lunedì, Dicembre 16

Social media, la nuova ‘sede’ della diplomazia economica La diplomazia digitale nell’era dei social media, intervista a Pierluigi Puglia, portavoce dell’Ambasciata della Gran Bretagna in Italia

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Negli ultimi dieci anni si è assistito ad un cambio radicale delle interazioni sociali tra individui, aziende, organizzazioni e governi. Il digitale è entrato a far parte non solo del nostro quotidiano, ma anche dell’agenda di ogni Paese e in poco tempo ha trasformato le relazioni a livello internazionale. La diffusione di strategie e pratiche digitali nei Ministeri degli affari esteri nel mondo rappresenta una vera rivoluzione nella pratica della diplomazia. In particolare l’uso di piattaforme di social media, ha notevolmente cambiato il modo in cui la diplomazia gestisce i negoziati, le strategie di Public Diplomacy, le informazioni e le crisi internazionali. Proprio oggi sul tema si tiene a Roma presso il Centro Studi Americani di Via Caetani, un evento promosso dal Program in Cultural Diplomacy dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e ALMED che ha dato vita a Roma al primo Master Europeo in Cultural Diplomacy, dal titolo ‘La Diplomazia Digitale nell’era dei Social Media’. Durante la tavola rotonda si discuterà delle evoluzioni che i social media hanno prodotto nelle pratiche di diplomazia e di gestione delle crisi internazionali, noi ne abbiamo parlato con Pierluigi Puglia, portavoce dell’Ambasciata della Gran Bretagna in Italia.

La diplomazia economica si sta spostando sui social?

La diplomazia economica è un percorso che un Paese intraprende per promuovere il proprio territorio, il proprio mercato, come destinazione di investimenti esteri diretti o destinazione di commerci da più Paesi. Nel nostro caso, l’utilizzo dei social media contribuisce a veicolare un’immagine di un Paese che è particolarmente accogliente per gli investitori internazionali. Questo in virtù della facilità di fare business, della velocità di aprire un’azienda. Diciamo che i social media non sostituiscono l’essenza della diplomazia, né tanto meno della diplomazia economica, ma forniscono uno strumento che può sicuramente sostenere la promozione di un Paese e anche favorire un primo contatto tra operatori economici e istituzioni governative preposte allo sviluppo del business tra più Paesi.

Come i social favoriscono la diplomazia economica? Quali stati la portano avanti? 

Io non parlerei soltanto di social, tanto meno lo farei nel caso della diplomazia economica. Posso citare un esempio di alcune piattaforme online, che nel caso del Regno Unito, sono state sviluppate per favorire l’incontro tra domanda e offerta di servizi. I social media non sono un market place, il business non avviene sui social media, questi possono solo accompagnare uno sforzo o una strategia di promozione di un mercato che avviene attraverso numerosi canali, offline e online. Nel caso di cui le parlavo, noi invitavamo, aziende interessate a vendere i loro prodotti nel Regno Unito, ad iscriversi sulla piattaforma online che poi consentiva l’incontro online tra proposta di beni e servizi da parte di aziende italiane e distributori britannici interessati a commercializzare i prodotti e i servizi italiani nel Regno Unito. In questo senso i social media non sono la panacea, sono un modo in cui più interlocutori possono entrare in contatto tra loro, o in cui un Governo può promuovere delle iniziative di diplomazia economica volte a incrementare gli scambi commerciali, o a favorire il flusso di investimenti.

La diplomazia economica è un impegno che riguarda tutti quei Paesi che hanno capito che la prosperità economica di un Paese, non può prescindere dalla collaborazione, dagli scambi e dagli investimenti con economie di Paesi vicini e lontani che sono anch’essi interessati ad investire.

Quanto l’Italia è avanzata da questo punto di vista?

Lo stato di apprezzamento per il made in Italy nel Regno Unito è molto alto, in particolare per settori di rinomata eccellenza dell’Italia, come quelli del food&beverage, ma anche della manifattura e dell’alta tecnologia. L’obiettivo del Governo di Londra è quello di non penalizzare i nostri rapporti di collaborazione commerciale con l’Italia né con gli altri Paesi dell’UE, e continuare ad avere relazioni commerciali quanto più possibile improntati al libero scambio e all’assenza di barriere o tariffe doganali.

 

Quanto l’approvazione o meno sul mondo social incide sulle azioni diplomatiche, può un azione diplomatica essere influenzata da like e follow?

La reputazione per un soggetto che comunica, sia esso un individuo, un’azienda, un’associazione non governativa, un’ ambasciata o un Governo di un Paese, è fondamentale offline sui media tradizionali e online sui nuovi media, inclusi i social. E’ fondamentale per la credibilità del messaggio, a prescindere dalle piattaforme a disposizione. In questo senso l’espressione del gradimento o della credibilità di un soggetto con un Governo che comunica con pubblici di Paesi diversi, sicuramente è importante. I numeri di like o di follower sono indicatori rilevanti, ma quello che è fondamentale per sfruttare al meglio le potenzialità dei social media, è che si vada oltre un indicatore per aspetti prettamente quantitativi. Quello che noi stiamo cercando di fare è sfruttare i social media, da quelli più noti come Twitter, Facebook o Instagram, a quelli meno utilizzati dai Governi. Noi siamo i primi in Italia come ambasciata britannica, e siamo gli unici per ciò che ne sappiamo, tra le ambasciate straniere in Italia, ad avere iniziato un esperimento su una piattaforma podcast. Attraverso la piattaforma podcast su cui noi puntiamo realizziamo delle interviste con cittadini italiani che hanno legami da qui in Italia con il Regno Unito, ma anche con diversi tra gli oltre 600000 italiani che lavorano, vivono e studiano nel Regno Unito. È un esperimento che va oltre il like, che consente tramite i social media di produrre insieme ai nostri follower, i contenuti della nostra comunicazione. Quando io metto un post su Facebook e ricevo un like da un cittadino italiano è un riscontro importante ma abbastanza superficiale. La maniera di ingaggiare e coinvolgere il pubblico attraverso i social media è qualcosa di più interessante perché racconta la modalità in cui un Governo riesce a coinvolgere e a produrre contenuti di comunicazione insieme ai cittadini.

Questo può essere un mezzo utilizzato da parte dei governi e dei leader di tutto il mondo per ‘influenzare’ un pubblico più giovane, coinvolgerlo e in un certo senso ‘educarlo’ alla politica estera?

La possibilità di far conoscere il nostro lavoro, quello che facciamo attraverso i social media, vuol dire quasi automaticamente poterci rivolgere ad un tipo di persone che necessariamente sono più giovani. Questo perché la popolarità dei social media è molto maggiore tra le generazioni più giovani rispetto invece alla tradizionale ‘penetrazione’ del mezzo ad esempio televisivo tra le fasce della popolazione più adulta. I social media danno quindi sicuramente la possibilità ai Governi di far conoscere le loro priorità, le loro iniziative ad un pubblico mediamente più giovane di interlocutori. Ma i social diventano interessanti quando vanno oltre il modello unidirezionale di trasmissione di messaggi e informazioni, rendendo il pubblico partecipe di alcuni nostri progetti. Ad esempio nel 2013 il Ministro degli Esteri britannico, aveva dato come priorità per il mandato di presidenza del Regno Unito del G8,  quella di far conoscere, denunciare e cercare di contrastare il fenomeno della violenza sessuale nelle zone di conflitto. Noi abbiamo pensato fosse utile organizzare, anche avvalendoci della possibilità di coinvolgere un pubblico più giovane, un flash mob in Piazza del Campidoglio a Roma. Lo abbiamo attraverso una scuola di danza che ha arruolato diversi allievi dei loro corsi. Abbiamo capito come il loro coinvolgimento concreto e fisico in quell’iniziativa fosse il miglior modo per poter anche beneficiare della promozione della nostra iniziativa anche attraverso i canali online dei ragazzi e delle ragazze che avrebbero preso parte al flash mob. Il coinvolgimento fisico su qualcosa di concreto, rende ognuno più incline non soltanto a mettere un like, ma a fare proprio il contenuto di quel messaggio.

 

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