giovedì, Gennaio 23

La pace in Yemen: miraggio o interesse di pochi? Le ombre della ‘guerra per procura’ e l’ambizione diplomatica dell’Italia. Intervista a Cinzia Bianco, analista esperta di Paesi del Golfo Persico, consulente presso la società americana ‘Gulf State Analytics’ e Autore per la rivista ‘Limes’

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A un triennio dall’inizio del conflitto, scoppiato il 25 marzo 2015, lo Yemen è ancora un Paese in ginocchio.   I ribelli sciiti del movimento Houthi, sostenuti dall’Iran e fedeli all’ex-Presidente Ali Abdullah Saleh, hanno il controllo su circa metà del territorio e sulla capitale Sanaa, fronteggiando una coalizione di 9 Stati guidata dall’Arabia Saudita, forte delle armi provenienti da Washington (solo l’accordo del maggio 2017 ammonta a 110 miliardi di dollari). Soprattutto dopo la riorganizzazione dei miliziani, entrati in possesso di armamenti tra il 2015 e il 2016, la guerra ha fatto il suo corso, provocando, secondo il bilancio dell’ONU, almeno 8670 vittime e 49960 feriti dall’inizio del conflitto, oltre a gravissimi abusi di diritti umani, epidemie e situazioni di grave indigenza. In proposito, le Nazioni Unite la definiscono come «La più grave crisi umanitaria mondiale».

Il fatto che due Paesi rivali si fronteggino in un contesto esterno al proprio ambito territoriale, non è una novità: storicamente, le vecchie colonie hanno costituito il teatro delle mire espansionistiche dei vecchi Stati-nazione. Oggi, però, la ‘proxy war’ si articola secondo modalità inusuali, gioca con la porosità dei confini fino a dissolverli, annulla il volto del potenziale nemico non solo con armi ‘intelligenti’, ma con affiliazioni inedite e sfere di influenza che non sempre trovano, nella compagine internazionale, una chiara modalità di definizione. Le garanzie poste in essere per arrivare a un negoziato, nello Yemen, sono rimaste sulla carta, come attesta nella sua relazione l’Inviato speciale dimissionario Ismail Ould Cheikh Ahmed.

Mentre l’Italia, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e all’Unione Europea, mantiene fermo il suo impegno di proseguire nei negoziati di pace chiedendo al Governo legittimo «un atteggiamento responsabile e aperto al raggiungimento dei compromessi politici necessari», i recenti sviluppi del conflitto siriano alimentano la destabilizzazione della regione, contribuendo ad avvicinare la Siria allo Yemen per le dinamiche divisive che escludono formalmente da un coinvolgimento gli stessi attori che definiscono i confini dello scontro e della ‘prossimità’ nella regione.  Il non-coinvolgimento diretto in un conflitto armato, condizione di cui beneficia il Regno saudita, è anche il presupposto giuridico per poter ricevere le forniture di armamenti.

Abbiamo parlato di queste criticità e del vuoto diplomatico che circonda il caso yemenita – mantenendo la prospettiva della nostra politica estera nazionale – con Cinzia Bianco, analista esperta di Paesi del Golfo Persico , consulente presso la società americana ‘Gulf State Analytics’ e Autore per la rivista ‘Limes’.

Dottoressa Bianco, in un articolo del 15 giugno 2015 pubblicato da ‘Limes’, Lei fa riferimento dell’interventismo dell’Arabia Saudita, che è cresciuto – a partire dagli eventi destabilizzanti del 2011 – in rapporto a molteplici fattori: i cambi di vertice interni, la paura dell’Iran e la conseguente escalation di tensione tra i due Paesi, il supporto offerto all’Egitto nella lotta contro i Fratelli Musulmani o la coalizione di Alba libica, tutte le azioni poste in essere per rafforzare la compattezza del regno saudita, inclusa l’offensiva contro i miliziani Huthi.

In base a questo processo, tuttora in atto, e considerando gli sviluppi del conflitto in territorio yemenita e il suo protrarsi senza soluzioni all’orizzonte, è possibile tracciare la linea evolutiva dei rapporti di forza che definiscono lo scenario locale e regionale dal 2015 ad oggi?

I 3 anni trascorsi dall’inizio della guerra in Yemen rendono bene lo iato esistente tra una ‘istantanea’ della situazione attuale, sul terreno, e le prospettive di lungo periodo adottate dall’Arabia Saudita. Oggi il conflitto è nel pieno del suo svolgimento. Diciamo che la maggiore differenza tra il suo inizio e lo stadio attuale riguarda le aspettative saudite: inizialmente, a Riyad, pur sapendo che si trattava di un terreno strategico ostico, si pensava comunque alla concreta possibilità di ottenere una vittoria decisiva contro gli Huthi. Ciò avrebbe fortemente diminuito l’influenza che l’Iran esercita in Yemen.

Attualmente, invece, data anche la performance militarmente incerta della coalizione a guida saudita in Yemen, si è consapevoli di una condizione che rende necessaria la ricerca di vari compromessi anche con gli stessi Huthi. Qui sta il vero problema: per quale motivo non si arriva effettivamente a una risoluzione? Certo, l’idea che il Regno debba scendere a trattative con i ribelli sciiti è molto difficile da digerire per la sua leadership. L’altro discorso fondamentale è che, fin dal primo momento, il conflitto in Yemen è stato intrinsecamente legato alle dinamiche regionali: più queste si fanno complesse – e la mente corre alla situazione in Siria -, più si aggiungono aspetti e fattori capaci di influenzare il ragionamento strategico saudita in Yemen.

Quindi possiamo dire che la spirale di tensione tra Teheran e Riyad continua ad alimentare una frammentazione e una serie di implosioni, a livello regionale, molto forti?

Finché andrà avanti, la tensione – che dura da anni e aumenta anziché regredire – si rifletterà anche sulla dinamica della guerra in Yemen. Torno, allora, al caso siriano, perché parliamo degli avvenimenti più recenti: i micro-attacchi intentati, a quanto sembra, contro posizioni strategiche legate alla Guardia rivoluzionaria iraniana in Siria, avvenuti dopo l’azione congiunta di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna – si tratta di azioni diverse –, sono l’ultimo segno di quella spirale e annullano ogni presupposto di dialogo. Fondamentalmente, dal punto di vista iraniano, lo Yemen è il teatro che si presta a destabilizzare il rivale saudita: essendo un Paese confinante con l’Arabia Saudita ed essendo un terreno estremamente ostico, è abbastanza semplice e poco costoso creare una serie di punti di pressione e utilizzarli a proprio favore.

Uno spazio territoriale per condurre e alimentare una guerra di prossimità.

Proprio come accade in Siria.

Da parte della comunità internazionale si è assistito, da un lato, al periodico rinvio dei negoziati di pace sotto l’egida dell’ONU (il nuovo Inviato speciale, Martin Griffiths, ha appena annunciato che sarà pronta, entro 2 mesi, una nuova ‘roadmap’ per la pace) ; dall’altro, all’assenza di un’alternativa di leadership internazionale abile a promuovere e raggiungere un compromesso: come si inseriscono le due prospettive di intervento  – la presenza dell’ONU e il decisionismo di alcune forze internazionali nell’area – nel quadro del conflitto yemenita?

Sicuramente, il lavoro dell’ONU è portato avanti con una certa decisione e convinzione dai suoi Inviati speciali. Il britannico Martin Griffiths ha una diverso background rispetto al suo predecessore, Ismail Ould Cheikh Ahmed, mauritano, già Rappresentante Residente per il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) in Yemen dal 2008 al 2012.  L’idea che il retroterra personale di Cheikh Ahmed potesse facilitare le operazioni di dialogo tra le parti in campo è stata disattesa.

Onestamente, è difficile immaginare che il nuovo Inviato possa avere più successo: parliamo di un conflitto che non si risolve proprio perché le parti non intendono farlo. In effetti, ancora oggi, sia le parti ‘domestiche’ – che, di fatto, si scontrano sul terreno -, sia le potenze regionali che stanno alle loro spalle, non hanno una spinta sufficientemente forte a porre fine alla guerra. Questo è il motivo che sta alla base del fallimento dei negoziati tentati non solo dall’ONU, ma anche a livello regionale.

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