lunedì, Novembre 11

La resa di Obama a Raúl Castro

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Ancora una volta l’aggettivo ‘storico’ accompagnerà un evento che riguarda le nuove relazioni USA/Cuba. Il Presidente Barack Obama si recherà a Cuba il 21 marzo prossimo per una visita appunto ‘storica’, 88 anni dopo quella del Presidente John Calvin Coolidge.

Un viaggio simbolo per suggellare la fine della guerra fredda nei Caraibi. Bene! Tutti esultano, esultiamo anche noi. Teniamo solo presente che quando si conclude una guerra, ‘calda’ o ‘fredda’ che sia, ci sono inevitabilmente vincitori e vinti. La guerra fredda, nata dal confronto ideologico tra Stati Uniti e Unione Sovietica, terminò negli anni novanta del secolo scorso con la completa disfatta di Mosca e con la disgregazione dell’impero sovietico. Lo storico americano Francis Fukuyama coniò per l’occasione la famosa formula ‘Fine della Storia‘, riferita alla generale accettazione della democrazia liberale e dell’economia di mercato.

La fine della guerra fredda ‘caraibica’ vede, invece, come vincitore assoluto Raúl Castro, che si sta dimostrando statista molto più fine e temibile dell’irruente fratello maggiore Fidel.
Raúl, in effetti, ha ottenuto tutto ciò che voleva, senza cedere nulla: legittimazione internazionale, promesse di investimenti, libertà di repressione, la fine ‘de facto’ dell’embargo (in attesa che arrivi quella ‘formale’ da parte del Congresso americano). Senza minimante modificare l’assetto repressivo dello Stato cubano, senza nulla concedere sul piano delle libertà politiche e civili e senza impegni per quanto riguarda il rispetto dei diritti dell’uomo. Cuba era ed è una dittatura, era ed è un regime oppressivo. Nel solo mese di gennaio 2016 ci sono stati 1.400 arresti politici. ‘Arresti’ perché questa è la nuova strategia della repressione: non condanne a lunghe pene detentive, ma fermi di Polizia ripetuti, intimidatori, non di rado violenti, per evitare l’attenzione della Comunità internazionale.

Castro ha persino ottenuto che la visita di Obama avvenga prima della VII Congresso del Partito Comunista Cubano, previsto dal 16 al 19 aprile, per imporvi la propria linea di continuità rivoluzionaria e dinastica vantando l’appoggio dell’illustre ospite americano. Bel paradosso, bella conseguenza della politica di Obama!

Il Presidente americano, specularmente, ha concesso tutto. Anche se il Governo cubano gli permetterà, durante la sua permanenza nell’Isola Grande, di ‘parlare’ di diritti dell’uomo e di incontrare qualche ‘selezionato’ rappresentante della dissidenza (stracolma come è noto di infiltrati della Seguridad), il Presidente americano non riuscirà minimamente a scalfire la pesante corazza che protegge il regime e la famiglia Castro. Né potrà cambiare la situazione la liberazione strumentale di qualche prigioniero politico, regali che Castro si riserva in genere di offrire ai suoi ospiti più importanti.

Gli Stati Uniti  -perché non riconoscerlo?-  hanno perso lo storico (questo sì) confronto con la Cuba castrista. Risultati ottenuti da Obama ? Affari in vista per la casta militare al potere, illusione democratica per le speranzose folle plaudenti che lo acclameranno sul Malecón e riapertura della spiagge cubane ai turisti americani, che torneranno a ubriacarsi di mojitos in compagnia di jineteras e jineteros autoctoni. Il turismo sessuale ha belle prospettive d’avvenire davanti a sé.

A consacrazione di tutto questo, Obama annuncia dunque il suo trionfale viaggio a Cuba. Dopo aver perso l’anima, ora il Presidente americano perde anche la faccia. Che bisogno c’è, in effetti, di andare a omaggiare il tiranno cubano nella sua tana? Obama  -si dice- vuole guadagnarsi un posto nella storia in quel piccolo angolo di paradiso. Ma un posto nella storia Obama lo ha già ampiamente conquistato: quello di peggiore Presidente degli Stati Uniti d’America! Lo dicono gli stessi americani in recenti sondaggi, lo dice l’esilio cubano della Florida che deplora unanimemente il viaggio di Obama.
Un viaggio che consoliderà il regime, non lo indebolirà, come forse qualcuno spera. Un viaggio che renderà parole vuote e prive di senso i valori di democrazia, libertà e difesa dei diritti dell’uomo che gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre affermato di voler promuovere. Un viaggio che metterà definitivamente nell’angolo la dissidenza interna cubana, un viaggio che umilierà gli Stati Uniti d’America. Obama non è un ‘buon’ Presidente. Non può essere ‘buono’ un Presidente che fa affari con un tiranno senza ottenerne alcuna contropartita politica. Perché in Birmania le pressioni ‘occidentali’, Europa e Stati Uniti, hanno in pratica costretto la giunta militare a farsi da parte, dopo significative riforme costituzionali e politiche? Perché questo non avviene a Cuba? Ma Obama lo sa chi è Raul Castro, avrà letto qualche libro di Reinaldo Arenas, Guillermo Cabrera Infante, Zoé Valdés? La politica non è fatta solo di business, investimenti, strette di mano e photo opportunity. E’ fatta anche di ideali, valori, principi, speranze. Trattando con Cuba, Obama sembra se ne sia dimenticato.

 

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