martedì, Settembre 29

“La poesia non è morta”, parola di Rondoni

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Parole su parole, libri su libri. Cos’è la poesia? Per quanto ci si voglia sforzare, nonostante qualche nozione tecnica o virtuosismo filosofico, non esiste una definizione di questa tra le più antiche forme d’arte.  Dal greco poiesis, creazione, un componimento poetico è qualcosa di estremamente complesso,  formalmente rigido se si pensa alla metrica, mezzo di denuncia, d’informazione ma anche momento emotivo, artistico nel più profondo senso del termine. Inutile stare qui a parlare di quanto Italia e poesia siano un binomio vincente, lo abbiamo imparato tutti, chi più chi meno, su quei noiosissimi libri di scuola, quei fiumi di versi imparati a memoria per l’interrogazione di letteratura italiana e dimenticati il giorno dopo. Come se ognuno di noi riconoscesse la grandezza di Dante e Leopardi ma al contempo li giudicasse atavici, lontani, inutili. Ma si può davvero relegare la poesia al passato? Giudicarla come qualcosa di superfluo e inutile nella società moderna? Bisogna chiedersi come la poesia possa interagire nel mondo di internet, del 2.0 e dei social network.

Il rischio più grande sta proprio nello svuotare la poesia del suo senso e della sua forza originaria: scrivere dei versi con la stessa leggerezza con cui si digita un sms non fa immediatamente poeta. La poesia colpisce ai sentimenti e alle emozioni del lettore ma chi la compone ha anche una forte responsabilità in senso storico e sociale. Viviamo nell’era della comunicazione di massa, in cui l’immagine fa da padrona e anche i contenuti sono più effimeri, più di superficie. Non a caso Montale nel suo discorso per il Nobel distinse addirittura due tipi di componimenti poetici: quelli che si addicono al clamore del loro tempo, facendosi fugaci come tutta la cultura mass mediatica visiva e quelli che invece sono invisibili, spesso ignorati, ma che rimarranno eterni, capaci di «imbalsamare tutta un’epoca». In una società in cui anche l’arte è costretta a farsi spettacolo la parola perde il suo valore evocativo e la poesia diventa sempre più di nicchia, genere specializzato e compreso da pochi. Questo però non limita l’attività poetica: a livello “dilettantistico” sono tantissimi a decidere di incanalare i propri sentimenti e le proprie emozioni nella poesia, d’altronde chi di noi non ha mai provato a scrivere dei versi? Eppure una fiorente produzione poetica non basta: gli editori appoggiano con riluttanza queste pubblicazioni perché rappresentano un rischio, perché considerano la poesia come un bene invendibile. Ed anche quella pubblicata risulta poco percepita.

Volevamo capire perché la poesia in Italia abbia progressivamente perso visibilità e rilevanza collettiva. Per questo abbiamo intervistato Davide Rondoni,autorevole voce del panorama poetico italiano odierno, scrittore, poeta, maestro. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia edite in Italia e negli Stati Uniti, tiene corsi di poesia in prestigiose università italiane e d’oltreoceano, svolge un’intensa attività di pubblicista e conduce un programma di poesia. Un curriculum di tutto rispetto che non necessita presentazioni. Abbiamo scelto dunque di intervistarlo e conoscere la sua opinione sul ruolo della poesia, oggi.

Se un bambino le venisse vicino e le chiedesse con ingenuità “Cos’è la poesia?”, lei come risponderebbe?

La poesia è un arte che mette a fuoco la realtà, che serve per raccontare le cose e comprendere la vita attraverso ritmi, emozioni, parole sfuggenti.

 Il poeta, dicono alcuni, è morto nell’era moderna e specialmente in Italia. Lei che ne pensa?

È una cazzata grande come una casa! Basta guardarsi in giro, c’è un sacco di gente che scrive poesie. Basta navigare su internet, troverete poesie infinite, enormi.  Negli ultimi cinquant’anni sono nati poeti illustri come Luzzi, Caproni, Sereni, Rosselli. Uno che dice che la poesia è morta è perché è morto lui.

La poesia oggi appare residuale (entrando in libreria ma non solo, nella vita di tutti i giorni). E’ impressione o dato di fatto? E come si spiega questa impressione, se solo impressione è, davanti a fenomeni di ricerche che ci dicono che i dilettanti pubblicano 4 milioni di poesie al giorno?

I più giovani in particolare sono molto vicini al mondo della poesia. Il mondo di internet ne è un esempio, ma posso testimoniare anche personalmente l’interesse da parte di molti giovani nel confronti di questa arte. Sappiamo tutti che la poesia non è mai stata un fenomeno editoriale. D’altronde la poesia è come l’acqua, è libera, non si misura in libri venduti.  Un poeta si sposta, ascolta poesie, viaggia in luoghi diversi. La poesia non si misura in libri perché per ascoltare una poesia basta un minuto. E l’esperienza della poesia non ha bisogno dei libri. Se a volte gli editori decidono di valutare la poesia in numeri, lo facciano pure. Ma è una cosa fine a stessa. Sul fatto che non si vendono libri di poesia poi ci sono troppi luoghi comuni. Ungaretti ha venduto un sacco di copie come Leopardi, molte più di Umberto Eco. Contro il credere comune accade spesso che autori più concettuali vendano più di tanti romanzieri. Rimane il fatto che la  poesia per esistere non ha bisogno dei libri, sono solo un mezzo di diffusione come lo sono le radi, la voce dei poeti stessi o degli attori che gli interpretano. In questo senso la poesia è libera.

Promuovere la poesia attraverso i social network. Secondo lei sarebbe una buona idea? O meglio un ritorno ai caffè letterari di una volta?

Non è più solo un’idea, i social network sono il nuovo mezzo per diffondere la poesia. Essendo un’arte della parola sfrutta tutti i supporti attraverso cui la parola si diffonde, la voce in primis, poi la televisione, la radio. Oggi anche i social.

Professione poeta.  È possibile distinguere la poesia come lavoro alla poesia come indole?

Essendo un’arte della parola non esiste un livello professionale che si distingue da un livello dilettantistico. Ci sono dei talenti maggiori e ad altri minori come in tutte le arti, ma in poesia ognuno è libero di diffondere i suoi versi.

È anche un insegnante. Qual è l’insegnamento migliore per avvicinare le nuove generazioni alla poesia? 

A settembre uscirà una nuova edizione del mio libro “Contro la letteratura”,un attacco molto violento su come viene insegnata la poesia nelle scuole. Spesso si opta per un approccio freddo, schematico, morto, praticamente sbagliato. Il miglior insegnamento della poesia risiede nel coinvolgimento della persona che insegna. Non si può obbligare ad amare Dante, bisogna amarlo a tal punto da trascinare un altro nel tuo amore. Non si può obbligare ad amare Leopardi, bisogna insegnarlo in un modo in cui la tua serietà e il tuo impegno verso quell’autore trascini l’alunno che hai difronte. Quando questo succede i ragazzi possono seguire e facilmente si incuriosiscono alla poesia.

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