lunedì, Maggio 27

La ricetta del Portogallo per uscire dalla crisi: più sinistra, meno austerity Sette anni fa era in bancarotta, oggi cresce al doppio dell’Italia. Merito di un Governo capace di aumentare stipendi e pensioni e insieme ridurre il deficit

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Sarà che è una terra di confine, e che spesso gli echi delle terre di confine faticano ad arrivare nel cuore operoso dell’Occidente. Sarà che l’abbiamo sempre guardata con altri occhi, come si guarda una terra esotica, di cui si conosce più quello che non è, che quello che è. Sarà che è sempre stata vista come differente dal resto d’Europa, anche se la sua cultura altro non è che l’incontro di tutto il Mediterraneo. Sarà che del Portogallo si parla sempre poco. Ma è dal Portogallo che viene una storia da cui potremmo avere molto da imparare. Una storia di rinascita e di rivincita, e, cosa ancor più inconsueta in questi ultimi anni, una storia di sinistra.

In Requiem Antonio Tabucchi, che del Portogallo fu, forse, il più grande narratore italiano, raccontava: «Qui siamo in Portogallo, ed il signore è italiano, noi siamo roba del Sud, la civiltà greco-romana, non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa». La frase veniva pronunciata da ‘Lo zoppo della lotteria’, un personaggio con cui Tabucchi immagina di conversare nella Lisbona liberata dalla dittatura di Salazar e che è a sua volta un personaggio de ‘Il libro dell’inquietudine’, opera del più grande tra i narratori della terra lusitana: Ferdinando Pessoa. «Noi siamo roba del Sud […] non abbiamo nulla a che fare con la Mitteleuropa» è una contrapposizione orgogliosa, è la rivendicazione di un’idea e di un modo di fare differente che Tabucchi, e indirettamente Pessoa, danno, senza presunzione, alle culture del Sud Europa.

Una distanza che, tanto per il Portogallo, quanto per l’Italia e gli altri Paesi del Sud, si sente ancor più se la consideriamo all’interno del quadro storico, politico ed economico dello sviluppo dell’Unione Europea. Solo che in questo caso c’è ben poco orgoglio da rivendicare. È storia nota la crisi che nel triennio 2009-2011 mise in ginocchio i Paesi dell’area poi definita, con una punta di sarcasmo, ‘PIIGS’ – Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna. Tutti Paesi – ad eccezione dell’outsider Irlanda –  mediterranei, figli (un po’ più degli altri) della civiltà greco-romana. Ad accumunarli, forse anche in virtù di questa affinità storica e culturale, le condizioni disastrose dei conti pubblici, poggiati su un enorme debito, un fortissimo deficit tra PIL e Debito Pubblico ed un’economia fragile e scarsamente competitiva. Tutti sintomi che sommati alla crisi finanziaria mondiale hanno portato questi Paesi in una fase profonda di recessione.

Spagna e Irlanda arrivarono ad un soffio dal default, la Grecia sta ancora pagando il prezzo degli accordi di salvataggio presi con la Troijka, l’Italia venne commissariata con il Governo ‘lacrime e sangue’ di Mario Monti, e il Portogallo accettò – come l’Italia – un prestito di 78 milioni dal FMI e dalla BCE per risanare il debito pubblico, a costo però di anni di austerity, tagli e privatizzazioni del patrimonio pubblico.

Nel 2011 l’allora Primo Ministro del Partito Popolare, Pedro Passos Coeha prese alla lettera le indicazioni europee, ed avviò un piano di spending review e misure di risanamento del debito severo e rigoroso. Furono anni difficili per il Portogallo, il Governo di centrodestra Passos Coeha tagliò gli stipendi dei dipendenti pubblici, aumentò l’orario di lavoro settimanale a 40 ore, abolì, perfino, diverse festività nazionali – inclusa quella dell’Indipendenza del 5 ottobre -, riformò e tagliò le pensioni, privatizzò numerose compagnie nazionali, e impose una pesante austerità fiscale. Nel 2015, alla scadenza del mandato elettorale e del piano triennale di aiuti economici della BCE e del FMI, Passos Coeha consegna ai portoghesi un Paese sulla via di guarigione, con il PIL in crescita del 1,4% e il deficit in discesa (per la prima volta dall’inizio della crisi al di sotto del 4%), trainato dalla crescita delle esportazioni, con un aumento di oltre il 25% dal 2008, ma costretto a fare ancora i conti con la disoccupazione stabile intorno al 15%, l’aumento del costo medio della vita, la forte emigrazione di massa, ed il malcontento sempre più diffuso verso l’austerity.

Il saldo di queste misure per Passos Coeha arrivò dai risultati delle urne elettorali. Quando, pur ottenendo la maggioranza relativa, la coalizione di centro destra non riesce a formare un Governo, e cede il passo ad un esecutivo di sinistra guidato dal Partito Socialista, con l’appoggio dei Comunisti e dei Verdi. Nell’Ottobre del 2015 Antonio Costa, avvocato di origini indiane, segretario del Partito Socialista ed ex Sindaco di Lisbona diventa il nuovo Primo Ministro del Portogallo. Un successo raccolto principalmente cavalcando lo slogan ‘Basta Austerità’ e che in un primo momento aveva preoccupato i creditori europei, timorosi che una svolta a sinistra potesse vanificare gli sforzi fatti dal precedente Governo. Ma sebbene fin dalle prime uscite Costa fece capire di voler seriamente voltare pagina rispetto agli anni delle politiche della Troijka, nel concreto riuscirà a far combaciare queste promesse con la necessità di mantenere credibilità ed affidabilità di fronte all’Unione Europea. E questa, insieme all’inedita coesione di una sinistra storicamente frammentata e rissosa, rappresenta finora un’anomalia politica difficilmente rintracciabile nel panorama europeo.

La ricetta di Costa è semplice: migliorare l’economia migliorando il benessere dei cittadini. Tradotto in economia spicciola: stimolare la domanda migliorando di conseguenza la competitività dell’economia, come nella più pura delle tradizioni keynesiane. Nel giro di due anni il Governo Costa riuscirà ad abbassare l’età pensionabile, a riportare l’orario di lavoro settimanale a 35 ore, ad aumentare gli stipendi dei dipendenti del settore pubblico e il salario minimo garantito, abbassare la disoccupazione sotto la soglia del 10% e allo stesso tempo uscire dalla procedura di salvataggio per il deficit eccessivo, abbassando il deficit sotto il 2% – un record dai tempi della Rivoluzione dei Garofani –  ad aumentare gli investimenti dall’estero, incrementare il turismo – ad un tasso vicino al 10% di crescita annuale – e tranquillizzare la borsa e i creditori.

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