martedì, Novembre 19

La politica belligerante di Donald Trump contro l’Iran L' analisi di Emma Ashford e John Glaser del Cato Institute

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Il problema centrale di questo punto è la totale mancanza di supporto internazionale nei confronti della politica adottata dagli Stati Uniti.

Il JCPOA è, in realtà, un accordo multinazionale di controllo delle armi, negoziato dal P5 + 1, ovvero dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, oltre alla Germania. Senza il loro appoggio, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran non avrebbero avuto successo e se Trump continua a sostenere la sua politica, i Governi europei potrebbero agire indipendentemente da lui ed isolarlo, e ciò sarebbe un peccato visto che questo accordo ha avuto un gran successo.

Infatti, il 3 agosto 2017, una portavoce del capo della politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, ha dichiarato a una conferenza stampa: <<Finora riteniamo che tutte le parti stiano attuando i loro impegni nell’ambito dell’accordo>>, lo stesso ha affermato il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, mettendo in discussione le motivazioni di Trump <<il Presidente degli Stati Uniti continua a sostenere che questi accordi siano errati ed è un peccato che un tale trattato sia messo in dubbio>>.

Un altro problema delle sanzioni è che raramente sono riuscite a produrre dei cambiamenti politici. Quando Robert Pape, docente dell’Università di Chicago, esaminò le sanzioni, trovò che avevano avuto successo solo per il 5% dei casi legati alla sicurezza nazionale.

<<Le sanzioni tendono a fallire quando sono unilaterali>>, osserva Katherine Bauer dell’Istituto di Washington, <<ciò mostra i limiti della giurisdizione statunitense>> In assenza, dunque, di un forte sostegno da parte dei Paesi europei o di altri Paesi del Consiglio di Sicurezza, non c’è molta probabilità che ulteriori sanzioni costringano i leader iraniani a capitolare in favore degli Stati Uniti.

 

Il punto due riguarda, invece, le ostilità regionali.

L’ala politica più moderata chiede agli Stati Uniti di sostenere gli alleati regionali iraniani in campo militare e diplomatico, ad esempio, per un accordo di pace in Yemen, ma il problema centrale di questo approccio è che non esiste un asse anti-iraniano in Medio Oriente, indispensabile per poter limitare l’influenza iraniana nella Regione, e non c’è alcuna garanzia che i partner regionali promuoveranno, effettivamente, gli interessi degli Stati Uniti qualora gli Stati Uniti decidessero di fornire il loro sostegno. L’ala più radicale, invece, è a favore dell’azione militare diretta contro l’Iran e ciò potrebbe causare conflitti regionali e aumentare la sfiducia della Regione nei confronti delle truppe statunitensi.

Diverse centinaia di truppe, infatti, sono state uccise da gruppi iraniani in Iraq durante l’occupazione post-invasione.Il punto tre si occupa del cambiamento di regime dall’interno, ovvero gli Stati Uniti vorrebbero esercitare una notevole pressione sul regime iraniano per poterlo sottomettere.Se accadesse questa eventualità, si inasprirebbero ancora di più i rapporti fra Stati Uniti e Iran.

La ricerca degli analisti dimostra che quando uno Stato rovescia il Governo di un altro Stato, aumenta la probabilità delle guerre civili e, solitamente, non si crea una democrazia. Le recenti esperienze degli Stati Uniti in Iraq, Afghanistan e Libia confermano questa constatazione.

Inoltre, sorge un altro problema, ovvero la mancanza di buoni candidati.

Il MEK, gruppo di resistenza marxista-islamica paramilitare, nato intorno agli anni ’60 e ’70, alleato di Saddam-Hussein, durante la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, e nemico dell’ex Shah dell’Iran, il governatore autoritario messo in carica dopo un colpo di Stato del 1953 promosso dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, è stato sempre definito, e gli analisti sono d’accordo, un gruppo democratico che non ha avuto sostegno popolare all’interno dell’Iran. Infatti, il MEK ha sempre cercato di ottenere, con scarsi risultati, un sostegno esterno per favorire il cambiamento di regime iraniano. Alcuni sostenitori del cambiamento del regime suggeriscono anche il sostegno del Movimento Verde, nato durante le  proteste fatte contro le elezioni presidenziali iraniane del 2009. I leader del Movimento Verde, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sono ancora in carcere e hanno dichiarato che il loro obiettivo era quello di contestare i risultati delle elezioni del 2009, affinché il Governo potesse rimanere saldo. La speranza del Movimento Verde è, infatti, quella di evitare un’alleanza con gli Stati Uniti.

Dunque, il terzo punto risulta impraticabile, anche perché l’Iran è composto da tante minoranze etniche (Kurdi, Baluchis, Arabi, Turchi) ed ogni strategia che cerca di suscitare sconvolgimenti politici nel Paese, attraverso le minoranze, ignora che l’Iran è caratterizzato da un forte spirito di unità nazionale.

Vali Nasr, Preside della Johns Hopkins School of Advanced International Studies, ha dichiarato al ‘New Yorker‘ nel 2008: <<L’Iran è come la vecchia Francia o la vecchia Germania e i suoi cittadini sono altrettanto nazionalisti. Gli Stati Uniti stanno sottovalutando il problema>>.

L’ultimo punto è legato all’azione militare diretta contro l’Iran.

Ciò comporterebbe una ‘guerra illegale’ perché, di solito, uno Stato intraprende un’azione militare contro un altro Stato se la sua sicurezza è minacciata. Tuttavia, non esiste uno scenario plausibile, a breve termine, in cui l’Iran rappresenti una minaccia diretta per gli Stati Uniti.

Inoltre, affrontare oggi una guerra in Iran sarebbe enormemente costoso e, data la grande dimensione della Regione, l’intensità demografica della popolazione e la forza del nazionalismo iraniano, l’occupazione del Paese richiederebbe un investimento cospicuo di risorse e personale, tutte spese che al momento gli Stati Uniti non possono permettersi di fare.

Tale politica, dunque, rischierebbe di inasprire i rapporti fra Stati Uniti e Iran e, affinché ciò non accada, il Governo americano dovrebbe evitare di compiere azioni belligeranti contro l’Iran e dovrebbe cercare di sostenere il JCPOA in nome di una pacifica convivenza.

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