domenica, Ottobre 25

La pace in Yemen: miraggio o interesse di pochi? Le ombre della ‘guerra per procura’ e l’ambizione diplomatica dell’Italia. Intervista a Cinzia Bianco, analista esperta di Paesi del Golfo Persico, consulente presso la società americana ‘Gulf State Analytics’ e Autore per la rivista ‘Limes’

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Rispetto al secondo caso, potrebbe fare un esempio?

Penso ai negoziati che erano stati portati avanti, prima, dal Kuwait e, ultimamente, dal sultanato dell’Oman in maniera informale, nei quali molti hanno riposto grandi aspettative. Nel particolare caso dell’Oman, si trattava di uno sforzo nato nella regione e a partire dalla regione, in un Paese che ha ottimi rapporti con l’Iran, ma buoni rapporti anche con l’Arabia Saudita, e ha alle spalle una storia di successi nella mediazione destinata ai conflitti regionali. Anche quel tentativo, però, si è risolto in un nulla di fatto per le stesse ragioni: la mancanza di incentivi sufficienti a determinare un atto di volontà politica.

Tornando alla domanda precedente, in passato c’è stato un intervento forte da parte di una potenza terza: una potenza internazionale che avesse peso geopolitico ed economico talmente maggiore rispetto alle parti in causa, da riuscire a spingere in maniera decisiva verso la risoluzione di un conflitto. Al momento, con la retrocessione strategica degli Stati Uniti da tutta la regione mediorientale (e una Russia che sta crescendo come potenza, ma ancora non ha uno standing paragonabile a quello degli USA negli scorsi decenni), non c’è, effettivamente, un’altra potenza internazionale provvista di tale capacità.

Dottoressa Bianco, Le chiederei ancora di offrirci una lettura della posizione dell’Italia rispetto a due ruoli  distinti in senso politico-istituzionale ed economico: l’Italia come membro di organizzazioni internazionali (UE e Nazioni Unite) al cui interno lavora per una soluzione duratura a questa crisi; l’Italia come partner commerciale portatore di interessi direttamente legati alla fornitura di armamenti all’Arabia Saudita, che giuridicamente non risulta «Paese in conflitto» – una solida garanzia rispetto al mantenimento dell’export.

È un punto sul quale l’opinione pubblica è molto sensibile. Occorre, qui, chiarire il fatto che non ci sarà mai, nei prossimi decenni – è estremamente difficile immaginarlo – una scarsità di acquirenti per armamenti, in varie parti del mondo. Pertanto, non c’è bisogno di alimentare conflitti per interessi economico-commerciali, per non parlare poi del dettaglio dei casi emersi (in proposito, si è fatto anche riferimento a un’azienda tedesca che produceva in Italia, anche se sicuramente esistono altre forniture). Tuttavia, lo ripeto, gli acquirenti di materiale bellico non mancano, per cui non ci sarebbe alcun bisogno di fomentare conflitti in questo senso.

Invece, la posizione diplomatica che sta assumendo l’Italia, a vari livelli, è molto ambiziosa. Ciò non è accaduto spesso in passato nell’ambito della nostra politica estera: attualmente l’Italia sta spingendo, più di altri Paesi europei (anche più grandi), per creare una dinamica di dialogo regionale: creare le condizioni favorevoli a un nuovo framework, una nuova ‘formula’ per facilitare il dialogo tra Arabia Saudita, Iran e gli altri attori della regione. Infatti, come si può verificare sul campo, anche gli altri Paesi sono presenti con le loro agende, i loro interessi e strategie.

La posizione italiana costituisce un grande potenziale rispetto alla costruzione della stabilità della regione.  Direi che, forse, è anche troppo ambiziosa (non pare vi sia, finora, una risposta collettiva a questo impulso), ma sicuramente è importante.

Come emerge la posizione italiana al livello istituzionale delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea?

L’Italia emerge soprattutto a livello europeo. Per riportare un esempio di tre giorni fa, in sede di Consiglio ‘Affari esteri’ dell’UE si stavano discutendo nuove sanzioni contro l’Iran che, tuttavia, non sono state approvate per l’opposizione italiana: proprio perché l’Italia sta cercando di creare condizioni di distensione piuttosto che facilitare una escalation tra le parti regionali implicate e anche, certo, per motivi di interesse nazionale dato che l’Iran è potenzialmente un partner economico e commerciale importante, così come lo è l’Arabia Saudita – in questa ottica, l’interesse è abbastanza ‘sparso’.

 La nostra posizione è interessante: in tempi che vedono le occasioni di tensione moltiplicarsi e contagiare diversi dei nostri partner europei, la capacità di dire ‘No’ non è così scontata per un Paese che, comunque, non rappresenta una grande potenza.

Tornando all’export di armamenti, la sospensione delle forniture all’Arabia Saudita annunciata in gennaio dalla Germania è stata un punto di convergenza all’interno della nuova coalizione di governo, mentre la Norvegia ha approvato definitivamente quella misura lo scorso dicembre.

In Italia, un Appello pubblicato a marzo da Amnesty International e altre formazioni associative (Rete della Pace, Oxfam Italia, Rete Italiana per il Disarmo, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari), a causa delle violazioni dei diritti fondamentali e degli effetti devastanti sulla popolazione civile yemenita provocati da 3 anni di guerra, chiede al nuovo Governo una sospensione dell’invio di armamenti in Arabia Saudita.

Pensando che il Movimento 5 Stelle, in campagna elettorale, oltre alla non-proliferazione e al disarmo nucleari ha sostenuto l’embargo sulla vendita di armi a Paesi ‘coinvolti’ in guerre civili, ritiene che l’istanza proveniente dalla società civile avrà qualche probabilità di essere accolta con favore dalla nostra classe politica?

Dobbiamo prima capire che Governo si formerà: siamo ancora alle ipotesi. Parlando delle forze che hanno prevalso alle ultime elezioni, da una parte la coalizione di Centrodestra ha due partiti (Forza Italia, ma anche Lega) che si sono sempre posti in maniera favorevole all’export italiano, in tutti i campi. A mia memoria, non ci sono state posizioni specifiche molto forti. Sicuramente non c’erano quando FI era il primo partito del Paese. Per quanto riguarda i 5 Stelle, inizialmente il contrasto alla diffusione degli armamenti era significativo nella loro piattaforma elettorale. Tuttavia, al momento è in atto una serie di cambi di posizione del Movimento su diverse questioni afferenti alla politica estera. Non sarei certa al 100% che questo punto resterà all’interno dei loro obiettivi.

Porterei, però, l’attenzione su un altro aspetto. Sia la Norvegia che la Germania (dove la nuova coalizione non ha ancora ufficialmente approvato la proposta di non vendere armi ai sauditi), sono entrambi Paesi nei quali tagliare una parte di export è un’operazione senza dubbio meno controversa che in Italia, data la diversità dei rispettivi contesti nazionali: la possibilità di perderne una parte – piuttosto che una quantità di posti di lavoro – dipende dal tessuto socio-economico e produttivo di ogni Paese. Per questo tenderei a essere cauta nelle comparazioni.

Un taglio alle forniture di armamenti all’Arabia Saudita potrebbe comportare un impatto socio-economico negativo?

Qui ci muoviamo soprattutto nel reame delle percezioni. Non è questione di numeri o benefici occupazionali reali: ciò che accomuna i due partiti che hanno vinto le elezioni è il cosiddetto ‘sovranismo’, l’idea di riportare – e riscoprire – la centralità degli interessi italiani nel mondo.

In questa prospettiva, in un momento di economia stagnante, è certo che tagliare o, comunque, ‘punire’ un settore, anche per considerazioni che possono essere validissime da un punto di vista morale, non va, per quei partiti, nella direzione in cui l’elettorato li ha portati.

 

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