domenica, Dicembre 8

La politica spaziale si fa anche con un miglior trattamento dei tecnici

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Quando si parla di Space Economy si fa riferimento alla catena del valore che partendo dalla ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali abilitanti arriva fino alla produzione di prodotti e servizi innovativi abilitati che sono, in estrema sintesi i servizi di monitoraggio ambientale, la previsione metereologica, le telecomunicazioni e le scienze per l’esplorazione dell’universo.

Tuttavia lo spazio è una materia utilizzabile anche dal cittadino della strada: di questo argomento ha trattato Hypatia, il consorzio nato per lo sviluppo di progetti di ricerca nei settori dei materiali innovativi e delle tecnologie per l’energia da fonti rinnovabili in una tornata di incontri appena conclusi a Roma.

E Flavio Lucibello, presidente del Consorzio ha aperto proprio sull’uso trasversale della materia spaziale, che «eleva il livello tecnologico del Paese». Un’affermazione che vale più di mille parole e che merita riflessioni approfondite quando si esaminano i costi per mantenere una nazione sullo stato dell’arte di determinati prodotti.

In realtà, proprio per questo lo spazio è un’area di attività politiche e commerciali di alto valore che vede coinvolte nei suoi prodotti e nelle sue applicazioni una lunga filiera che parte dalla formazione alla progettazione, alla sperimentazione e alla realizzazione di generazioni altamente sofisticate e dallo spazio assistono la vita di tutti i giorni sia in campo di telecomunicazioni che di osservazione -ma quindi anche di sicurezza- e per i comportamenti climatici. Sul piano internazionale lo spazio rappresenta la punta di diamante per un’esportazione di alto livello, ma anche la sua connotazione ne fa un territorio di accordi e scambi che abbracciano numerosi aspetti delle attività industriali e produttive. Quindi un moltiplicatore di scienza ma anche di quattrini, se gli investimenti vengono effettuati con serietà e senza deviazioni.

Dell’utilità dello spazio ne sono fortunatamente convinti i deputati e i senatori intervenuti: Emilia De Biasi, presidente della Commissione Salute del Senato, Flavia Piccoli Nardelli, presidente della Commissione Cultura della Camera e Andrea Marcucci, presidente della Commissione Cultura della Camera, che nell’esporre le opportunità che può offrire la ricerca spaziale alla sanità, alla conoscenza e alla difesa delle opere d’arte hanno espresso compiacimento per l’approvazione a Palazzo Madama del disegno di legge che prevede la creazione di un comitato interministeriale che coordinerà le politiche spaziali. Il testo è ora atteso all’approvazione della Camera.

Quanto al valore materiale, è indubbiamente molto alto. Secondo Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana, attualmente sono 300 i soli satelliti in orbita geostazionaria, in quel punto di equilibrio in cui la rotazione del corpo artificiale è solidale con la Terra. Un’attività che rilascia servizi fortemente remunerativi per le imprese che vi concorrono e per un indotto di vaste proporzioni.

Ma sul piano istituzionale, la politica spaziale trova numerosi segnali ed agganci nelle strategie di sviluppo promosse a livello europeo e anche esterne al Vecchio Continente. Del resto la partecipazione dell’Italia alle attitivà della Stazione Spaziale Internazionale rappresenta uno straordinario segnale di attenzione che va ben oltre il mero campanilismo di quartiere.

Il dinamismo ed i programmi scientifici e di sviluppo tecnologico spaziali nazionali sono esercitati attraverso il braccio governativo del settore e definiti dall’Agenzia Spaziale Europea e per taluni progetti, anche in collaborazione con UE, o anche finaziati direttamente nei Programmi Quadro (Multiannual Financial Framework). Si tratta di percorsi impegnativi, per cui è sempre più necessario mettere a sistema i canali d’intervento tradizionali con le risorse e le forze delle regioni interessate alle ricadute sui loro territori della Space Economy, operando attraverso il finanziamento congiunto delle iniziative spaziali ritenute congiuntamente a tale scopo idonee. L’integrazione delle politiche di sviluppo dei territori con la politica spaziale risponde alla richiesta della Commissione Europea di programmare i fondi strutturali sulla base di una strategia nazionale di specializzazione, basata su una catena del valore unica, integrata dalla ricerca alla produzione.

Resta poi l’impegno della formazione universitaria, ribadita alle giornate di studio di Hypatia da Marcello Onofri presidente del Cluster Italiano Aerospazio e da Paolo Gaudenzi, direttore del dipartimento di ingegneria meccanica e aerospaziale de La Sapienza di Roma.

Lo sviluppo del settore spaziale nazionale è fortemente influenzato dalla disponibilità e dall’allocazione di risorse pubbliche destinate a sostenere i programmi nazionali, gli impegni in ambito europeo e la competitività della filiera industriale. I principali canali di intervento sono gli investimenti istituzionali di ricerca, attraverso la dotazione di budget per finanziare i programmi nazionali e la partecipazione ai progetti europei. C’è poi l’interesse della Difesa per le capacità di osservazione della Terra e comunicazione, spesso nel quadro di iniziative duali. Una metodologia innovativa per abbattere costi di produzione riuscendo ad ottenere un prodotto adatto ad ogni uso con la condivisione di buona parte di progetti un tempo considerati inaccessibili.

Quindi, diamo per superata la sterile polemica che ogni tanto fa sostenere la teoria della spesa superflua per una nazione in difficoltà economiche: uscire da un settore così elevato, sia sull’aspetto cognitivo che professionale rappresenterebbe lo scardinamento di un importante tassello, come lo è stata l’elettronica e la chimica, la cui rinunzia ha comportato una crisi senza ritorno per l’Italia.

Resta però in sospeso un punto fondamentale. L’Italia ha senza dubbio la necessità di rinnovare i propri prodotti per renderli adeguati alle richieste dei mercati più aggressivi. Ed è vero che dall’uso di materiali e tecnologie impiegati per andare nello spazio si possono ricavare elementi essenziali per la vita di tutti i giorni –uno per tutti l’esempio delle stampanti in tre dimensioni- ma occorre rivedere rapidamente i percorsi di carriera degli ingegneri aerospaziali italiani, che sono penalizzati da pastoie burocratiche insopportabili e allo stesso modo le retribuzoni, le più basse di quello che usa chiamarsi il mondo civile. Senza queste correzioni, i tecnici andranno via in massa dall’Italia e al nostro Paese non resterà altro che accontentarsi del capitale umano residuale. Nessuna Space Economy resisterà al confronto.

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