sabato, Ottobre 24

La ‘rivoluzione umana’ contro l’élite di Zinga e Giggino Nel dopo-convento del PD ... con gli stellini che si incazzano, i piddini che arrabattano, e i giornali che svolazzano ... non restano che le Sardine

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Nel convento gelido, io non c’ero e non ho ‘voci da dentro’ che me ne informino. Leggo solo qualche giornale, ascolto qualche cronaca, se riesco a trovarne tracce tra i drammi della Megxit e le ‘donne internazionali’ di Amadeus: tutte cose delle quali posso fare tranquillamente a meno, specie delle prime, ma bisogna sgomitare parecchio per vedere altro, per non legger facilonerie, banalità, volgarità, sintassi improbabili, per leggere, come scrive Niccolò Pagani, che riflette: «Rifletto sulla loro educata ma ferma richiesta di un nuovo linguaggio politico e civile», appunto educato, che non vuol dire non dire ‘cazzo’, ma non usarlo come una clava: quest’ultimo e il linguaggio.
Non so molto, dicevo, forse anche perché il conclave in frigorifero, se ben capisco, era a porte chiuse. Sempre ‘chiuse’ per modo di dire, perché, al solito, non è mancato chi ha fatto debitamente sapere delle sue elucubrazioni, ma globalmente incomplete, insoddisfacenti, come se ne avessero paura. Del resto sembrano, a dir poco, modeste, vediamole.

Pare, dunque, che l’ultimo erede dei giovani turchi si sia mostrato molto critico sull’alleanza con gli stellini (e fatico assai a dargli torto, anche se tutto mi separa dal turco, a cominciare dalla barba), mentre entusiasta lo è Dario Franceschini, il segretario in pectore? Incidentalmente, non sottovaluterei l’affermazione, buttata lì quasi per caso, del livido alter ego di Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti, che si sente il Sassuolo di fronte alla Juve-Franceschini. Fossi Nicola Zingaretti, mi preoccuperei, e molto anche.

Ma certo ‘critiche pesantisono giunte da due esponenti della sinistra rivoluzionaria e combattiva, barricadera direi: Giorgio Gori, orfano di Berlusconi e della relativa pubblicità, che infatti ritma «dobbiamo portar loro di qua e non andare noi di là», musica di Apicella ovviamente; l’altro, il ‘governatore’ Vincenzo De Luca, reduce dalla sua frittura di pesce settimanale, afferma, pare sempre pare: «Altri partiti hanno bisogno di rivedere la loro struttura concettuale su temi come il rapporto con l’Europa o la confusione tra casta ed élite: evitiamo di omologarci a partiti che si rinnoveranno sotto la guida di Toninelli», questo sì che è uno di principî, uno deciso, che offre il suo petto agli strali nemici. Lui, un esemplare della élite.

E lo dice, ma non è il solo, basta vedere come tra di loro e con noi ‘comuni cittadini’ si chiamano ‘classe dirigente’: ‘classe’, capite?, ‘classe’, forse detto pensando ‘razza’. Ma, tornando all’élite, ora non vorrei che si pensasse che io ce l’abbia con De Luca, che faticherei a paragonare a Lord Brummel ma che certo in materia culinaria è un esperto, e che, a onor del vero, delle cose ben fatte le ha fatte. Il punto è che la mentalità di costoro (e sono nel PD non in Forza Italia o nel partito Monarchico) è, appunto, non solo preoccupante, pericolosa. Costoro si ritengono la crema della società, si ritengono migliori degli altri, e fin qui uno potrebbe anche fermarsi e dire ‘beh pensatela come volete, se siete fessi, fessi siete’. Ma il pericolo sta nel fatto che lacrema’, proprio perché è crema, non si mischia volentieri con il resto, e tende inevitabilmente a credere di avere il diritto di decidere per gli altri, che è l’anticamera dell’autoritarismo. Preoccupante, ripeto, molto preoccupante, perché così non si va lontano.

Esagero? Forse, ma vediamo come il Segretario (stavo per dire il ‘sedicente segretario’) elitariamente conclude la riunione. Innanzitutto, proclama il suo personale entusiasmo con frasi del tipo: «Dobbiamo individuare i pilastri di una nuova stagione di riformismo che faccia crescere l’empatia con il paese. Diamoci degli obiettivi e le misure per raggiungerli», dove, a parte il riferimento al cane di Monti, vedo una promessa di andare a cercare cose, ma nessuna in atto.
O meglio, i punti da cercare sarebbero cinque (ormai questi politicanti vivono il pallottoliere e il telefonino: ognuno ha il suo pacchettino di punti, tre nove, ventuno e la sua frasetta inutilmente velenosa … boh!), e precisamente (?): «rivoluzione verde per tornare a crescere, Italia semplice per sburocratizzare a favore di imprese e cittadini, Equity Act per parità salariale uomo-donna ed equilibrio nord-sud, aumento della spesa per l’educazione, piano per la salute e l’assistenza». E dunque, l’importante è usare inutilmente una parola inglese e metterci in mezzo il verde, perché poi, che cavolo sia una rivoluzione verde lo sa solo Zingaretti, forse intenzionato a coltivare piselli. Ha dimenticato ‘la pace nel mondo’, ma a quella ci pensa Giggino.

Ma non aveva detto che il punto fondamentale della suavisionedel PD erano lo ius culturae e l’abbattimento del decreto sicurezza? , in realtà sì, ma nel frattempo il segretario è diventato Franceschini, che, non a caso, vuole sposare subito gli stellini, perché, da buon democristiano sornione, immagina di poterli acquisire, condire e digerire. E quindi ha bisogno di un po’ di tempo ancora, durante il quale Zinga può continuare a fare finta di essere lui al timone. Ma in realtà, la costruzione del PD di Franceschini è una sorta di ponte che colleghi i due dorotei del gruppo: il Signor pochette e Franceschini, ma anche di più, anche perché pochette non ha futuro, spero. Sotto il ponte resterà il resto, che non potrà andarsene, perché se se ne va, Salvini è lì, a bocca aperta e se li pappa tutti.
Credetemi, vedrete che alla fine l’accordo con Berlusconi lo farà Franceschini. Sono matto? Forse, spero, ma … guardate la violenza dell’attacco di Matteo Renzi ad esercizi spirituali appena conclusi. Renzi, sia chiaro, è il peggio del peggio della ‘politica’ italiana, però è furbo, un furbo matricolato, un furbo democristiano, ben diverso dal furbetto da marciapiedi di Giggino. E quindi, mi pare, Renzi ha capito subito il gioco e ha tirato fuori le batterie: vedrete, nei prossimi giorni sparerà un colpo al giorno: ma il bersaglio non è Zingaretti, ma Franceschini.

Tanto più che l’unica cosa chiara detta da Franceschini, prima, e da Zingaretti subito dopo, è che con gli stellini il rapporto deve diventare stabile e irreversibile: una costante, un ‘must’ direbbe Chanel. ‘Franceschetti’, per così dire, ha capito, o spera, di poterseli mangiare gli stellini, e infatti anche del Congresso non si sente più parlare. Per cui, subito, senza nemmeno verificare se davvero qualcuno pensa ‘sta cosa, arriva il furbastro Giggino che dice stentoreo che non se ne parla nemmeno diaccordo strategico’ (ma secondo voi ha capito che vuol dire?), e, anzi, a proposito, per quanto riguarda il cuneo fiscale, bisogna pensarci bene e magari non farlo, cosa che trova subito l’entusiastico consenso della ‘testa d’uovo’ degli italoviventi, che dice deciso che la materia è tutta da rivedere, tutto da rifare … sembra Bartali.

E per non smentirsi, gli stellini del furbastro, ormai allo sfascio e sulla rotta della esplosione, cominciano a sparare a zero contro un intervento in Libia -l’unico spiraglio di luce politica, sia pure estera e basta, offertaci su un piatto d’argento da Putin, anche se, temo, il furbastro manco lo ha capito- in ragione del ‘mai armi, mai guerra’, le solite chiacchiere. E, naturalmente, niente prescrizione, lasciando di nuovo campo libero a Renzi per spiazzare tutto e tutti.

Le premesse per il successo ci sono tutte. Specialmente l’evidenza della piena sintonia con le sardine. Queste chiedono chiarezza, decisione, parole chiare su decreti sicurezza, ius culturae, e Zinga risponde liliale con la rivoluzione verde (mica gliela ha suggerita Bossi?) e l’equity act, così poi ci trasferiamo tutti a Londra.
E nessuno commenta o valuta una frase, fondamentale, lasciata cadere (secondo me in piena consapevolezza) dalla signora Giulia Trappoloni, la sardina allegra, sempre sorridente … confrontatela (non solo lei, ma lei in particolare) con Franceschini, sempre incupito a cercare svicolamenti, con Zinga, che ride ma non sa perché, con Salvini, che ghigna, con Giggino, che ti guarda furbesco in tralice, con Meloni, che urla che è una donna e … con Renzi, lo sprezzo e l’arroganza ridanciana!

Confrontatela, dico, per vedere come si può fare politica (perché è politica quella che fanno le sardine) col sorriso, con allegria, ma rispondendo con una cosa pesantissima alla domanda cosa sono le sardine: «Una rivoluzione umana. La dimostrazione che il singolo se si muove può, insieme agli altri, cambiare la società». Vero: ‘umana’, finalmente, la politica umana, come io ripeto sempre del diritto; ‘il singolo’, per dire ‘non continuate a lamentarvi che siete isolati non avete la forza, eccola, l’avete se andate insieme agli altri’. E, forse potrebbe aggiungere (forse vorrebbe, chi sa?) ‘non abbiate paura, vi organizziamo noi l’incontro in tanti, tanti singoli insieme fanno massa, fanno popolo’; è il rovesciamento della sciocchezza dell’uno vale uno’, che infatti ha prodotto solo capi e capetti, la via Pal.

Ma non (spero ardentemente, anche se temo che sarò deluso) per ‘entrare’ in politica, o per iscriversi alla élite, come in quella scuola disgustosa che è però il frutto della ‘cultura’ elitaria della peggior genìa di personale politico mai avuta in alcun Paese del mondo, e sorvolo sulla burocrazia!
Il fatto è che, se ‘entrano’ in politica, benché enormemente più intelligenti e preparati e colti, faranno la fine degli altri, magari non proprio degli stellini, ma quasi. Se non ‘entrano’ i vari Franceschetti, Giggini, Mattei continueranno a fare il bello e il cattivo tempo. E allora, per evitare lo scontro ineludibile col popolo (che ha visto, ha imparato che si può) non vi sarà alternativa: l’élite cercherà di prendere il potere definitivamente.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.