venerdì, Dicembre 13

La perdita del Vega n.15 tra speculazioni e ignoranza La vicenda al centro di un ‘giallo’ diplomatico. Dietro ci potrebbe essere l’appuntamento di novembre dei Ministri europei responsabili delle attività spaziali a Siviglia per decidere il futuro dell’ESA, ovvero dell’Europa nel settore, business di circa 13 miliardi di euro

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Lo scorso 11 luglio, due minuti dopo il lancio avvenuto regolarmente dalla base europea di Kourou, un razzo Vega dal peso iniziale di circa 96 tonnellate, ha trasmesso un’anomalia dalle conseguenze rivelatesi poi disastrose: secondo i dati di telemetria, all’accensione del secondo stadio la sua traiettoria ha deviato la rotta nominale per poi inabissarsi nei caldi fondali dell’Atlantico tropicale mandando a fondo oltre mezzo miliardo di euro del suo carico pagante. 

Vega, il vettore europeo realizzato a Colleferro, in prossimità di Roma, in uso da Arianespace, è lo sviluppo di una collaborazione dell’Agenzia Spaziale Italiana con l’Agenzia Spaziale Europea per la messa in orbita di satelliti dalla massa tra 300 e 1.500 kg.
Il sistema è un corpo unico, senza booster laterali, con tre stadi a propellente solido: Zefiro 23, Zefiro 9 e uno a propellente liquido per le manovre orbitali.
L’Italia è il maggior finanziatore e sviluppatore del programma con una quota del 65%, seguono la Francia (12,43%), il Belgio (5,63%), la Spagna (5%), i Paesi Bassi (3,5%), la Svizzera (1,34%) e la Svezia (0,8%). 

È stato il primofallimento, al 15° lancio. Comprensibilmente, appena reso noto l’incidente, il titolo di Avio ha perso il 15% della sua quotazione sulla piazza di Milano con un innegabile danno di immagine e evidenti ripercussioni commerciali. Sui fatti e gli irrimediabili rischi di un mal funzionamento si stanno facendo diverse ipotesi, ma recentemente si è innescato anche un dubbio del sabotaggio

Repubblica’ -ci sembra l’unico tra i quotidiani blasonati a parlarne- ha esposto la sua teoria con la firma di Gianluca Di Feo. Il punto su cui si focalizza Di Feo nel suo articolo è incentrato sul carico imbarcato, il primo dei due Falcon Eye commissionati nel 2014 dagli Emirati Arabi.
L’intero programma è costituito da una coppia di satelliti da ricognizione ad altissima risoluzione, dunque un sistema acquistato per scopi eminentemente di importante strategia militare.
Il contratto alle industrie europee, rileviamo, è stato firmato dopo che i requisiti proposti hanno dovuto passare al vaglio dei tecnici per superare le limitazioni alla commercializzazione di componenti statunitensi considerati inesportabili. Anche ad un profano appare evidente la delicatezza del materiale trattato.
Premettiamo a questo punto che non intendiamo entrare in dettagli diplomatici molto opachi in quella regione mediorientale che continua a determinare gli equilibri politici nella distribuzione energetica mondiale. Va, però, ricordato -per quanto poi vogliamo affermare- che Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti hanno in atto un accordo di cooperazione per la difesa già dallo scorso maggio. Il documento stipulato tra le due parti conferma l’interesse reciproco per una stabilità regionale necessaria alla fluttuazione del prezzo del greggio che è stato messo a dura prova nel braccio di ferro tra le diverse tecniche di estrazione. Va ricordato, poi, che il Pentagono ha spesso autorizzato la fornitura di armamenti, con programmi di formazione militare e di esercitazioni congiunte. 

Ma c’è da dire che quando, lo scorso anno, il Presidente americano Donald Trump allontanò dal suo staff il Segretario di Stato Rex Tillerson di ritorno da una missione in Africa, Mohammed bin Zayed, consigliere del principe ereditario, si espresse colorosamente a nome degli Emirati facendo ritenere che troppi inciuci stavano avvelenando i negoziati tra le due regioni politiche.
Non ci siamo arrotolati su fatti lontani nella narrazione delle nostre riflessioni e proviamo a darne un nostro contenuto. 

Si domanda Marcello Spagnulo nelle righe di ‘Formiche’, se la perdita di Vega possa inserirsi in un complesso quadro geopoliticoA nostro avviso, parlare di un complotto internazionale in cui potenze straniere disturbano un lanciatore fino a portarlo a distruzione per impedire la messa in orbita di un satellite spia di un Paese con cui si hanno relazioni sottoscritte fa però pensare. Nell’articolo, seguita Spagnulo, anche lui critico con Repubblica, «non vi sono ovviamente né prove né certezze in tal senso e il tutto sembrerebbe essere uno stimolante pezzo di fine estate per il lettore assorto sotto l’ombrellone».
In realtà, seRepubblicanon fosse uno dei riferimenti italiani dell’Eliseo, molti commenti sarebbero stati superflui. Il fatto è, però, che al momento della pubblicazione i toni delle polemiche governative avevano raggiunto il calor bianco, destabilizzando di fatto l’essenza dello Stato italiano e l’epilogo ormai lo conosciamo tutti, compreso quello del Senatore Matteo Salvini che ha parlato di un congiura internazionale per segargli la poltrona del Viminale. 

Così, se il primo pensiero che viene in mente è che, qualora la verità diRepubblicadovesse trovare la dovuta conferma in sede investigativa, i trattati che legano l’impero del capitalismo e il sultanato del petrolio si infrangerebbero in un atto di guerra svoltosi in tempo di pace. Ma quello che ci sorprende è come possa essere credibile una posizione di contrarietà degli Stati Uniti al manufatto europeo fornito agli Emirati.
Come già detto, Washington ha uno strumento potentissimo nelle proprie leve di potere: gli ITAR (International Traffic in Arms Regulations), ovvero le norme che controllano l’esportazione di articoli relativi alla difesa dagli Stati Uniti e secondo cui nessuna persona non statunitense può disporre di accesso fisico o logico ai programmi archiviati. Odiose, aggiungiamo noi perché permettono all’America di regolare la produzione di ogni oggetto che abbia a che fare con le loro forniture, ma molto efficaci per evitare un uso indiscriminato delle esportazioni di materiale sensibile.

Noi non sappiamo cosa sia accaduto alla disastrosa missione del 15° Vega e prima di dar la colpa agli altri, riteniamo necessaria un’analisi seria sui software di bordo, convinti che non mancherà lo scrupolo sia del costruttore che degli inquirenti tecnici e scientifici per giungere al più presto alla verità e migliorare la sicurezza in ogni sua parte. 

Ma a queste considerazioni ne aggiungiamo un’altra più accidentata. È vero che in estate i cronisti faticano a raccogliere notizie e che spesso le pagine dei quotidiani soffrono dell’horror vacui che rappresenta il vero incubo dei capi delle redazioni. Ma sarebbe bene porre un po’ di attenzione al momento della firma di un articolo.
In nostri pezzi precedenti abbiamo messo in luce molte delle nubi che stanno avvolgendo le attività dello spazio in Europa in questi mesi: volontà unilaterali di accorpamenti senza controllo, minacce di inefficienza di alcuni apparati e poi la concorrenza internazionale, la corsa al riarmo e i tentativi di ostacolare alcune esportazioni giudicate ostili al prosieguo di alleanze. 

L’articolo di ‘Repubblica’ così ci appare una pericolosa provocazione. Non ci stancheremo di sottolineare l’importante scadenza a cui l’Europa dello spazio si sta avvicinando. A novembre i Ministri europei responsabili delle attività spaziali si riuniranno a Siviglia per decidere il futuro dell’ESA, ovvero dell’Europa nel settore. Un business di circa 13 miliardi di euro. Per l’Italia la cifra è circa 2,4 miliardi.
Che non sia questo il costrutto delle dinamiche internazionali a cui si sta mirando per scombussolare l’intero scenario politico europeo in campo spaziale?

Sinceramente lo temiamo e consideriamo estremamente pericoloso -in momenti storici e politici come questo- lanciare messaggi intimidatori, specie se provenienti da un giornale considerato autorevole verso le cancellerie più prossime ai nostri scambi commerciali.

Piuttosto riteniamo più consistente implementare un piano alternativo che possa sopportare le grandi incertezze a cui si sta andando incontro. Con le attività spaziali non si può scherzare, e una moratoria alla ministeriale che preveda un reindirizzo degli investimenti a affari consistenti potrebbe essere una soluzione decisiva per evitare rischiose concentrazioni di investimenti che alla fine favoriscono soltanto i Paesi con strutture politiche ed industriali più forti

Abbiamo visto che il governo del cambiamento in questi 14 mesi non solo non ha cambiato nulla, almeno nello spazio nostrano ma ha finito per sconvolgere alcuni equilibri senza averne trovato altriOra guardiamo con estremo timore a una delegazione che necessariamente non avrà le necessarie competenze per andare ad affrontare tematiche di alti contenuti scientifici e industriali. Pensiamo pertanto che una pausa su percorsi accidentati e pieni di ostacoli potrebbe essere un’azione di grande serietà per un futuro governo che sarà, proiettandosi su itinerari già percorsi, con alleanze già collaudate nel tempo che hanno fatto grande l’Italia in passato e potranno renderla ancora più aggressiva nel prossimo futuro.

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