domenica, Novembre 17

La presenza italiana in Iraq: un mondo tutto da raccontare Intervista al Direttore della Rivista Italiana di Difesa, Pietro Batacchi

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Nei media italiani attualmente la presenza italiana in Iraq è considerata in secondo piano, rispetto alla freneticità delle notizie che si avvicendano su altri contesti geopolitici. Così non è. Come è facile immaginare, nel rapporto figura-sfondo dettato dalla rilevanza mediatica di alcuni accadimenti o aree del Mondo, la visione puntiforme legata alla cronaca a noi più vicina nel Tempo o nello Spazio stabilisce una agenda comunicativa e giornalistica che spesso risulta essere sfuocata se poi si scende nel dettaglio. Questo vuol dire che -per fare degli esempi- se non vi è un attentato con grandi numeri o accadimenti di vasta portata come disastri naturali et similia, alcune zone del Mondo o alcuni fatti fuoriescono dal radar dei media e vengono relegati in un secondo livello di considerazione. Un ulteriore esempio: a parte le notizie sugli attentati che si verificano sia in Afghanistan sia in Iraq, non giungono notizie sul ruolo e sulla presenza italiana in quell’area, la nostra Nazione pure svolge compiti rilevantissimi e delicati il cui valore e la competenza delle forze e delle professionalità impiegate ci è riconosciuto ormai da tutti coloro che hanno avuto modo di constatare in presa diretta. Eppure oggi ci manca il “racconto” di quel che si attua quotidianamente, non viene spiegato il grande sforzo profuso dall’Italia non solo in termini di costi circa il personale impiegato ed i fondi pubblici necessari a sostegno delle attività più chiaramente militari ma anche a proposito di quel che si sta facendo a sostegno delle attività volte alla ricostruzione dell’apparato produttivo e sociale iracheno.
Ci si chiede quindi oggi cosa l’Italia stia facendo in quel quadrante complesso, tutt’altro che “risolto” dopo la guerra condotta dalla coalizione internazionale contro l’autoproclamato Stato Islamico. Nello specifico, ci addentriamo sul territorio iracheno.

Al di là dell’impiego di militari italiani a difesa della Diga di Mosul, struttura chiaramente strategica e che spesso Daesh ha posto con ruoli di rilevanza nel proprio immaginario terroristico, visti i suoi potenziali nefasti effetti su tutta l’area, l’Italia ha attualmente un particolare tipo di impiego, ovvero, da una parte l’addestramento delle forze irachene con la missione data dall’Esercito a Erbil. Al contempo vi è da menzionare che a Baghdad c’è un contingente di Carabinieri che hanno il compito di addestrare la Polizia irachena e un nucleo di Forze Speciali per addestrare le unità del Counter Terrorism Service iracheno. Dall’altra parte vi è un altro impiego cioé quello della missione dell’Aeronautica in Kuwait, dove sono stati dispiegati due UAV PREDATOR , un aerofornitore KC-767A  4 cacciabombardieri TORNADO IDS  che hanno soli compiti di ricognizione e sorveglianza. Di tutto questo ne parliamo nel corso di una intervista con un professionista esperto, il Direttore della Rivista Italiana di Difesa RID, Pietro Batacchi, il quale ci spiega con maggior novero di dettagli quale sia lo stato delle cose sul terreno iracheno.

L’Iraq, nell’immaginario mediatico, viene visto come un territorio bonificato, pacificato, risolto. Con una eccessiva leggerezza. In termini di presenza ed operatività italiana in quel territorio, può spiegarci meglio qual è lo stato dell’Arte?

Al momento l’Iraq non è un territorio pacificato e la situazione riguardante la sicurezza non è completamente stabilizzata. La situazione relativa allo Stato Islamico, per come la conoscevamo due anni fa è venuta meno però ci sono ancora alcune sacche terroristiche, alcune cellule, soprattutto nella parte curda al confine con l’Iran. E questo è il primo discorso. Il secondo riguarda invece la situazione più complessiva del Paese, le questioni irrisolte tra cui la questione curda in primis e in second’ordine la questione connessa con una più completa e piena integrazione del mondo sunnita all’interno dello Stato iracheno. Non dimentichiamoci che proprio la mancata riabilitazione delle fazioni sunnite nel 2003 nell’allora nascente nuovo Stato iracheno è tra le cause che poi ha portato alla affermazione dello Stato Islamico. Tra l’altro queste questioni sono in corso di discussione nel corso della preparazione delle campagne elettorali connesse con le Elezioni che dovrebbero essere previste per il prossimo mese di Maggio.

Gli interessi economici in quell’area sono evidenti e noti (petrolio in primis). Molta e varia imprenditoria italiana volge lo sguardo verso l’Iraq da tempo. Dal suo punto di vista, in termini di armi e servizi di difesa, cosa sta progettando l’Italia?

L’Italia, come è noto, ha una presenza in Iraq ancor oggi molto importante, sotto forma di addestratori e in tutta una vasta serie di assetti a sostegno delle Forze Armate irachene e curde, per la ricostruzione del Paese. Per quanto riguarda il settore delle forniture di armi e sistemi di difesa, la situazione è abbastanza interlocutoria, dal momento che l’attuale Iraq è un mercato privilegiato principalmente per le aziende americane e in seconda battuta russe. Non è da escludere, però, che in un prossimo futuro anche le aziende italiane possono dire la loro in considerazione delle esigenze delle Forze Armate Irachene. Chiaramente tutto dipende dal livello di stabilità che il Paese potrà raggiungere e dal quadro politico che uscirà dalle elezioni delle quali si è fatto cenno.

Ha ancora senso e importanza per l’Italia continuare nel proprio impegno in quell’area? Il rapporto costo/benefici è ancora utile?

Direi di sì, nel senso che si sta parlando comunque di Paesi strategici e non solo per la nostra Nazione. L’Iraq è comunque al centro di un sistema che da una parte si rivolge verso il Mediterraneo Orientale e quindi il Blocco del Levante e dall’altra coinvolge il blocco che possiamo definire persiano-iraniano. L’Iran, peraltro, è un Paese con cui l’Italia ha ottime relazioni sotto diversi punti di vista. Per cui, alla fin fine, l’Iraq resta comunque uno dei perni rilevanti della nostra politica estera e di sicurezza nel Medio Oriente e la stabilizzazione dell’Iraq è un obbiettivo di medio-lungo periodo che non può far difetto alla politica estera italiana.

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