martedì, Marzo 26

La Nato avanza nei Balcani e dintorni Ma la Russia non manca di carte da giocare per fermarla anche senza ricorrere a mezzi estremi. L’esito della nuova ‘guerra fredda’ rimane comunque tutto da scrivere

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Secondo un vecchio adagio la storia spesso si ripete ma quasi mai al cento per cento. Ed ecco un’ennesima conferma di piena attualità. Mentre molti sostengono che sia in corso da qualche anno una nuova ‘guerra fredda’, altri lo negano o ne dubitano. Trattandosi dopotutto di una questione eminentemente terminologica, la si potrebbe risolvere optando per una via di mezzo: stiamo assistendo a qualcosa che assomiglia parecchio allo storico precedente della seconda metà del secolo scorso, e però con differenze di non poco conto.

Una di queste è che il prototipo si chiamò ‘freddo’ perché, nonostante la durata per oltre 40 anni e il carattere quasi apocalittico conferitogli dalla sfida planetaria tra due opposti sistemi politico-economici nonché ideologici, dominanti in altrettanti ‘blocchi’, ‘campi’ o ‘mondi’, l’asprezza dello scontro non trascese mai, miracolosamente, in forme ‘calde’, cioè armate.  Non in Europa, quanto meno, dove pure esplose proprio tra i vincitori di una seconda guerra mondiale non meno devastante della prima.

Sempre nel vecchio continente, infatti, l’ultimo rischio di una precoce riesplosione si corse nel 1948 con il blocco sovietico di Berlino, l’ex capitale tedesca divisa in quattro zone di occupazione dopo la disfatta nazista nel 1945. Poi, superata la breve crisi e suggellata la divisione di una Germania debitamente amputata in due Stati contrapposti, la ‘guerra fredda’ rimase tale ad oltranza stabilizzandosi intorno alla ‘cortina di ferro’ calata dall’URSS per separare più o meno impenetrabilmente il ‘campo socialista’ dell’Est europeo dal mondo occidentale.

Un prolungato congelamento, insomma, contrastante con sussulti violenti solo all’interno dei due campi e soprattutto di quello orientale, cronicamente agitato da cruente ribellioni all’egemonia sovietica, con una serie di conflitti e altre perturbazioni divampati invece in altri continenti e con situazioni più precarie in alcune zone grigie della stessa Europa. Non nel suo nord, relativamente tranquillo nonostante la compresenza di Paesi membri dell’Alleanza atlantica, del Patto di Varsavia nonché Svezia e Finlandia neutrali ciascuna a proprio modo.

Sì invece nell’area sudorientale, già incendiata in partenza dalla guerra civile in Grecia e conclusa con la vittoria delle forze monarchiche sostenute dalla Gran Bretagna sui guerriglieri comunisti dapprima appoggiati e infine abbandonati da Stalin. La stessa Grecia, in seguito, doveva inscenare una lunga faida con la Turchia, nemica storica, a dispetto dell’appartenenza di entrambe alla NATO.

Nel cuore dei Balcani, inoltre, la scelta della Jugoslavia del maresciallo Tito di imboccare una propria ‘via nazionale al socialismo’, rompendo con l’URSS e i suoi ‘satelliti’ ma senza passare al campo opposto, contribuiva a creare nella regione, tradizionale ‘polveriera d’Europa’, un quadro particolarmente complesso e potenzialmente esplosivo, destinato però a riesibire questa sua caratteristica soprattutto, a guerra fredda finita, negli ultimi anni del Novecento.

A differenza del prototipo, la nuova guerra fredda è praticamente iniziata proprio in forma calda, ossia con la ribellione armata del Donbass ucraino poco dopo l’appropriazione di forza della Crimea da parte russa, nel 2014, in risposta alla ‘rivoluzione di Maidan’ filoccidentale a Kiev. Eventi che, compreso il multiforme sostegno di Mosca ai ribelli, hanno provocato reazioni incrociate a catena e a raggio ben più ampio rispetto alla causa iniziale e con l’effetto, appunto, di riprodurre un quadro complessivo parecchio simile a quello che si credeva passato definitivamente alla storia.

Oggi è forse ancora lecito presumere, malgrado tutto, e naturalmente sperare, che, se per la questione ucraina qualche benemerito dell’umanità sapesse trovare una soluzione inevitabilmente di compromesso accettabile per tutti, l’immagine o lo spauracchio di una nuova guerra fredda si sgonfierebbero quasi di colpo. Per ora, sfortunatamente, non se ne intravvede alcun segno attendibile. Semmai, anzi, si deve constatare un progressivo accumulo di indicazioni opposte ovvero, nella migliore delle ipotesi, una prevalente tendenza da ogni parte ad alzare oggettivamente i prezzi di compromessi eventualmente possibili.

Il che, a sua volta, richiama innanzitutto l’attenzione sulle origini più lontane dell’attuale crisi. Tra gli storici e gli osservatori meno faziosi della scena internazionale, compresi anche autorevoli e collaudati statisti americani, sembra ormai prevalere la convinzione che sia stato a suo tempo un grave errore mantenere in vita l’Alleanza atlantica, nata per bloccare l’espansionismo sovietico, dopo gli accordi che archiviarono la guerra fredda, lo smantellamento del ‘campo socialista’, la riunificazione della Germania e la disintegrazione dell’URSS con conseguente ridimensionamento e indebolimento della sua principale erede.

Benchè prima corresponsabile di una sconfitta politica, la Russia non era stata sopraffatta militarmente né si era formalmente arresa agli avversari, e aveva d’altronde ripudiato un regime aspirante per sua natura alla dominazione mondiale sia pure in chiave di fratellanza tra i popoli e di un loro comune riscatto. Il timore dei Paesi ex ‘satelliti’ dell’URSS di ricadere preda di un revanscismo russo poteva essere comprensibile e legittimo, ma poteva anche essere meglio placato rafforzando adeguatamente, e più di quanto si fece, un sistema collettivo come l’OSCE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Non solo si preferì, invece, isolare ulteriormente Mosca, ma si procedette ad estendere illimitatamente la NATO accogliendovi sia i suddetti Paesi sia quelli tornati alla totale indipendenza, come le tre Repubbliche baltiche, dopo essere inglobati (1944-45) nell’URSS. Tutti, poi, ammessi via via anche nella Comunità e poi Unione europea, altro caposaldo dello schieramento occidentale. Un minimo di contrappeso apparve con la creazione di un Consiglio NATO-Russia, che solo nella fertile fantasia di Silvio Berlusconi poteva però valere come solido aggancio dell’ex nemico, naturalmente per merito dell’allora premier italiano, all’alleanza vittoriosa.

Qualcosa di più, certo, venne offerto a Mosca, che tuttavia neppure la temporanea debolezza russa né la relativa remissività o buona volontà di Boris El’zin, predecessore di Vladimir Putin al Cremlino, potevano spingere a legarsi in posizione inevitabilmente subalterna al vecchio blocco capeggiato dagli Stati Uniti. Fatte le debite proporzioni, il trattamento della Russia post-sovietica somigliò insomma a quello inflitto dai vincitori della prima guerra mondiale alla Germania sconfitta, col risultato di contribuire all’avvento del nazismo e alla funesta ricerca tedesca di una rivincita dopo solo pochi anni.

Prima o poi la reazione russa doveva scattare, e si è infatti dispiegata, sotto la guida di Putin, ancor prima della crisi ucraina, ossia a spese della Georgia platealmente ostile a Mosca.  Una reazione prolungata ed energica, per certi aspetti eccessiva nella sua aggressività pur restando ben lontana dalla folle e criminale avventatezza nazista. Se la miglior difesa è l’attacco, come si usa dire, la Russia ha comunque largamente applicato questa regola anche in senso territoriale, con iniziative persino imperiose e di forte impatto quale l’intervento armato in Siria. Nel cuore, cioè, di uno scacchiere da tempo dominato dall’influenza e dal controllo americano.

Come durante la guerra fredda per antonomasia, la sfida di Mosca a Washington, soprattutto, si è così estesa, in una forma o nell’altra, praticamente all’intero pianeta. Quasi a voler dimostrare con i fatti che l’ex superpotenza sovietica, benchè declassata, poteva issarsi anche al di sopra del rango di potenza solo regionale al quale la vedeva irrimediabilmente confinata Barack Obama, il presidente americano primo vero antagonista di Putin.  

A differenza del suo precedente storico, tuttavia, la nuova contesa non si è affatto congelata nel vecchio continente, dove semmai è entrato in semi letargo il conflitto armato nell’Est ucraino, già ‘ibrido’ ovvero ‘a bassa intensità’ in partenza ma pressocchè scomparso dalle cronache in questi ultimi mesi se non anni, immeritatamente quanto si voglia perché continua a mietere vittime sia pure col contagocce. Una nuova versione di drole de guerre, insomma, come la lunga guerra di trincea nel primo conflitto mondiale.

Intorno all’originario epicentro di un braccio di ferro che si trascina da anni, invece, tutto è in pieno movimento pur senza l’uso delle armi ma non sempre in forma del tutto pacifica e indolore. E non solo in terra ucraina, dove tende semmai a congelarsi, o meglio a completarsi, la rottura di ogni residuo legame tra Kiev e Mosca. Dopo il minaccioso incidente o scontro navale nel Mare di Azov, rimasto per ora circoscritto, e la separazione di una Chiesa ortodossa ucraina da quella ‘pravoslava’ russa, con la benedizione del patriarca di Costantinopoli, si è arrivati nei giorni scorsi alla definitiva approvazione quasi unanime, da parte del Parlamento di Kiev, di una modifica della Costituzione per consacrare l’obiettivo ‘strategico’ dell’adesione ucraina alla UE e alla NATO.

Un pugno in faccia a Mosca, sicuramente, per quanto relativizzato dall’imminenza di elezioni presidenziali, alla fine del prossimo marzo, il cui esito non è certo scontato per il detentore della carica, Petro Poroscenko, fortemente contestato in politica interna per una situazione generale insoddisfacente sotto molti aspetti. Nello stesso schieramento atlantico, poi, non mancano perplessità e vere e proprie contrarietà all’ammissione dell’Ucraina anche a causa di tale situazione oltre che per motivi di opportunità connessi con la recisa ostilità di Mosca e validi del resto, sia pure in minore misura, per la prospettata estensione dell’alleanza ad altri Paesi più vicini alla Russia.

E’ questo il caso, innanzitutto, della Georgia, dove la NATO è già presente nel quadro di un rapporto di collaborazione che i dirigenti di Tbilisi si mostrano, nonostante tutto, più che mai decisi a rafforzare ed innalzare appena possibile fino al massimo livello. Non si vede, tuttavia, come una simile eventualità potrebbe realizzarsi senza provocare una reazione russa presumibilmente ancora più drastica di quella già menzionata. Dato che, rispetto a questo precedente, il quadro generale si è alquanto modificato a favore di Mosca, almeno per un verso, ossia per effetto dello scompiglio prodotto nel campo occidentale dalle varie iniziative di Donald Trump e dalla crisi plurima che sta investendo la UE.

L’attenzione, frattanto, viene attirata soprattutto dai Balcani, una volta di più alla ribalta perché qui la spinta espansiva della NATO prosegue imperterrita, approfittando del carattere peculiare della regione compresa la non immediata contiguità alla Russia. La quale, certo, coltiva assiduamente i multiformi legami con essa ma incontra maggiori difficoltà ad impegnarvisi a fondo rispetto al proprio più ‘vicino estero’. Si spiegano anche così, insieme con la parallela, contestuale e verosimilmente ancor maggiore attrazione esercitata dall’altra comunità di Bruxelles, i successi ottenuti da quella che unisce entrambe le sponde dell’Atlantico, suscitando in questo caso da parte russa proteste e minacce apparentemente destinate, per ora, a rimanere sulla carta ovvero nell’aria.

La recente ammissione nella NATO del minuscolo Montenegro, tradizionalmente caro in modo particolare alla Russia zarista prima ancora di quella sovietica, non ha incontrato ostacoli benchè Mosca sia stata accusata in precedenza di avere ordito addirittura un complotto, in pratica un colpo di Stato, per scongiurarla.

All’ancora più recente e tanto atteso accordo tra Macedonia e Grecia sulla nuova denominazione della prima (‘Macedonia del nord’ anziché il ridicolo e di fatto quasi mai usato FYROM, ossia ‘Repubblica ex jugoslava di Macedonia’), necessaria per accontentare Atene, è quindi seguito a ruota, una settimana fa, la firma dell’accordo preliminare tra il governo di Skopje e Bruxelles per l’inclusione di quest’altro piccolo Paese nell’Alleanza atlantica.

Qualche ulteriore difficoltà al riguardo potrebbe sollevarla, anche in sede di ratifica del futuro trattato, la vicina Bulgaria, che già nel secolo scorso contestava cocciutamente l’esistenza di una lingua macedone, ovvero la sua menzione in documenti ufficiali, che secondo Sofia non è altro che un dialetto bulgaro. Per dire, ciò, degli intralci che possono tipicamente turbare (anche se forse non accadrà in questo caso) gli sviluppi della problematica balcanica.

Salirebbero così a quattro su sei le repubbliche ex jugoslave membri della NATO, essendo già tali Slovenia e Croazia. Quella più popolosa (anche se alquanto spopolata dall’emigrazione), la Serbia, non intende aderire all’alleanza pur intrattenendo con essa una cooperazione militare che Mosca ovviamente non gradisce benchè compensata con una analoga con la Russia. L’eccezione, comunque, si deve alla tradizionale amicizia tra i due Paesi e anzi ad un loro conclamato amore reciproco.

Il quale, tuttavia, non va preso proprio alla lettera. Esistono in Serbia anche forze ed ambienti più filooccidentali e l’attuale governo di Belgrado è da parecchie settimane vivacemente contestato in piazza, come accade a Parigi, con accuse di autoritarismo, corruzione, ecc., che alla lunga potrebbero facilmente estendersi anche alla politica estera. La scelta di non scegliere per forza tra Russia e Occidente, anche sul terreno economico dove Belgrado vorrebbe controbilanciare l’ammissione nella UE con un’adesione all’Unione eurasiatica capeggiata da Mosca, potrebbe quindi rivelarsi non irreversibile, anche se resterebbe tutta da vedere l’eventuale alternativa.

Nei limiti in cui costituisce tuttora un’incognita, la futura collocazione della Serbia rende tanto più incerta anche quella della sesta repubblica ex Jugoslava, la trinazionale Bosnia-Erzegovina, la cui componente serba, già aspirante a secedere per unirsi alla madrepatria, guarda alla Russia, si direbbe, ancora più di Belgrado.

Quanto al Kosovo, ex provincia autonoma della Serbia a maggioranza albanese, la sua indipendenza da Belgrado, conquistata con le armi e con il decisivo aiuto occidentale, attende ancora una soluzione concordata tra le due parti in causa nonché adeguati riconoscimenti internazionali. Esternamente, quello russo resta il più escluso di tutti, salvo improbabili ripensamenti moscoviti, e ciò pesa in qualche misura anche sulle chances kosovare di ottenere l’ammissione nella NATO, ardentemente desiderata, seguendo le orme della consanguinea Albania.

C’è infine la Moldavia, già parte della Romania in passato, tuttora a maggioranza romena ma restìa, a quanto pare, a ricongiungersi con Bucarest, e d’altronde trattenuta dal farlo dal pericolo di perdere definitivamente la provincia separatista della Transnistria, protetta e presidiata militarmente dalla Russia. Mentre il governo di Chisinau resta orientato verso l’adesione alla UE e alla NATO, quest’ultima in particolare è invisa ad un presidente della Repubblica, Igor Dodon, decisamente filorusso e il cui partito socialista è dato per largamente favorito nelle elezioni parlamentari del 24 febbraio prossimo.

Come si vede, il quadro generale è dei più mossi e fluidi soprattutto nei Balcani ma non solo, e la partita tra Mosca e un Occidente in calo di coesione sempre aperta nonostante i prevalenti successi della NATO, così come più che mai incerta appare la piega che prenderà la nuova o seconda guerra fredda, non potendosi ragionevolmente escludere qualsiasi direzione nonostante le suggestioni della prima.

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