sabato, Agosto 24

La Nazione Ungheria secondo Orbán field_506ffbaa4a8d4

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Così come il Presidente americano tiene annualmente a data fissa il discorso sullo stato dell’Unione, allo stesso modo il Primo Ministro ungherese fa un consuntivo politico dell’anno passato in Ungheria e indica le priorità per quello futuro ogni anno a fine luglio. Ciò non avviene, però, in Parlamento, bensì, almeno da quando governa il partito Fidesz con Viktor Orbán, ad una così detta Università estiva, che consiste in un happening di eventi culturali e dibattiti politici, organizzato ufficialmente da alcune associazioni della minoranza ungherese di Romania e sponsorizzato da molti operatori economici. In effetti, l’Università estiva si svolge in Romania a Tuşnad, ovvero, scritto in ungherese, Tusnád, una località che ha una popolazione al 95% di lingua ungherese. Il fatto che il discorso ufficioso sullo stato dell’Ungheria avvenga in Romania dà periodicamente occasione ad accuse di interferenza negli affari interni di un altro Stato. Così anche quest’anno il Premier rumeno Ponta ha qualificato di ‘irredentista’ la venuta a Tuşnad di Orbán, il quale, come per una casualità, ha tenuto il suo lungo discorso accanto a una carta politica pre-1918, un’epoca in cui Tuşnad, assieme a tutta la Transilvania, faceva ancora parte dell’Ungheria.

Il fatto che Orbán parli a Tuşnad serve a rendere plasticamente chiaro un punto fondamentale delle sue convinzioni, del resto spesso ribadito, secondo cui in quanto Primo Ministro, egli è responsabile della promozione degli interessi nazionali ungheresi, i quali riguardano tutta la Nazione: quella parte che vive in Ungheria, di dieci milioni di persone, e quella parte non piccola, di circa due milioni e mezzo, che vive nei Paesi vicini. Agli ungheresi che vivono all’estero il Governo Orbán nel 2010 concesse la possibilità della doppia cittadinanza, con alcune facilitazioni per lo studio e le prestazioni sanitarie nella madre patria (la doppia cittadinanza, di cui molti, specie in Romania, si sono avvalsi, comporta anche il diritto di voto per il Parlamento di Budapest e proprio grazie ai voti di questi ultimi il partito di Orbán vi detiene adesso la maggioranza dei due terzi dei seggi).

L’anno scorso il Primo ministro mise in chiaro che «la Nazione ungherese non è semplicemente una casuale massa di individui» che risiedono in un determinato luogo ma «una comunità che va organizzata, rafforzata e perfino costruita». Quale sia il criterio di composizione di questa comunità non è possibile dire in termini soltanto oggettivi. Certo, la conoscenza della lingua sembra esserne una condizione irrinunciabile, ma altrettanto importante è l’adesione culturale alla comunità, cioè il sentirsi ungherese, che, detto in astratto, può significare troppo (o troppo poco) ma che soggettivamente il singolo sente importante per la sua vita. L’inclusione di questo aspetto comunitario nell’azione politica e di governo rappresenta anatema per l’ideologia liberale la quale, specie nella sua versione francese, si definisce per l’uguaglianza esclusivamente giuridica dei cittadini. Per questo e solo per questo aspetto, quasi sfidando le critiche che sapeva gli sarebbero piovute addosso, Orbán arrivò l’anno scorso a definire lo Stato a cui aspiravailliberale’: la cura governativa per la Nazione rientra «nella categoria delle blasfemie per l’ordine mondale liberale» ma precisamente dai «dogmi e dalle ideologie prevalenti in Europa Occidentale» intende smarcarsi il Governo ungherese, per rendere la Nazione «concorrenziale non solo nel campo economico, che non è neppure quello più importante, ma anche in quello della coscienza di sè» -va aggiunto, comunque, che l’Ungheria fra i Paesi dell’Unione Europea ha attualmente indici economici di tutto rispetto con, ad esempio, una crescita annuale del PIB al 2,8% e un debito pubblico del 75%.

E’ su questo sfondo che vanno intese sia la politica sull’immigrazione del Governo Orbán, sia, soprattutto, la maggior parte delle critiche che ad essa vengono rivolte dalla stampa internazionale. La barriera che l’Ungheria sta in questi giorni realizzando lungo la frontiera con la Serbia non ha un valore molto diverso, agli effetti pratici, del Canale della Manica reso invalicabile dalle misure del Governo inglese. Ma gli argomenti o, per essere più precisi, la retorica per presentarli scelta da Orbán rende quest’ultimo un bersaglio giornalistico molto più esposto. Eccone un saggio dal discorso di Tusnád dello scorso 25 luglio scorso: «La posta in gioco è oggi l’Europa, il modo di vita europeo, la permanenza o la sparizione delle Nazioni europee e dei loro valori o, per dir meglio, la loro trasformazione fino alla irriconoscibilità. La questione non è solo in quale Europa vogliamo vivere noi ungheresi ma se ci sarà in futuro quel che oggi chiamiamo Europa… Noi vorremmo che l’Europa rimanesse degli europei. Lo vorremmo soltanto perché non dipende solo da noi. Ma che l’Ungheria resti uno Stato ungherese, questo lo vogliamo perché dipende solo da noi… Su questa strada abbiamo conseguito indubbi successi, ma poiché ciò non rientra negli schemi dell’ideologia di Bruxelles, cioè rafforza e non indebolisce la sovranità nazionale, ecco che appare riprovevole… Oggi noi ungheresi siamo i gaullisti del continente». Questo sembra il punto nodale della questione.

Certo, Orbán non manca di mettere in campo anche argomenti ormai ben noti nelle discussioni sull’immigrazione. Che, ad esempio, gli immigrati clandestini vengano ad aumentare il numero dei disoccupati e delle tensioni sociali fra gli strati meno abbienti della popolazione pare a Orbán un’evidenza «come uno più uno fa due» (con l’eccezione della Germania che va in controtendenza, e che quindi può permettersi di accogliere un numero sempre maggiore di immigrati). Aggiunge poi un argomento che per il pubblico di Tusnád, ma anche per molti circoli in Occidente, ha un certo peso: la portata dell’immigrazione clandestina è tale che le minoranze storiche dell’Europa finiscono col rimanere sempre più al margine dell’attenzione politica. Il ‘multiculturalismo’ porterebbe un colpo di grazia al tradizionale e ancora ricco ‘pluralismo linguistico’ europeo. Con ciò si torna al tema dell’integrità e della coscienza di sé della Nazione intesa come categoria fondamentale della politica, alla quale va riportato lo stesso ruolo primario dello Stato.

E tuttavia si nota che nella gran parte dei suoi discorsi Orbán finisce col rendere involontario omaggio al modello di Stato liberale e occidentale, tanta è la forza intellettuale di quest’ultimo. E’ questo modello che egli prende come punto di riferimento, sia pure per distanziarsene in qualche misura. La definizione della sua visione politica avviene negando alcuni spunti ispiratori della politica europea. I suoi interlocutori, infatti, sono a Londra o a Parigi, nelle capitali occidentali, non altrove. E quando talora cita, ad esempio, la Russia, lo fa non rendendo diretto omaggio alla Russia ma per mostrare ai partner europei quelli che egli considera come dei successi di una politica tesa «al mantenimento della concorrenzialità della Nazione».

 

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