sabato, Agosto 8

La pazienza morotea di Mattarella e gli apprendisti stregoni dell’antipolitica Al Quirinale si fronteggiano due anime: l'una punta al Governo del Presidente, l'altra al Governo che assembli grillini, PD, Liberi e Uguali

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C’è chi con sprezzo del ridicolo, definisce quelle del Moliseelezioni dell’Ohio italiano. Per capirci. L’Ohio, 17esimo Stato entrato il 1 marzo 1803 in quell’Unione che usualmente viene chiamata Stati Uniti d’America oltre che ‘Bella terra, bel fiume’ in lingua Irochese (i nativi di quel luogo prima che arrivassero gli europei) è anche soprannominato Bukeye, dal nome di una castagna velenosa in quelle terre molto diffusa. Viene chiamato anche ‘Mother of Presidents’, in quanto ha mandato alla Casa Bianca sette dei suoi ‘figli’ nativi; ma soprattutto perché nel macchinoso sistema di voto degli Stati Uniti, i suoi diciottovoti elettoralisono quasi sempre decisivi. L’Ohio è sostanzialmente diviso in due correnti: una progressista e liberale, nel nord del Paese, una più conservatrice, concentrata nel sud. Per manciate di voti democratici e repubblicani si accaparrano i diciotto ‘voti elettorali’, che poi influiscono in modo determinante per l’elezione dell’inquilino alla Casa Bianca. Per questa ragione, da sempre, politici, candidati, media seguono con un occhio particolare quello che accade in Ohio. Gli umori e ilsentiredegli abitanti di questo Stato sono una sorta di cartina di tornasole, che anticipa il più generale umore e sentire del Paese. Difficile che un Presidente degli Stati Uniti possa essere eletto se non vince in Ohio.

Il Molise, per quanto regione con piena dignità, non è certo paragonabile all’Ohio. Non foss’altro perché il nostro sistema elettorale è completamente diverso. In Molise, oltre tutto, si tratta di elezioni amministrative, e pesano potentati locali con i relativi ‘pacchetti’ di consenso, che di volta in volta – sulla base di concreti e consistenti interessi locali-, vengono spostati sul centro-destra o sul centro-sinistra.
Può piacere o meno, ma in Molise delle dinamichenazionali‘, sostanzialmente se ne impipano. La ‘calata’ dei vari leader lascia sostanzialmente indifferenti gli elettori. A Campobasso e nelle altre cittadine molisane sono calati i vari Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Silvio Berlusconi, Maurizio Martina, ma gli elettori sanno benissimo che da lunedì, passata la festa, gabbato lo santo. Proveranno, facendosi scudo di quel risultato ad alzare la posta, ma nessuno, comunque, seriamente e legittimamente, da quel voto, potrà accampare qualche seria pretesa. Lo sanno i diretti bercianti, qualsivoglia cosa accreditino. Lo sa più di tutti, ed è questo che conta, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il quadro è quanto mai chiaro, nel suo esser confuso. Il Movimento 5 Stelle è disposto a tutto, pur di sistemare Luigi Di Maio a palazzo Chigi, ma non può accettare di avere al suo fianco Silvio Berlusconi (al massimo, concede, un ‘appoggio non ostile’; e chissà che significa questa espressione: esiste un ‘appoggio ostile’, per caso? Sono i Misteri ‘dimaiesti’). La Lega di Salvini ha una gran voglia di stringere alleanza con il M5S, ma non può farlo da sola, e rompere per questo con Berlusconi: verrebbe meno la forza contrattuale del Segretario leghista, che non potrebbe più rivendicare, come invece fa, la leadership del centro-destra; Berlusconi vorrebbe l’intesa con Matteo Renzi e il Partito Democratico; ma come si fa? Anche a costo di rompere con la Lega, e anche a riuscire a convincere tutto il PD a votare compatto, i numeri son quelli: nessuna maggioranza stabile. E’ vero che c’è sempre qualcuno disposto a emulare Antonio Razzi o Domenico Scilipoti e cambiare casacca a seconda della convenienza. Ma questa sorta di ‘mercato’ è molto rischioso, perché alla fine i dazi da pagare potrebbero risultare molto onerosi… e comunque oggi il PD è come quei due tali che riuscivano, pur essendo due soltanto, a coltivare tre diverse opinioni.

Il rompicapo che in qualche modo Mattarella deve sciogliere richiederebbe la pazienza di Giobbe, la sapienza di Minerva, l’audacia di Cesare, l’ostinazione di Churchill. E tempo, soprattutto tempo. E’ quello che manca. I Di Maio, i Salvini, tutti gli altri, sembrano non rendersi conto che in Europa peggio di noi sta solo la Grecia; sembrano non rendersi conto che la pazienza dei mercati è agli sgoccioli; che la calma di questi giorni è il segnale di una tempesta che incombe.
La situazione economica italiana è una vera e propria polveriera, il debito pubblico alle stelle, la disoccupazione giovanile a livelli allarmanti, le imposizioni fiscali scoraggiano qualunque investimento. Non ci si deve lasciare ingannare dagli spostamenti verso le località di vacanza di questo lungo fine settimana alle porte. Confindustria e ISTAT ‘vedono nel 2018 un netto rallentamento; proprio Assoturismo lancia il grido di dolore per quel che riguarda l’’industria’ del divertimento e del riposo. Le possibilità che il primo trimestre dell’anno si riveli deludente sul fronte del PIL sono alte, con evidenti contraccolpi sul bilancio del Paese. L’Europa chiederà all’Italia di tassare ulteriormente i beni patrimoniali; ma come ci dice la CGIA di Mestre nel 2016 (a quell’anno risalgono gli ultimi dati elaborati disponibili) gli italiani hanno versato al fisco qualcosa come 45,4 miliardi di euro: sommatoria di 14 differenti imposte patrimoniali (ICI, IMU, TASI, ecc.).

Questo quadro è ben chiaro a Mattarella. Per non parlare della situazione internazionale. Vero che l’Italia all’estero conta ben poco; ma sono comunque in ballo in Africa e Asia soprattutto, interessi corposi, minacciati da Francia, Regno Unito, Russia, Cina. I manager di Stato sanno fare il loro lavoro, ma una coperturapoliticaè necessaria; e al momento il volenteroso Governo di Paolo Gentiloni non basta. I report che dalle ambasciate partono per le rispettive Cancellerie sono ogni giorno più preoccupati e trasudano inquietudine.

Per tornare al Quirinale: si fronteggiano due anime. Una sostenitrice del ‘Governo del Presidente‘. ‘Visivamente’ è incarnata dal Segretario generale Ugo Zampetti. Ipotesi da molti evocata: un Esecutivo di ‘esterni’ (guai a chiamarli ‘tecnici’); durata provvisoria, compiti mirati: per esempio la nuova legge elettorale. Solo che una nuovo sistema elettorale non si improvvisa in poche settimane; e come è noto, nulla, spesso è più definitivo del provvisorio. Inoltre bisogna convincere tutti a fare un passo indietro: Berlusconi e il PD lo faranno volentieri. Salvini e Di Maio?
Mattarella è anche pressato da una ‘squadra’ che al Quirinale opera con discrezione e determinazione, fautrice di un Governo che assembli grillini, PD, Liberi e Uguali; che metta all’angolo Renzi, e faccia leva su big del partito come Dario Franceschini, Andrea Orlando, Gianni Cuperlo; e dietro loro, si intravede il lavorio dei Romano Prodi e dei Walter Veltroni; ma anche qui, a parte la disomogeneità di fondo, a parte i tanti interessi a far abortire da subito la coalizione, la agognata minoranza si aggrappa a una manciata precaria di voti.

Resta lo spettro da tutti evocato a parole, ma tutti intimamente esorcizzato con ogni tipo di rito: quello delle elezioni anticipate. A parte che oltre la metà degli attuali parlamentari, eletti per ‘grazia ricevuta’ difficilmente saranno disposti a uscire appena entrati, il risultato elettorale di eventuali consultazioni da tenere in tempi così ravvicinati non garantisce in nessun modo un risultato differente dall’attuale. La minaccia la si può evocare come spauracchio, ma non è credibile. E l’Europa non sarebbe comunque disposta a concederci ulteriore credito per le tante scadenze in attesa, e che incombono.

Mattarella ha pazienza morotea, cautela tipica del democristiano di lungo corso, la lungimiranza che gli deriva dall’essere un politico, vivaddio, di ‘professione’ e lungo corso. Un bandolo lo troverà, grazie a queste sue doti. Una cosa è sicura: la politica deglianti-politicisi rivela giorno dopo giorno un bluff, una mistificazione; Mattarella sempre più si rivela l’unico responsabile, circondato da una quantità di mediocri apprendisti stregoni.

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