS moribonda dell’incombente sconfitta nella ‘guerra fredda’. Esule da qualche anno negli USA dopo avere fondato un movimento di opposizione chiamato ‘L’altra Russia’, Kasparov è oggi uno dei nemici più fieri di Putin, al quale rimprovera una sconsiderata aggressività nei confronti dell’Occidente destinata, a suo avviso, ad un rovinoso fallimento.

Meno radicalmente disfattista, se non altro ex officio, è Aleksej Kudrin, ex ministro delle Finanze negli anni del boom e tuttora alto consigliere di Putin, il quale ha recentemente assicurato di apprezzare e per lo più seguire le sue raccomandazioni. Fautore di una generale liberalizzazione, Kudrin, in realtà, critica apertamente la politica economica del governo, sostenendo che se non si cambierà rotta la Russia non riuscirà a risollevarsi da una stagnazione paragonabile a quella che contribuì ad affossare l’Unione Sovietica. Avvertendo inoltre che nelle sue attuali condizioni il Paese non può permettersi una politica estera troppo ambiziosa e militante.

Condizioni che (ecco qui il terzo indizio, per così dire) sono state ampiamente analizzate e illustrate in un recente rapporto dell’OCSE (Organizzazione europea per lo sviluppo economico), di cui ha dato opportunamente conto Federico Fubini sul ‘Corriere della sera’ del 6 gennaio scorso. Anche in questo caso ne emerge un quadro decisamente negativo della situazione russa, in gran parte condivisibile benchè l’aggettivo «terribile», usato (si presume) dal giornalista del Corriere per definire quella interna del Paese, suoni alquanto eccessivo. E’ comunque un quadro che merita non poche precisazioni e qualche vera e propria correzione, per quanto riguarda la situazione attuale e soprattutto le prospettive future.

E’ incontestabile che la Federazione postsovietica sia afflitta da un’economia rachitica (un tredicesimo di quella americana), fragile e vulnerabile, e un PIL pro capite e a parità di potere d’acquisto in calo costante da vari anni come pure la produttività del lavoro. E che ciò sia attribuibile, forse in primo luogo, ad una straordinaria concentrazione delle risorse disponibili e della ricchezza nelle mani di pochi privilegiati, anche se, nonostante una pervasiva corruzione, non sia esatto parlare senz’altro di «cleptocrazia».

Si tratta semmai di clientelismo, dati i solidi legami tra i cosiddetti oligarchi politicamente ligi a Putin (quelli più indocili sono stati espropriati e messi al bando), che non può d’altronde considerarsi l’incarnazione di un simile sistema avendolo ereditato dal suo predecessore, Boris El’zin, sotto il quale una massiccia quanto sommaria privatizzazione del vecchio apparato produttivo e finanziario beneficò direttamente o indirettamente i suddetti privilegiati.

Il ‘nuovo zar’ ha trovato conveniente conservarlo, finora, perché funzionale ad un sistema politico di democrazia controllata, in pratica ‘illiberale’, ritenuta anche dall’apparente maggioranza dei russi preferibile a quella più genuina, ma caotica o addirittura conflittuale nonché inconcludente, instaurata da El’zin e ricordata oggi dal grosso dei russi come un male assoluto. Al pari, del resto, di una politica estera penosamente succube dell’Occidente, a sua volta cieco nell’approfittarne anche a scapito della causa democratica a Mosca e dintorni, già di per sé in difficoltà a trovarvi numerosi e convinti adepti.

Ovviamente connesse con la depressione economica sono le carenze delle infrastrutture (strade spesso in pessimo stato soprattutto in provincia) e dei servizi nonché le pecche del sistema sanitario, drammatizzate dal dilagare dell’AIDS che altrove invece regredisce. Sulla stampa russa meno allineata capita facilmente di leggere che per godere buona salute giova essere abbastanza ricchi. Conseguenza ma anche causa della stessa depressione sono poi i progressi troppo lenti della durata media della vita, sempre comparativamente breve specie per gli uomini. Insieme al calo delle nascite, all’elevata mortalità infantile e ad un tasso di suicidi tra i più alti nel mondo l’inconveniente concorre a cronicizzare un problema demografico particolarmente serio per i suoi riflessi occupazionali.

Com’è noto non è mancato neppure un riflesso politico, nel senso che il problema ha reso necessaria una riforma socialmente scottante come quella che ha sensibilmente innalzato, lo scorso anno, l’età pensionabile, per la prima volta dopo lunghi decenni. Vivamente contestata nel Paese, la riforma è costata cara anche a Putin che ha visto declinare sensibilmente la propria popolarità documentata dai sondaggi, oltre che ripetutamente castigati i candidati di Russia unita, il partito che maggiormente lo sostiene, in varie elezioni locali.

Attenzione, però. Nell’articolo del Corriere si registra debitamente l’esito di una recente rilevazione demoscopica secondo cui circa due terzi dei russi «considerano Putin responsabile dei problemi del Paese», segnalando che sarebbe il dato peggiore per il ‘nuovo zar’ da una decina d’anni a oggi. Ciò tuttavia non significa, come potrebbe sembrare a prima vista, che le sue quotazioni sono letteralmente crollate da livelli quasi siderali sconosciuti in Occidente. Il gradimento popolare dell’operato presidenziale, pur calando e di parecchio, rimane infatti nettamente maggioritario, come risulta da tutti i sondaggi di qualsiasi istituto del settore.

Quello in questione è stato effettuato dal Centro Levada, un istituto indipendente la cui attività dà non di rado fastidio al regime vigente, e si limita evidentemente chiedere ai cittadini se davvero esentino Putin da qualsiasi responsabilità per tutto ciò che lamentano nella gestione del Paese, e che non è affatto poco né poco importante, addebitandolo però di regola al governo, ai singoli ministri, al parlamento, ecc., le cui specifiche quotazioni sono infatti, sistematicamente, assai poco lusinghiere. Il tutto conformemente, del resto, ad un’antica tradizione già della Russia zarista.

La risposta ottenuta dai sondaggisti sembra piuttosto significare, dunque, che la maggioranza dei cittadini non vogliono passare per ingenui e neppure astuti, sanno bene che tutto dipende in ultima analisi dal capo supremo e gli attribuiscono comunque anche la capacità di correggere errori suoi o altrui ascoltando se necessario la voce del popolo. Una conferma della fiducia, insomma, tenendo conto anche degli altri sondaggi, verosimilmente condizionata ad ulteriori verifiche per le quali, negli sviluppi della vasta problematica nazionale, non mancheranno certo le occasioni a partire da subito.

Parrebbe che sia stato Putin, semmai, a sottovalutare l’acume dei suoi amministrati sopravvalutando invece la loro devozione e la propria popolarità, quando ha annunciato la riuscita sperimentazione di una nuovissima superarma: un missile strategico ‘ipersonico’ in grado di effettuare prestazioni micidiali senza precedenti, definendolo un ‘bellissimo regalo alla nazione per il nuovo anno’. E’ stato un passo falso, probabilmente, o quanto meno di cattivo gusto.

Non c’è dubbio che la grande maggioranza dei russi, il cui patriottismo è stato ampiamente collaudato nel corso dei secoli (forse con la sola eccezione del febbraio 2017), approvi la ferma difesa putiniana degli interessi e della dignità nazionali dagli attentati esterni che subiscono o li vede subire. Ed è altrettanto sicuro che i meriti del “nuovo zar” a questo riguardo contribuiscono alla sua perdurante popolarità non meno del ristabilimento dell’ordine interno e la riconquista di un minimo di benessere sia pure assai malamente distribuito.

La nuovissima arma alzerà ulteriormente il livello della sicurezza esterna senza farle compiere però un apprezzabile salto qualitativo. Si deve perciò presumere che l’uomo della strada non ne sentisse un particolare bisogno nonostante l’elevato credito di cui godono in Russia i militari. E’ oltremodo probabile, invece, che per il nuovo anno il popolo russo avrebbe preferito un regalo o più regali ben diversi, tenuto conto anche del possibile timore che l’arrivo del missile ipersonico incoraggi più spericolate e costose dimostrazioni di forza ovvero nuove avventure militari di regola tutt’altro che gradite.

L’intervento armato in Siria, finora, ha retto alla prova di popolarità nonostante le perdite umane, e lo stesso vale per la partecipazione vanamente mascherata alla guerra civile in Ucraina. Per non parlare, naturalmente, dell’annessione della Crimea, dove l’innegabile atto di forza ha avuto il pregio di compiersi senza il minimo spargimento di sangue. Da ricordare, comunque, che al vecchio Michail Gorbaciov, distruttore involontario dell’URSS, i russi non perdonano nulla salvo il ritiro dall’Afghanistan, che l’Armata rossa non riusciva a sottomettere pur spargendo sangue senza risparmio anche in senso figurato.

Anziché veri regali per Capodanno o strenne natalizie ai connazionali di Putin arrivano intanto, dal governo, più che altro sberle. In testa alla lista figurano ovviamente le pensioni dilazionate, delle quali molti di loro attualmente viventi (maschi soprattutto, perché per le donne Putin ha ordinato di limitare un po’ i danni dell’infausta riforma) non potranno più fruire causa decesso. C’è poi il carovita, che continua ad infierire nonostante qualche successo nella lotta contro l’inflazione, i cui tassi reali, secondo gli economisti, vengono sistematicamente abbassati in sede ufficiale.

Ciò si ripercuote in varie direzioni, a cominciare dalla retribuzione minima garantita, che esiste dal 2001. A partire dal corrente anno essa è prevista in aumento di 117 rubli per settimana, cioè pochi spiccioli, sulla base dell’equiparazione al fabbisogno minimo vitale dei lavoratori. Il quale però, sempre secondo autorevoli esperti, dovrebbe essere almeno raddoppiato rispetto alla cifra ufficiale di 11 mila rubli settimanali (pari a meno di 130 euro) o poco più.

Corrispettivamente, al di sotto della soglia di povertà, che dipende dal suddetto minimo vitale, si trova oggi, ufficialmente, il 13% della popolazione, che in realtà dovrebbe diventare un 25%. Ne consegue, come si fa notare, che un’altra recente prescrizione di Putin, quella di dimezzare il numero dei poveri, si rivelerebbe alquanto più ardua da attuare partendo dalla cifra reale anziché da quella ufficiale.  L’impegno governativo per ridurre l’inflazione, e quindi anche l’impoverimento, viene d’altronde contraddetto dalla recente decisione di aumentare l’IVA.

Nel valutare le prospettive dell’economia russa si trascura spesso un aspetto di per sé positivo come una gestione delle finanze statali da fare invidia ai vituperati eurocrati e persino ai più rigorosi amministratori teutonici. Parlare di austerità a Mosca sarebbe forse troppo, ma sta di fatto che il debito pubblico è quasi inesistente se confrontato ad esempio a quello italiano e che il bilancio federale è normalmente in equilibrio.

Il grande Paese, insomma, è gestito in modo da poter fronteggiare adeguatamente anche crisi di provenienza esterna che del resto non mancano di susseguirsi. Le esigenze sociali, però, passano così in secondo piano e non si sa fino a quando il patriottismo dei russi basterà a preservare uno spirito di sacrificio e/o una capacità di sopportazione proverbiali ma non necessariamente inesauribili.

Putin se ne mostra consapevole, tanto che, da un lato, tuona contro ogni esplosione e tentazione rivoluzionaria, passata o attuale, in patria come all’estero, pur rivendicando una continuità di fondo del suo regime non solo con quello zarista ma anche con quello che lo rimpiazzò grazie ad una doppia rivoluzione.

Dall’altro, naturalmente, promette ai concittadini la ripresa di un rapido sviluppo economico che permetta di soddisfare le loro più elementari esigenze, mettendo in programma obiettivi decisamente ambiziosi come il balzo fra le prime cinque economie del pianeta superando persino il PIL tedesco, benchè per il momento la Russia rimanga ben dietro anche a quello italiano. Le risorse per compiere un simile exploit certo non le mancano, come non mancano neppure dati di fatto che sembrano autorizzare qualche minore pessimismo rispetto a quelli sopra menzionati.

Anche grazie alla spinta indiretta delle sanzioni occidentali, ad esempio, il Paese ha saputo inscenare in questi ultimi anni una spettacolare progressione della sua produzione agricola, tornando in particolare al posto di primo esportatore mondiale di frumento che occupava oltre un secolo fa, riscattando il settore dalla depressione in cui languiva sotto il regime comunista e liberandolo almeno in parte dalla pesante e costosa dipendenza dalle importazioni.

Per quanto promettente, il successo settoriale non basta tuttavia neppure solo ad avviare un processo di potenziamento economico ad ampio raggio che consenta alla Russia di svolgere efficacemente il ruolo internazionale di primo piano cui aspira senza far pagare a questo scopo un prezzo eccessivo al proprio popolo. Per riuscirvi saranno necessarie scelte strategiche di fondo, evidentemente non ancora mature né sotto il profilo politico né sotto quello economico. Scelte di sistema, si potrebbe dire, che il ‘nuovo zar’, finora, mostra invece di voler lasciare più che mai aperte malgrado la loro urgenza.

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