venerdì, Dicembre 13

La paralisi politica dell'Iraq

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L’offensiva politica di Muqtada al-Sadr – figura complessa della scena irachena – continua. La richiesta sadrista – che è poi la richiesta della popolazione irachena tutta – al governo di attuare riforme, di mettere fine alla corruzione della classe dirigente e di cominciare a fornire servizi reali, si scontra con l’ostinato rifiuto di parlamento ed esecutivo di rinunciare a posizioni enormemente lucrative. Nel mezzo, si dibatte il primo ministro Haider al-Abadi, descritto da alcuni osservatori come un brav’uomo che vorrebbe davvero riformare l’Iraq per combattere la sua ormai parossistica instabilità (oltretutto, gode della fiducia incondizionata e del sostegno degli Stati Uniti, oltre che di quello almeno apparente dello stesso Sadr).

Le proteste del movimento sadrista – che raccoglie non solo le masse sciite impoverite, ma si propone di promuovere le istanze di tutti gli iracheni, minoranze comprese – sono cominciate ad agosto del 2015, raccogliendo decine di migliaia di manifestanti, e da allora si sono moltiplicate, continuando a chiedere un nuovo governo, epurato dai corrotti e teso a soddisfare davvero le necessità primarie di un paese che, a 13 anni da una mal concepita e devastante invasione militare, si dibatte non solo nella cronica instabilità politica, ma anche tra una crisi finanziaria acuita dal crollo del prezzo del greggio e l’ingombrante e violenta presenza del sedicente Stato islamico.

Qualche settimana fa, Abadi aveva annunciato di voler sostituire alcuni membri del proprio gabinetto con dei tecnocrati – presumibilmente qualificati alla gestione della res publica e, soprattutto, avulsi dal mondo dei politici per mestiere, uomini inetti oltre che corrotti.

Naturalmente, i partiti si sono sentiti minacciati e oltraggiati da una simile prospettiva e hanno puntato i piedi. Sono seguite due settimane di impasse durante le quali i deputati si sono rifiutati di votare il rimpasto e hanno tentato di rimuovere il presidente del parlamento. Solo martedì 26 aprile Abadi è riuscito a rimuovere e sostituire sei ministri, rimandando ulteriori misure.

(qui sotto il video di una seduta del parlamento iracheno durante la quale è scoppiata una rissa)

Le proteste sadriste sono arrivate, intanto, fino ai cancelli della cosiddetta Zona Verde di Baghdad, dove si trovano gli uffici del governo, il parlamento, l’ambasciata americana e altre rappresentanze diplomatiche, protette da un solido e impenetrabile cordone di sicurezza (per non dire fortezza). Sadr è stato attento a inscenare una protesta ineccepibile nella forma e nelle richieste. Solo bandiere irachene, solo slogan dedicati alla nazione irachena, niente etnicismi o confessionalismi, niente violenze, niente atti di vandalismo. Queste le istruzioni trasmesse ai suoi sostenitori.

Ma sabato 30 aprile i deputati non si sono presentati alla seduta prevista per proseguire il rimpasto di governo e centinaia di manifestanti hanno attraversato il ponte sul fiume Tigri e hanno fatto irruzione nella Zona Verde, alcuni persino nell’edificio che ospita il parlamento. I contestatori, inclusi donne e bambini hanno spontaneamente e pacificamente lasciato la Zona Verde solo 24 ore dopo, domenica primo maggio, dopo aver presentato le proprie richieste in merito alle riforme, alla rimozione dell’esecutivo e a nuove elezioni, promettendo però di tornare a fine settimana per rinnovare la pressione e proprie richieste.

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