mercoledì, Settembre 23

La ricetta canadese per arginare lo shock finanziario

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Era la tarda estate del 2007, quando le autorità di Ottawa si resero conto che il Canada era stato contagiato dalla crisi dei mutui subprime scoppiata negli Stati Uniti. Sebbene i prestiti ad alto rischio costituissero il 5% del totale, a fronte del 20-25% registrato negli Usa, e il mercato dei mutui fosse decine di volte più ridotto rispetto a quello statunitense, gli istituti di credito canadesi avevano comunque emesso oltre 32 miliardi di dollari canadesi di strumenti derivati noti come Asset Backed Security (Abs) che poggiavano sul mercato dei mutui. L’impatto della crisi rese quasi completamente illiquido questo mercato, rischiando di provocare il fallimento totale del sistema creditizio canadese. Le autorità reagirono istituendo il comitato Pan-Canadese, un organismo formato da Crown Corporations, fondi pensionistici, banche ed istituti finanziari non bancari che detenevano montagne di Asset Backed Commercial Paper (Abcp), incaricato di elaborare una soluzione capace di risolvere il problema della liquidità.

Dopo una fase di studio delle varie opzioni sul tavolo, il comitato produsse un documento in cui erano contenute le idee-cardine del cosiddetto ‘Piano Montreal’. Come spiega il professor Rodrigue Tremblay, l piano, lanciato sulla base delle proposte avanzate dalla Caisse de Dépôt (un fondo pensione del Quebec), «prevedeva che gli strumenti derivati Abcp, originariamente intesi come debiti a basso rischio e a breve termine, fossero sostituiti da nuove cambiali o obbligazioni che scadessero a diversi anni di distanza (dai sette ai nove anni) e generassero interessi partendo dai fondamentali mutui ipotecari di partenza». La Corte Suprema del Canada approvò il progetto nel giugno 2008, imponendo come scadenza dello stesso il successivo 30 settembre. La decisione della Corte Suprema era stata presa sulla base della convinzione che occorresse «prevenire una colossale svendita delle cambiali ipotecarie e riportare la fiducia nel sistema finanziario canadese (specialmente nel mercato monetario) senza che il governo attingesse a un solo penny dei contribuenti. Quelli che avevano scommesso sulla solvibilità dei mutui investendo negli strumenti derivati a breve termine e a rendita piuttosto alta si sono visti costretti ad accettare nuove cambiali con scadenza a nove anni, ma quasi tutti coloro che avevano un’esposizione in questo delicatissimo settore hanno convenuto che questa soluzione fosse comunque migliore dell’unica alternativa disponibile, consistente nella liquidazione totale dei prodotti che avevano in portafoglio. Questi investitori hanno avuto la possibilità di detenere le cambiali di nuova emissione fino alla naturale scadenza o rivenderle sul mercato secondario. Un mercato dei titoli ipotecari è stato così indirettamente creato dal nulla».

Negli Stati Uniti il problema aveva assunto dimensioni esponenzialmente maggiori e presentava un numero di incognite praticamente incalcolabile. Sarebbe stato praticamente impossibile creare e far funzionare un organismo che riunisse le centinaia di banche, istituti assicurativi, fondi pensione, ecc. coinvolti nel disastro finanziario del 2007-2008. Le autorità di Washington si sarebbero tuttavia potute ispirare ai capisaldi del progetto canadese per elaborare una soluzione alla drammatica crisi di liquidità che investiva pressoché tutto l’universo finanziario statunitense senza impegnare denaro dei contribuenti.

Le cose, cose abbiamo visto, sono andate in maniera ben differente. Quando fu evidente che l’ondata di pessimismo scaturita dallo scoppio della bolla immobiliare stava determinando il blocco del credito interbancario, mettendo in difficoltà anche gli istituti solventi ma illiquidi, il segretario al Tesoro Henry Paulson propose ed ottenne dal Congresso l’approvazione del Troubled Asset Relief Program (Tarp), il quale prevedeva che il governo ricevesse warrant in cambio di asset in crisi, rilevati in maniera diretta o attraverso aste. Il piano prevedeva che il Tesoro ricevesse in tutto 700 miliardi di dollari in tre tranche: 250 subito, altri 100 previa approvazione della Casa Bianca e gli ultimi 350 dopo un successivo riesame del Congresso. Le banche beneficiarie di questo fiume di denaro avrebbero poi dovuto procedere al rimborso entro tempi ben definiti. Allo stesso tempo, Washington ha deciso di risolvere il colossale problema dei quasi 3.000 miliardi di dollari di titoli municipali insoluti che dipendevano da un sistema assicurativo virtualmente in bancarotta nazionalizzando il mega-colosso assicurativo Aig mediante un prestito a scadenza biennale da 85 miliardi di dollari. D’altro canto, Dipartimento del Tesoro e Federal Reserve hanno concordato di versare direttamente nelle casse delle imprese para-statali Freddie Mac e Fannie Mae ben 200 miliardi di dollari sotto forma di buoni di risparmio, in modo da consolidare la loro posizione a fronte del colossale debito accumulato, che allora si avvicinava a quota 5.500 miliardi di dollari.  Con le elezioni presidenziali e il cambio di amministrazione, Paulson passò il testimone a  Timothy Geithner, il quale, preso atto dell’inefficacia del Tarp, decise di rilevare i titoli tossici e di promuovere un ‘piano di smaltimento’ incentrato su un fondo misto (Public-Private Investment Program) attraverso il quale effettuare gli acquisti, in modo da non sobbarcare tutto il rischio connesso ai titoli-spazzatura sulle sole spalle del governo e da stimolare concorrenza nel determinare il prezzo a cui acquistare gli asset. Così, il successivo 5 dicembre 2008 la Federal Reserve, sollecitata anche dal nuovo presidente Barack Obama, ha iniettato ulteriori 1.200 miliardi nel sistema bancario, che sono andati a sommarsi ai 700 concessi dal Congresso a Paulson nel mese di settembre, aggravando considerevolmente la posizione debitoria statunitense. Un fiume di denaro pubblico venne così impiegato per fornire un’ancora di salvezza a Wall Street, di cui le grandi banche si sono avvalse per rilanciare le medesime attività che poco tempo prima le avevano condotte sull’orlo del baratro.

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