venerdì, Settembre 25

La resistenza occulta della Siria Le comunità siriana e irachena sono state attive nella resistenza contro la minaccia Daesh

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Beirut – All’ombra dei media internazionali, le comunità siriana e irachena sono state attive nella resistenza contro la minaccia Daesh, l’ultimo acronimo del terrore, l’abominio che ha tratto la sua forza dal Wahhabismo. Assediate e minacciate le comunità di quel pezzo di Levante hanno scelto di andare oltre le differenze che le separano, unite contro il nemico comune rappresentato dal fondamentalismo wahhabita.

Sulla base del nuovo paradigma religioso di Daesh, tutti coloro che non seguono alla lettera il dogma sono destinati a distruzione, schiavitù o sfruttamento. Nella terra della bandiera nera non c’è spazio per il pluralismo religioso o politico, né per i valori di fratellanza e tolleranza, e ancor meno per il rispetto delle opinioni e delle differenze altrui. Milioni di persone hanno sofferto il peso del radicalismo, hanno corso più veloci dei loro eserciti nella speranza che la fuga offrisse la salvezza, ma poiché le comunità sono fuggite dalle loro case lontano dalle loro terre, si sono lasciate alle spalle la loro eredità mostrandosi indifese di fronte all’ira dei militanti wahhabiti.

Gli iracheni e i siriani hanno assistito con orrore alla distruzione e al bombardamento di monumenti, chiese, templi e moschee. Le tombe dei Santi sono state saccheggiate, i santuari profanati, gli uomini di Dio sono stati resi prigionieri e si è abusato di loro, le suore sono state derise e umiliate, i testi sacri calpestati e le fedi ridicolizzate. Per ogni Chiesa presa, per ogni terra violata, le comunità hanno pianto la perdita delle loro tradizioni, della loro storia e della loro anima.

Un Paese è costituito oltre che dalla sua gente, anche dalla memoria collettiva, dalla storia, dalle credenze e dal patrimonio religioso. Siria e Iraq sono tutte queste cose. Le loro terre hanno visto camminare Profeti e Santi, i loro cieli testimoniano l’ascesa e la caduta del regno, è questa memoria, quest’eco del passato che si trova all’interno delle pietre e dei manufatti. È la storia dell’umanità e del suo patrimonio religioso che vengono distrutti oggi.

I siriani e gli iracheni non stanno più scappando. Molti  hanno scelto di rimanere nella terra dei loro antenati per affrontare questa piaga che cerca di annientarli, gli ultimi guardiani di una nazione, l’ultima speranza di un popolo. Quegli uomini e quelle donne hanno trovato unità e fratellanza nelle loro differenze, unite nel Dio di Abramo, colui che adorano all’unisono, per quanto il loro modo di adorare quel Dio sia diverso.

Samuel, un sacerdote iracheno che ha chiesto di rimanere anonimo, ha detto la cosa più straordinaria: “Non vi è alcun onere, nessun ostacolo è insuperabile se siamo uniti nella fede. Se non siamo fratelli nella fede siamo ugualmente figli di Dio. Lui non fa distinzioni tra il suo gregge, cerca solo i cuori più puri. I nostri cuori sono uniti nella preghiera, la preghiera contro l’ingiustizia, la preghiera che saremo salvati, se non nella vita, allora forse nella morte; c’è dignità nella resistenza, non c’è potere della convinzione, c’è una grande forza da cercare nell’amore che nostro Signore ci ha offerto nelle sue Scritture

Oggi musulmani, jihadisti e cristiani hanno raggiunto una resistenza comune, la loro determinazione nel reclamare la loro terra, i loro luoghi sacri e la loro fede non conosce confini.

In Iraq questa nuova resistenza si manifesta nella chiamata alle armi di Ayatollah Ali Sistani, il musulmano shiita più venerato dell’Iraq, un religioso noto per il suo disprezzo e rifiuto della violenza, un uomo reso forte dalla sua compassione e dal grande rispetto per tutte le persone. Un vero figlio dell’Islam, l’Ayatollah Sistani ha promulgato la più pura tradizione dell’Islam quando ha invitato i suoi seguaci a mettere in piedi un esercito per la protezione di tutti: a prescindere dalla loro fede, a prescindere dalla loro etnia, davanti all’ingiustizia e alla tirannia i credenti non vacillano né scendono a compromessi. «Data l’attuale minaccia rivolta verso l’Iraq, difendere la terra, l’onore e i luoghi sacri è un dovere religioso», dice un comunicato di Sistani letto dal suo rappresentante a Karbala.

Questi sono i figli e le figlie di Iraq e Siria. Decine di migliaia di persone hanno risposto alla chiamata, sono venuti ad offrire le loro armi per la resistenza, in modo da rompere il dominio del terrore. Molti hanno visto nel messaggio di Sistani una minaccia, per incapacità a riconoscere l’universalità della sua portata. Quella di Sistani non era una chiamata settaria, bensì un appello alla resistenza transnazionale.

Per diciotto mesi i cristiani hanno appoggiato i loro fratelli musulmani, condividendo lo stesso disagio e lo stesso sogno di liberazione. Per diciotto mesi questa grande resistenza ha visto uomini e donne di tutte le fedi condividere la stessa lotta per credere in un futuro privo di violenza. Queste sono le storie che dimostrano che il settarismo e l’odio non riguardano il Medio Oriente, la terra dei profeti di Dio.
Traduzione di Roberta Cotroneo

 

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