martedì, Agosto 4

La psicologia del Jihad

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“Vi è stato ordinato di combattere, anche se non lo gradite. E’ possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete.” (Corano 2:216)
Negli ultimi dieci anni, l’Islam è stato fonte di diverse controversie e accesi dibattiti e la sua filosofia è stata contaminata per sempre da atti terroristici che alcuni gruppi sostengono di aver fatto in suo nome. Questi versetti del Corano sono stati, senza dubbio, i più contestati.
Intesi dalla società occidentale come espressione del radicalismo islamico per eccellenza, la prova inconfutabile che l’Islam sia intrinsecamente e a priori estremista nella sua epressione religiosa, questi versetti sono stati usati anche dagli estremisti per fare accettare e giustificare il terrorismo alle masse. Ma, se queste poche righe hanno significato molto per molte persone diverse, gli studiosi islamici concordano tutti sul fatto che il loro vero significato sia stato per lo più travisato e la loro essenza sotterrata da pregiudizi, strumentalizzazione religiosa e paura.
Cosi come gli Islamisti hanno strumentalizzato il Corano in base alla propria devianza per fondare sulla religione la legittimità della propria dottrina, celandosi dietro ciò che è santo e sacro per deviare meglio le menti e alterare la moralità, Faris Hussein Al-Ansi, Professore di Studi islamici basato ad Aden (Yemen), ha fatto presente che i pregiudizi e le convinzioni errate sull’Islam hanno giocato a favore del terrorismo, potenziandone il movimento globale.
L’incapacità dei governi di intendere il terrorismo come un’espressione di neofascismo è ciò che ha impedito di trovare soluzioni concrete. Il terrorismo è una piaga che affligge tutto il mondo, non solo la società occidentale. Anche i musulmani sono tenuti in ostaggio dal fanatismo. E’ un problema mondiale, un cancro dei tempi moderni che non possiamo più permetterci di sottovalutare con una categorizzazione settaria”, ha dichiarato Al Ansi a “L’Indro”.
Inoltre, ha aggiunto: “L’Islam non è mai stato il vero problema, poichè, in realtà, esso nega il radicalismo in tutte le sue forme: politica, sociale, istituzionale e così via. La concezione che hanno il mondo e i terroristi della Jihad è un aberrazione semantica e non il riflesso del volere di Dio. E’ necessario affrontare il radicalismo in quanto modus cogitandi (modalità di pensiero) e non condiderandolo un problema islamico, altrimenti non si arriverà a una soluzione”.
Lo psicologo clinico del Mohammed bin Naif Center for Counseling and Advice, con sede in Arabia Saudita, Abdullah Al Garni, concorda con l’affermazione di Al Ansi e ha aggiunto che il terrorismo, in quanto sistema, non deriva dalla religione: “Per comprendere il radicalismo islamico è necessario intenderlo come atteggiamento mentale e modo di essere. Se i terroristi hanno dichiarato di stabilire i propri obiettivi attraverso l’Islam, è necessario affrontare la psicosi dell’estremismo; la religione serve soltanto come bandiera comune, strumento di propaganda.”
Definire il terrorismo
Prima che il terrorismo fosse associato all’Islam, i governi concentravano i propri sforzi sulla definizione di terrorismo in quanto fenomeno psico-sociale sintomatico di un profondo disagio sociale e forti sentimenti di privazione dei diritti civili, invece di associarne la diffusione a un’espressione di fede.
Finché l’11/9 non distrusse l’obiettività americana, il terrorismo era considerato più come una patologia che avrebbe potuto fare tendenza e, comunque, era associato a motivazioni politiche e non a uno scontro di civiltà, in cui il mondo giudeo-cristiano e quello islamico si oppongono e si negano a vicenda.
Come ha osservato Lorenzo G. Vidino, Dottore di ricerca presso la Fletcher School of Law and Diplomacy specializzato in Islamismo e violenza politica in Europa e negli Stati Uniti, in un’intervista condotta con l’ISN (International Relations and Security Network) a Settembre 2012, gli accademici occidentali si concentravano su forme di terrorismo indotte da cause nazionaliste o prettamente politiche e ponevano il terrorismo basato su motivazioni religiose in una posizione secondaria. L’11/9 ha provocato un cambiamento nello studio dell’estremismo religioso e in particolare “del livello individuale di analisi delle cause del terrorismo”- la radicalizzazione.
Se gli psicologi hanno rifiutato all’unaminità il terrorismo inteso come patologia, almeno nel senso tradizionale e clinico del termine, i ricercatori adesso hanno stabilito che i militanti terroristi, in genere, condividono dei tratti psicologici comuni, che non hanno un legame particolare con l’Islam. In “Walking Away From Terrorism” [2009] il Professore John Horgan, Direttore del Centro internazionale per lo studio del terrorismo presso la Pennsylvania State University, ha elencato alcuni tratti psicosociali e sentimenti specifici che possono favorire la radicalizzazione, tra i quali: il sentimento di rabbia, alienenazione o privazione dei propri diritti, la mancanza di sostegno sociale e politico, la dissociazione sociale e il bisogno di appartenenza a un gruppo/famiglia. La religione, di per sé, non è mai stata un fattore determinante.
In un libro, “The Psychology of Terrorism,” Horgan tratta della carenza di ricerche di psicologia sul tema terrorismo come sintomo di risposta emotiva agli atti terroristici, persino da parte degli accademici più obiettivi. Horgan delinea una soluzione che consiste innanzitutto nel definire il terrorismo, poi le cause del terrorismo e, infine, affrontarne le cause piuttosto che i sintomi.
Più che considerare l’Islam come la radice del terrorismo dei tempi moderni, Horgan pensa che il radicalismo religioso non sia altro che la manifestazione di un disagio sociale più profondo, una frattura psicologica che si esprime e manifesta attraverso la radicalizzazione.
L’insidia del terrorismo
Nelle dischiarazioni esclusive fatte a “L’Indro”, Kevin Galalae, attivista canadese dei diritti umani e accademico, ha osservato: “L’ondata d’estremismo che ha visto un numero crescente di persone nate o cresciute in Occidente aderire all’ideologia dell’IS (Stato Islamico), va intesa come manifestazione di un disagio sociale profondo che riguarda la società occidentale e non la religione. Ritengo che l’Islam funga indebitamente da ‘contenitore”’di un’ideologia contorta la cui espressione è radicata nella rabbia e nella frustrazione.”
Ha aggiunto, “Più che incolpare i credenti, si dovrebbe stabilire cosa ha spinto o disilluso i giovani al punto tale da cadere nelle mani dei fondamentalisti. Altrimenti il problema non si risolverà. Odio, pregiudizi e orgoglio sono ciò che, in prima battuta, ci mettono in questa situazione; forse ognuno di noi dovrebbe prendersi le proprie responsabilità per la società.
Riferendosi a un altro elemento di radicalizzazione lo Psicologo Clark McCauley, dottorato di ricerca e co-ricercatore presso la START e direttore del Centro Solomon Asch Center per lo Studio dei conflitti etnopolitici presso l’Università Bryn Mawr, sostiene che il terrorismo possa essere descritto più accuratamente attraverso un’ottica politica. McCauley, per esempio, lo ha definito come “la guerra del debole.”
In un articolo pubblicato nel 2009, McCauley ha affermato: ”gli atti terroristici e le reazioni conseguenti del governo rappresentano un’interazione dinamica, le mosse di un gruppo influenzano quelle dell’altro. ”Ad esempio, se i terroristi attaccano e lo Stato risponde con etrema durezza per inviare un messaggio punitivo, i terroristi possono usare quest’azione per instillare tra i cittadini un sentimento di ostilità nei confronti dello Stato, potendo giustificare, in questo modo, i loro prossimi atti. “ Se non è possibile controllare la risposta agli atti terroristici, come si può sperare di capire quale comportamento è meglio o peggio attuare?”

Quali rischi per le giovani menti?
Mentre gli accademici e i funzionari continuano a discutere sulla semantica del terrorismo, desiderosi di etichettare quel “mostro” che sempre si ingrandisce e minaccia, molte giovani menti sono state corrotte dall’estremismo, cadute nella rete del paradigma che si nutre di sentimenti di inadeguatezza sociale, paura, infelicità e del desiderio di avere una guida.
Rispondendo alle richieste del Primo ministro inglese David Cameron di legiferare contro i britannici musulmani e imporre leggi più severe per monitorare l’estremismo islamico,
Harun Khan, Segretario generale aggiunto del Consiglio musulmano britannico, all’inizio di settembre, ha detto al Guardian che in realtà è stata l’emarginazione a portare giovani uomini e donne a cadere nella trappola dei fondamentalisti. “Parte del problema è il discorso costante sulla legislazione, la vessazione, il monitoraggio, l’aver tolto alle persone i passaporti. Ciò spinge i giovani verso il fondamentalismo” ha affermato.
Anche Ghaffar Hussain della Fondazione Quillam, ha messo in guardia il governo sulla necessità di prevedere una strategia contro l’estremismo opposta all’attuale strategia contro il terrorismo, per far fronte alla questione della radicalizzazione.
Più che un problema politico, è l’intero approccio al terrorismo e alla radicalizzazione che richiede delle modifiche. Non sarebbe possibile spiegare altrimenti l’ondata di indottrinamento collettivo che ha colpito i paesi europei dal 2011.
Hussain Choukri, Analista politico basato in Iraq, ha affermato a “L’Indro” che la mancanza di coesione sociale e politica nella società occidentale, la sovraposizione di sistemi di credenze spesso contraddittorie e il fanatismo culturale avevano creato un vuoto che i fondamentalisti hanno sfruttato a proprio vantaggio.
“Dal 1970 si è assistito a uno spostamento della polarità sociale e di quella politica. Questa disconnessione è stata esacerbata da un senso di fatalismo presente tra i giovani, i quali si sentono sganciati dalla società e dalla classe dirigente. A ciò si sono aggiunti i fattori economici negativi; l’estremismo aveva bisogno soltanto di un riferimento. Con l’antipatia verso l’Islam risultante dalle tensioni tra i palestinesi e gli israeliani, la religione è diventata il catalizzatore delle filosofie fondamentaliste.
Ribadendo le affermazioni di Choukri, Galalae ha sottolineato che i fondamentalisti hanno presentato “un’attraente alternativa a una gioventù disimpegnata.”
Infine ha affermato: “Le giovani menti sono attratte dal cambiamento radicale poichè desiderano avere un impatto sull’ambiente in cui vivono. Finchè non si affronterà questa realtà e non si porrà fine al sistema di esclusione e di eccezionalità, non si distruggeranno i pilastri che sono alla base del fondamentalismo.” .

Traduzione di Emanuela Turano Campello

 

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