sabato, Luglio 20

La partita di Pedro

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Spagna – Solo dodici mesi fa, Pedro Sànchez era un deputato semplice, con l’aura del ‘perdente di successo’. Subentrato come primo dei non eletti, la prima volta nel 2009, la seconda nel 2013, era solo un giovane (ma neanche tanto, per la politica spagnola) economista madrileno di 42 anni, ex giocatore di basket nell’Estudiantes, che nel suo cursus honorem politico aveva fatto parte del comitato dell’ex Ministro degli Esteri spagnolo Trinidad Jiménez alle primarie perse contro Tomàs Sànchez per la candidatura alla Comunidad de Madrid e a fine 2013 aveva coordinato, per conto dell’allora Segretario Rubalcaba, la conferenza politica del Psoe, massimo organo del partito dopo il congresso.

Un anno dopo, agli inizi del 2015, Sànchez è il Segretario Generale del Psoe, il 20esimo della sua storia, ed è uno dei favoriti alla successione di Mariano Rajoy – lo stesso Rajoy permettendo – alle elezioni del prossimo autunno. Ma cosa è successo, in soli dodici mesi, di così speciale portare un sicuramente capace ma semisconosciuto deputato di Madrid a diventare uno dei leader politici più importanti del Paese?

Il 2014 è stato un anno particolarmente impegnativo e ricco di cambiamenti anche per il Partito Socialista, che aveva chiuso il 2013 in una latente depressione: l’onda lunga del fallimento delle elezioni 2011 – le prime svoltesi durante la grande crisi economica – non facevano presagire un breve riscatto, ma la continuazione di quella “traversata nel deserto” che già si era vissuta negli anni di Aznar, tra il 1996 e il 2004. Mariano Rajoy, sebbene sfiorato dagli scandali di corruzione, sembrava saldamente in sella, impegnato nelle riforme strutturali che «ci chiede l’Europa».

In realtà, come abbiamo spiegato più volte nel corso dei nostri articoli degli ultimi mesi, le cose non stavano esattamente così: e i cambiamenti arrivano in superficie solo dopo un grande e complesso lavorio sotterraneo di settimane, mesi, anni. Del resto, c’erano già stati segnali all’interno dello stesso Psoe, con l’emergere di una nuova leader nazionale, la quarantenne Susana Dìaz che alla fine del 2013 aveva sostituito José Antonio Grinan alla guida della Junta de Andalucìa. Simbolo di una nuova generazione, non coinvolta nei governi di Gonzàlez e Zapatero, a capo della federazione più potente del Psoe, che da sola controlla quasi la metà delle tessere del partito su base nazionale: una leader con cui da subito l’allora Segretario Generale Rubalcaba, lui sì braccio destro di Zapatero al governo, dovette fare i conti.

Erano questi, dunque, i pensieri che agitavano i socialisti nei primi mesi del 2014: un timido accenno di ricambio generazionale unito alla difficoltà di fare opposizione a Rajoy, a capo di un governo che portava avanti, in modo molto rigoroso, le indicazioni provenienti da Bruxelles. Quelle stesse indicazioni che negli ultimi due anni del suo mandato seguì, attenendosene in modo anch’egli piuttosto scrupoloso, José Luis Rodrìguez Zapatero. Il poco entusiasmo della “base” faceva il resto, tra la difficoltà di smarcarsi dal centrodestra al governo e la volontà di non spostarsi troppo a sinistra e vanificare così la vocazione riformista costruita in quasi quattro decenni di democrazia.

Sono arrivate poi, come più volte abbiamo raccontato in questi mesi di cronache, le elezioni europee: elezioni alle quali i socialisti si presentavano sotto la guida di Rubalcaba con la volontà di sorpassare i popolari; fatto quest’ultimo che non solo non avvenne (Pp 26% – Psoe 23%) ma che portò i due partiti maggioritari a non sommare, per la prima volta nella storia della democrazia, più della metà dei consensi. Fu allora che Alfredo Pérez Rubalcaba decise di dimettersi dalla guida del partito e di aprire la questione della successione attraverso delle primarie – non aperte ma riservate agli iscritti del Psoe – da svolgersi il 13 Luglio, giorno della finale del Mondiale di calcio.

La maggior parte degli osservatori è concorde nell’affermare che se in quei giorni fosse scesa in campo Susana Dìaz avrebbe probabilmente portato a casa la Segreteria senza troppi problemi: ma la “governatrice” andalusa decise diversamente, e così fecero anche due tra i potenziali leader annoverati più volte tra i papabili come l’ex Ministro della Difesa Carme Chacòn, grande sconfitta del precedente congresso in cui perse da Rubalcaba, e l’ex governatore basco Patxi Lòpez.

Le primarie risultavano quindi incerte e APERTE, confinate – allora si diceva – alla sola GESTIONE del partito e non a decidere il candidato che avrebbe dovuto concorrere un anno e mezzo dopo per la Moncloa. Pedro Sànchez si “Infilò” quindi in questa sorta di “vuoto di potere”, in cui il tatticismo tra le varie correnti di partito aveva eliminato una a una altre possibili candidature: decise di presentarsi alle primarie con una piattaforma vaga abbastanza per vincere, basata sul ricambio generazionale e su una “nuova sinistra”, ma senza mettersi eccessivamente contro la vecchia guardia del partito, che ancora deteneva un potere d’interdizione in grado di rendere la vita impossibile a qualsiasi Segretario. Gli altri due CANDIDATI, il basco Eduardo Madina – maggiormente critico rispetto al passato del Psoe – e l’andaluso José Antonio Pérez Tapias, della CORRENTE più a sinistra, non poterono fare molto contro Sànchez, che grazie anche all’appoggio di Susana Dìaz, vinse le primarie con il 49% dei voti.

In quell’epoca, il nuovo Segretario Sànchez era sostanzialmente un enigma: un viso nuovo e telegenico che sostituiva il brillante ma grigio Rubalcaba, da riempire però di contenuti politici in grado di recuperare i voti persi dai socialisti nel corso degli ultimi anni. C’era chi sospettava che Sànchez altro non fosse che una sorta di ‘re travicello’ messo su dalla Dìaz in attesa della sua discesa in campo, prevista per le elezioni di AUTUNNO 2015, alle quali la presidente andalusa sarebbe arrivata senza la zavorra di un anno e mezzo di lotte intestine nel partito. Tutte questi scenari non avevano fatto i conti con l’imprevedibilità della politica e con le capacità dello stesso Sànchez, che nei primi mesi da Segretario è cresciuto molto. Se una certa ascesa di Podemos era prevedibile, anche se non nei modi in cui stiamo assistendo, non era infatti prevedibile la vera e propria via crucis alla quale è stato sottoposto Rajoy e il suo governo dall’estate in poi, tra scandali, defezioni eccellenti, SONDAGGI avversi.

In un clima molto mutato rispetto a solo qualche mese prima, Sànchez ha quindi preso fiducia e ha portato avanti anche gesti piuttosto forti e decisi (come l’indicazione ai ‘suoi’ europarlamentari di non votare Juncker alla Presidenza della Commissione Ue o la volontà una volta al governo di togliere il pareggio in bilancio in Costituzione, riforma di cui lo stesso Zapatero fu promotore insieme a Rajoy nel 2011) dalla doppia connotazione, sia interna che europea: dare un segnale alla sinistra del partito e contemporaneamente posizionarsi dalla parte di quanti nel vecchio continente chiedono una revisione delle politiche di austerità.

Sànchez si è dato inoltre una connotazione ‘pop’ che non hanno i suoi principali avversari: né Rajoy, che anche se è al governo da poco più di tre anni, rimane comunque, nel fondo, un funzionario di partito, né Pablo Iglesias, che con il suo look barricadero ricorda più le occupazioni universitarie che i patinati studi televisivi. Il neoleader del Psoe ha invece calcato gli studi delle principali trasmissioni di infotainment e gossip del Paese – comprese quelle di Telecinco – cercando di accreditarsi come opzione spendibile agli occhi di una larga fetta di elettorato tradizionalmente lontano dalla sinistra, avvicinandosi in questo al suo più illustre “cugino”, il premier italiano Matteo Renzi.

In questi primi mesi da Segretario Sànchez ha cercato quindi di coprire tutto l’arco politico che va dagli indecisi orbitanti nell’elettorato popolare agli indignati che in assenza di una credibile alternativa di centrosinistra sono tentati di dare fiducia a Podemos: una strategia che, unita alle difficoltà in cui si dibatte Rajoy, situa attualmente il Psoe al 27% dei potenziali consensi, due punti e mezzo sopra Podemos e addirittura sette sopra il Pp, al 20% secondo un sondaggio pubblicato prima delle feste natalizie su El Paìs. Un tracollo, se si pensa che solo tre anni alle politiche il partito guidato da Rajoy conquistò il 44,6% dei voti.

Per ora, almeno in apparenza, gli sta dietro anche tutto il suo partito, all’interno del quale non si vedono minoranze bellicose o “malpancisti” che fanno tanto la fortuna dei giornalisti politici nostrani: e nessuno, almeno ufficialmente, mette in discussione la leadership di Sànchez, tanto che non si parla più di primarie per il candidato alla Moncloa. Che esiste già, nei fatti, e risponde proprio al nome dell’attuale Segretario. La vecchia guardia appare spesso scettica sul suo operato, ma non ha né la forza né la credibilità né, per ora, l’interesse a mettere in discussione un leader la cui popolarità appare in crescita costante. Inoltre, come ogni forza politica europea di centrosinistra (vedi l’ultima intervista a Tony Blair in cui quest’ultimo critica il leader del Labour Milliband per avere spostato – a suo dire – il partito troppo a sinistra) anche il Psoe si dibatte tra spinte divergenti: da una parte, quelli che vorrebbero avvicinarsi a Podemos e Iu; dall’altra coloro che non disdegnano, in caso di pareggio alle prossime elezioni, anche una mai sperimentata grande coalizione con i popolari.

Sànchez cerca una sintesi, dicendosi certo che i socialisti torneranno al governo e che ci torneranno da soli: prospettiva che, vedendo gli attuali numeri, è al momento piuttosto improbabile ma che serve per rinsaldare le fila del suo elettorato e, cosa non secondaria, prendere tempo. Anche perché sa che senza recuperare voti in Catalogna – dove il suo partito viaggia su percentuali intorno al 10%, assolutamente esigue – la vittoria alle politiche è quasi impossibile. Per questo si è lanciato in una proposta di riforma costituzionale che va in direzione di un federalismo asimmetrico: proposta che serve per accreditarsi agli occhi dei catalani come una forza di dialogo propositivo.

La terza via, dunque: né con Bruxelles ma neanche con Syriza; né dalla parte di Rajoy ma tantomeno con Mas; né con Zapatero – di cui non può rivendicare i fallimenti in campo economico – ma tantomeno contro, non potendosi certo distaccare dalle conquiste in campo sociale. È il difficile crinale delle sinistre europee: non dimenticare il grande tema della giustizia sociale pur essendo saldamente ancorate a un’identità di governo che non possono rinnegare. Manovra non facile nel momento politico attuale. Ma il 2015 potrebbe riservare molte sorprese: la “massa critica” rappresentata da Portogallo (le cui elezioni sono in primavera), Spagna, Francia, Italia e Grecia se si ritrovassero presto dalla stessa parte, pur con sensibilità differenti, non sarebbe priva di conseguenze anche a livello europeo. Ed è lì che si gioca la partita di Pedro, se oltre a vincere vuole durare, in un’epoca in cui la crisi ha innalzato – e poi mandato al tappeto, in tutto il continente – una serie di leader dal consenso inizialmente quasi inattaccabile ma che senza adeguate sponde in Europa non sono riusciti a invertire la rotta del declino.

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