sabato, Ottobre 19

La Nasa e le promesse che mancano Si chiama Gateway il programma lunare americano: un varco per compiere «un altro balzo in avanti, quello su Marte»

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Con un po’ di fantasia si potrebbe parlare allegramente di guerra dei mondi, a vedere almeno quanto in tutti i modi si tenti di tenere alta l’attenzione sulla corsa a ostacoli che Stati Uniti e Cina stanno disputando per il predominio dello spazio, a volte rappresentazione dell’ossessione di questo nostro inizio secolo.

Da qualche giorno infatti la Nasa, la più conosciuta delle agenzie spaziali americane, si è offerta all’attenzione mediatica con la prospezione di voler far imprimere a una donna la prima impronta umana su Marte. Lo ha detto il suo amministratore Jim Bridenstine, aggiungendo: «Non vediamo l’ora di vedere la prima donna sulla Luna». Chi sa perché vuole vedere una donna! Non sarebbe stato meglio che avesse detto di voler vedere un americano o un’americana (che in inglese fa lo stesso) sul nostro satellite naturale? Magari solo perché la più brava o il più bravo, indipendentemente dal colore del genere, rosa o azzurro che sia. Quale fascia di attenzione si vuole ancora catturare in questa corsa per la cui riuscita il Congresso ha liberato un budget di 21 miliardi di dollari?

Non ci meravigliamo e invitiamo i nostri lettori a evitare facili conclusioni. Oggi così come la politica spicciola, anche le grandi decisioni si fanno passare dalla rete per valutare le reazioni popolari e strappare l’attenzione ad altri eventi in cui i governi preferiscono un approccio meno deflagrante. Ma Luna o Marte che sia, all’ombra della Pasqua appena trascorsa cerchiamo di approfondire che sta accadendo nel modo spaziale al di là dell’Atlantico.

Si chiama Gateway il programma lunare americano: un varco per compiere «un altro balzo in avanti, quello su Marte», ha precisato il sempre presente Bridenstine, repubblicano, ex deputato per lo stato dell’Oklahoma, che è stato fortemente criticato per aver assunto posizioni antiscientifiche riguardo agli indicatori del cambiamento climatico. Come nota di colore aggiungiamo che la sua nomina è stata discussa per molto tempo in Senato, ben 15 mesi, in quanto fortemente osteggiata dal Partito Democratico ed anche da parte di alcuni componenti dello stesso Partito Repubblicano, che sostenevano l’opportunità di nominare un soggetto esperto di scienza.

C’è però qualche dubbio al riguardo delle missioni verso il Pianeta Rosso. E lo scetticismo non lo esprime l’uomo di strada, quello che trovandosi un giorno a una conferenza dell’Agenzia Spaziale Europea chiese a un alto dirigente quali fossero i motivi che spingono oggi l’abitante della Terra ad andare su Marte. Questa volta è un rapporto indipendente a dare il suo parere. Che secondo fonti autorevoli da noi consultate viene dall’Institute for Defense Analyses, ubicato ad Alexandria, in Virginia; di esso fa parte personale molto informato e qualificato. Ebbene, secondo report che risale a febbraio di quest’anno, la Nasa non riuscirà ad andare su Marte entro il 2033, mentre il 26 marzo durante il quinto incontro del National Space Council –quindi il mese seguente al rilascio del rapporto- il vicepresidente degli US Mike Pence aveva promesso un ritorno lassù entro il 2024, per restarci. Non ci sembra argomento dell’altro mondo domandarci che cosa sta accadendo nell’afflato sovranista del presidente Donald Trump che sta avvolgendo l’impero di Stelle e Strisce, visto che sarebbe stata proprio la Nasa a richiedere un assessment all’istituto prima citato. Dunque le cose sono un po’diverse dai cinguettii dei potenti, materiale che a volte prendiamo tutti più veritiero di qualunque testo sacro di ogni fede o confessione.

Il memo, che abbiamo avuto l’opportunità di leggere, traccia i passi fondamentali di quello che accadrà nella ricerca spaziale d’oltreoceano. In poche battute il programma è questo: la Nasa intende usare lo Space Launch System e la navicella Orion, per lo sviluppo della porta lunare già nel 2020; e punta su questi due capisaldi per l’esplorazione futura. Orion è il veicolo esplorativo che trasporterà l’uomo nel sistema solare e assicurerà loro il rientro sulla Terra. Il sistema fa base dal Kennedy Space Center a bordo dell’SLS, che è potenziato dai motori RS-25 che pur con le dovute modifiche per sopportare temperature più fredde, sono parte del Programma Space Shuttle. Il contratto con Aerojet Rocketdyne di Sacramento vale 1,16 miliardi di dollari. Contrariamente agli indirizzi ripetuti fino alla noia dai titolari di Space-X, i gruppi di potenza non saranno recuperati dopo ogni lancio. Un prospetto economico che non ha risposto alle aspettative, ma del resto ci sono sempre molte esigenze da saturare. Non sempre gli interessi del pubblico denaro riescono a sconfiggere quelli delle lobby di quartiere, che negli Stati Uniti sono molto forti.

Secondo quanto promesso, tra due anni inizierebbero le missioni operative per finalizzarsi poi con il viaggio umano alla volta di Marte. Bridenstine ha sottolineato come la Luna sia solo il terreno di prova: «Marte è l’obiettivo dell’orizzonte».

Da fonti industriali d’oltreoceano apprendiamo che ancora molte parti del Gateway non sono state realizzate, ma con la collaborazione delle aziende private sarebbe pur sempre possibile. Lockheed Martin, come ha subito precisato il direttore delle Risorse Umane Rob Chambers, lo scorso 10 aprile a Colorado Springs durante il trentacinquesimo Space Symposium, non ha la pretesa di aver individuato l’unica strada praticabile, ma è convinta di poter dimostrare che la meta, purché si realizzino subito certe condizioni, è raggiungibile. In questo piano c’è anche un pezzetto di Vecchio Continente: secondo David Parker, direttore dell’esplorazione robotica di Esa, «Stiamo lavorando per fare in modo che l’Europa sia parte del Lunar Gateway, il prossimo grande passo per l’esplorazione umana». A bordo di Orion ci sarà infatti un modulo di servizio europeo che darà al veicolo la spinta necessaria per inserirsi nell’orbita translunare. Ma val la pena ricordare che da parte italiana sono stati siglati i contratti per gli studi di fase A/B1 per due elementi dell’infrastruttura per l’I-Hab (International – Habitat) e per Esprit (European system providing refuelling, infrastructure and telecommunications), quest’ultimo con OHB nel ruolo di sottocontraente principale, per assicurare comunicazioni e rifornimenti di carburante al Gateway. Però, secondo il rapporto dell’istituto americano, la Nasa impiegherà più tempo di quanto previsto per supportare una prima missione nel 2033. Il documento non lascia spazio a dubbi: «Troviamo che anche senza vincoli di budget, una missione per Marte nel 2033 non può essere pianificata realisticamente nell’ambito dei piani attuali e nozionali della Nasa». E ancora, riportando anche i lanci dell’Ansa il documento si esprime così: «Una missione per Marte nel 2033 non è realizzabile da una prospettiva di sviluppo e programmazione tecnologica». Forse il tutto si concreterà nel 2037 e il costo lievita a 120 miliardi di dollari di cui sono stati già spesi 37 miliardi per lo sviluppo del SLS, dell’Orion e per i sistemi di terra associati, mentre il totale della missione per Marte verrebbe a costare 217,4 miliardi.

A questo punto, la nostra incredulità non è intrisa di illusioni. Il programma della Nasa, di cui abbiamo accennato solo alcune parti, è interessante in quanto considera la Luna come una valida piattaforma per andare su Marte, superando le difficoltà legate a un’atmosfera terrestre che rappresenta una fortissima resistenza per il vettore e sfruttando la forza gravitazionale sei volte inferiore rispetto a quella terrestre. Non siamo sicuri di aver compreso bene come si svolgeranno le operazioni di lancio dalla nostra compagna di orbite ma certamente gli scienziati americani ci avranno pensato, così come al rifornimento, all’assistenza degli astronauti e anche a tutte quelle operazioni che già sono difficili con una gravità a cui siamo abituati dalla nascita.

Quello che però oggi ci sfugge è sempre il motivo per cui pensiamo – o pensano – di andare su Marte. Abbiamo trattato già l’argomento e i nostri amici più attenti ricorderanno l’intervista fatta a uno scienziato italiano sulle nostre pagine. Noi pensiamo che lo spazio sia una grande opportunità per il nostro pianeta e utilizzando bene la tecnologia potrebbe essere un volano per l’economia e le risorse da sfruttare, principalmente in regioni cosmiche dove navigano pericolosamente frammenti planetari che si chiamano generalmente asteroidi. Di Marte sappiamo poco e potrebbe essere un’incognita molto pericolosa inviare uomini o donne per poi farli tornare alla vita terrestre. Gli ambienti in cui andrebbero a operare sono ancora ignoti e lasciare sotto un’atmosfera organica delle tracce di vita del nostro pianeta potrebbe avere risvolti apocalittici. Senza contare poi che gli equipaggi restituiti alla Terra, dopo un viaggio lungo sei mesi a tratta, potrebbero pure tornare vivi, ma non sappiamo in quali condizioni. Per adesso quindi vediamo con maggior entusiasmo un più alto uso di macchine automatiche, più sicure e meno invadenti.

Per questo, al responsabile dell’Esa che ha risposto a noi uomini della strada che l’esplorazione umana fa parte del dna della nostra natura, che le motivazioni per andare su Marte meritano maggiori riflessioni e un pizzico di umiltà che a volte gli amministratori delle agenzie pubbliche non mostrano di avere.

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