domenica, Gennaio 19

La parola ai rifugiati, reportage dalla Via dei Balcani

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Il ‘virus’ delle barriere contagia anche Austria e Slovenia. «Se gli accordi raggiunti domenica a Bruxelles non verranno rispettati, la Slovenia sarà costretta ad adottare misure per fermare il flusso dei migranti», ha dichiarato il premier Miro Cerar, minacciando, se necessario, di «costruire una barriera anche subito». Stessa toni più a nord, a Vienna, dove il ministro dell’Interno Johanna Mikl-Leitner tira in ballo non precisati scopi difensivi per giustificare il ricorso ad una «barriera tecnica». La priorità austriaca è mettere ordine al flusso di rifugiati nel Paese, ha precisato il ministro, assicurando che «non si tratta in alcun modo di una chiusura delle frontiere». Fatto sta, a meno di una settimana dal vertice in cui si sono stabiliti tempi e modi per ottimizzare il transito dei rifugiati verso l’Europa, la situazione sembra già fuori controllo. È evidente come gli accordi presi nelle stanze del potere a Bruxelles siano scollegati dalla realtà di tutti i giorni, dai limiti pratici dovuti alla portata del flusso di rifugiati sulla Via dei Balcani. La catena della comunicazione non funziona: di fatto, alla decisione non segue l’azione stabilita, ammesso che la decisione sia quella giusta. Pertanto la reazione ‘naturale’ dei governi dinanzi all’ennesimo fallimento della politica è il ricorso a paline, rete metallica e filo spinato. Opzione criticata dal cancelliere tedesco Angela Merkel, secondo il quale la soluzione al problema passa per il controllo dei confini esterni alla Ue e per la cooperazione a livello europeo.

Tornando alla cruda realtà dei fatti, nelle stesse ore in cui a Vienna e Lubiana maturava l’opzione barriere, le acque del mare Egeo inghiottivano altre 5 imbarcazioni di profughi salpate dalla costa turca verso la Grecia. Mentre scriviamo le vittime accertate sono 11, inclusi 5 bambini cui si somma un numero imprecisato di dispersi. Lo riferisce la Guardia costiera greca, aggiungendo che 214 profughi sono stati tratti in salvo. Mercoledì notte un uomo e due bambini sono stati trovati morti. Al largo della spiaggia di Molyvos è morto un bambino di 6 anni, mentre due bambini e un uomo sono annegati più a sud, nelle acque dell’isola di Samos. Al largo dell’isolotto di Agathonissi si cercano tre bambini, due piccoli di 1 e 5 anni e una bambina di un anno.

profughi conf 6

I sopravvissuti all’ennesima tragedia dei mari saranno a breve trasferiti nel centro di raccolta di Atene, da dove inizierà la loro risalita lungo la Via dei Balcani. Da gennaio ad oggi, più di 500 mila profughi hanno percorso la lunga pista che porta in Europa attraverso Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia. Qui li abbiamo incontrati, e ascoltato testimonianze che riportano l’attenzione sul vero problema della crisi dei migranti: le guerre dalle quali stanno fuggendo.

 

L’Europa se ne frega

«È grottesco, ovunque tu vada sei nemico di qualcun altro, pertanto è impossibile, o decidi di combattere o sei costretto a fuggire!». Sono le parole con cui Ahmad cerca di riassumere l’immane tragedia in corso in Siria, fonte primaria dell’esodo di centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso le capitali europee. Ahmad è un ingegnere di mezza età, nato e cresciuto a Damasco dove per anni ha vissuto un’esistenza dignitosa, dedicandosi al lavoro, alla moglie e ai quattro figli minorenni che ha lasciato in Turchia, in attesa di potersi ricongiungere. Lo incontro a Idomeni, minuscolo villaggio greco situato a ridosso del confine con il Fyrom (Macedonia), sconosciuto agli stessi greci prima che finisse sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Attorno a noi si estendono campi coltivati a vite, qualche terreno incolto adibito al pascolo delle mucche, e diversi appezzamenti accesi dal colore dorato delle piante di mais, utilizzati da un mese a questa parte come latrine a cielo aperto a causa della mancanza di toilette. Qui, lungo un’esile striscia di terra e asfalto di un paio di chilometri nel mezzo della campagna greca, inizia la Via dei Balcani, divenuta nel 2015 la principale via di transito per i rifugiati diretti in Europa. Ahmad sosta a bordo strada assieme a Omar e Mohammad, taciturni compagni di viaggio accovacciati nell’erba in attesa di aggregarsi alla coda che immette nel campo di accoglienza al confine. Siamo nella parte posteriore della lunga fila di autobus, almeno una dozzina, giunti nelle ultime due ore con il loro carico di vite. Sui terreni attorno sono sparpagliate duemila persone, forse di più, divise in gruppetti spontanei nell’attesa di poter presto varcare la frontiera macedone. I mezzi giungono ad intervalli regolari dal principale centro di raccolta greco di Atene a 500 chilometri di distanza, nel quale vengono fatti confluire tutti i rifugiati approdati sulle isole del Mare Egeo al termine di una pericolosa traversata via mare.

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