martedì, Settembre 29

La mutevole sorte di Mariano Rajoy field_506ffbaa4a8d4

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Chiuso nel fortino della Moncloa, dove entrò solo 3 anni fa sulla scia di una maggioranza assoluta e di una concentrazione di potere mai vista nella storia della democrazia spagnola, Mariano Rajoy è un uomo sotto assedio. Lo circondano la crisi economica e la disoccupazione, che se anche cala è ancora un problema drammatico. Lo braccano le inchieste sulla corruzione, che lambiscono soprattutto gli uomini del suo partito e affondano le loro radici nel grande sacco, quello dei primi anni Duemila. Lo incalzano le truppe cammellate di Podemos, che vorrebbero rottamare quasi 40 anni di bipartitismo. Lo circondano le tensioni con la Catalogna, che con la sua inazione contribuisce a fare crescere e prosperare. Lo aspettano al varco I nemici-amici all’interno del Partito Popolare, che si chiedono ormai se sia l’uomo giusto per portarli alle prossime elezioni di novembre 2015.

Sembrerebbe dunque che per Mariano Rajoy siamo alla vigilia del viale del tramonto: ma occhio a sottovalutare questo galiziano dal basso profilo e dalla tempra dura, mai davvero amato neanche dai suoi ma che ha fatto della resilienza – la capacità di adattarsi rispetto alle difficoltà e da queste trarre nuova linfa – il marchio di fabbrica di uno stile politico e di governo assai peculiare.

Il primo ministro spagnolo non ha niente di paragonabile rispetto ai suoi colleghi europei più famosi. Non ha, per dire, niente della retorica ipercinetica e “rotturista” di Matteo Renzi né emana la solida e autorevole austerità di Angela Merkel. Non ha alle spalle un’idea forte come quella della “big society” che con Cameron riportò i Conservatori al governo nel Regno Unito dopo 13 anni di opposizione, né la patina goffamente glamour del seduttore seriale Francois Hollande. Mariano Rajoy non concede quasi mai interviste, i suoi tweet sono burocratici e al limite dell’insipienza, spesso non si presenta neanche alla conferenze stampa successive al Consiglio dei Ministri, lasciando il campo ai suoi ministri più importanti. A differenza della maggior parte dei leader moderni, la comunicazione non è per lui un asset fondamentale: è, anzi, un politico molto “old school”, uno che ha fatto tutta la trafila nel suo partito, ricoprendo posti via via sempre più prestigiosi, fino a diventarne il leader.

E dei popolari Rajoy è il capo, più o meno indiscusso, da più di 10 anni: e non è affatto da tutti riuscire ad arrivare al governo dopo non una ma due sconfitte elettorali (2004 e 2008), un uno-due che avrebbe causato a qualsiasi leader la vertigine di una molto probabile defenestrazione da parte dei suoi. Eppure in questi 10 anni, un momento in cui Rajoy ha vacillato, e seriamente, c’è stato. Valencia, estate 2008: i popolari vanno a congresso. Qualche mese prima, la seconda vittoria elettorale di Zapatero: una vittoria effimera, come si avrà poi modo di vedere solo, ma che scatena sulla destra spagnola una sensazione di frustrazione e impotenza. Sembra, infatti, che Rajoy non sia l’uomo giusto per guidare la riscossa: e gli ambienti che si raccolgono intorno all’ex premier (e suo ex mentore) Aznar vedrebbero di buon occhio un avvicendamento al vertice del partito. Si muove l’allora Governatrice della Regione di Madrid, Esperanza Aguirre, l’unica a sfidarlo a viso aperto. Il malcontento è palese, ma non ha abbastanza consensi per vincere il congresso. Rajoy conquista un altro mandato come Presidente dei popolari, senza grossi strepiti né grandi promesse ma con sostanziale inflessibilità rispetto ai molti nemici interni, cui concede poco o niente: entrerà tre anni e mezzo dopo alla Moncloa, in seguito una campagna elettorale accorta e piuttosto incolore, visto il grande vantaggio che appariva in tutti i sondaggi; la stessa operazione che tentò di fare Bersani, con minori fortune, poco più di un anno dopo.

Gli anni al governo di Rajoy, ormai tre, dopo i quali si può già trarre un bilancio, sono esattamente nel suo stile: in apparenza, pochi acuti e niente strilli; pochi obbiettivi alti, se non quello, generico di “far uscire la Spagna dalla crisi”; molta gestione del quotidiano, navigazione a vista. Un “conservatore compassionevole” verrebbe quasi da dire, citando la campagna elettorale del 2000 di Bush figlio: l’idea di un padre di famiglia tradizionalista e severo, ma al fondo bonario ed equanime. Ecco, nella pratica quotidiana di governo, il Rajoy dei primi due anni almeno, forte anche della maggioranza assoluta al Congresso, è stato in realtà tutt’altro che un leader accomodante e votato agli accordi: le sue riforme hanno avuto rapida gestazione e feroce applicazione, all’insegna di un decisionismo tanto sotto traccia quanto sostanziale. Tanto per citarne alcune: l’aumento dell’Irpef, appena arrivato al governo sulla scia di un programma elettorale che sosteneva l’esatto contrario; la riforma del mercato del lavoro, che seguiva quasi alla lettera le raccomandazioni di Bruxelles; la manovra che ha alzato le varie aliquote dell’Iva in alcuni casi anche di 13 punti (nella cultura, dall’8 al 21) e tagliato in istruzione, sanità e welfare state.

L’esecutivo a guida Rajoy non ha certo agito sulle diseguaglianze che fanno della Spagna uno dei Paesi più a rischio di povertà in Occidente: non poteva farlo, considerando la sua constituency politica, le sue radici ideologiche, la sua piattaforma elettorale. Si è concentrato sulla messa in sicurezza dei cosiddetti “fondamentali” dell’economia, scegliendo di risanare il sistema creditizio – ora non più a rischio fallimento – a scapito delle ansie di giustizia sociale: una strategia che sembrava essere vincente nel Paese, in cui certo montava il malcontento per la crisi economica ma che considerava Rajoy come una sorta di baluardo contro il caos, con l’alternativa socialista appannata dopo gli ultimi, deleteri anni di Zapatero.

Questo, fino al 2014: l’anno che in futuro gli storici descriveranno come il vero punto di svolta tra la Spagna post-Transizione e quella dall’incerto ma interessante futuro. Nel 2014 la base di consenso su cui Rajoy aveva fatto nei primi anni del suo mandato è andata via via erodendosi: il cittadino medio, se anche si compiace dei tassi positivi di crescita economica (che preannunciano per il 2015 un 2%, cifre che in Italia ci sogniamo) non ha visto però nella sua vita quotidiana cambiamenti sostanziali. I salari continuano a essere tra i più bassi dell’Europa occidentale; gli sfratti non si sono mai fermati; l’esodo all’estero dei giovani spagnoli alla ricerca di un futuro migliore non si ferma. Una volta saltati fuori gli innumerevoli casi di corruzione (due dei quali, quello Bàrcenas e quello Gurtel, lambiscono da vicino proprio Rajoy e alcuni dei suoi principali collaboratori) la percezione è stata anzi che i sacrifici fatti dai cittadini siano serviti non (o non solo) a risanare il Paese ma a coprire i buchi lasciati da una politica e da un’economia che negli anni del benessere hanno saccheggiato ad ampie mani le casse pubbliche. Il decisionismo è diventato così, da dimostrazione di forza ed efficienza, metodo d’azione asfittico e autoreferenziale: non più un mezzo efficace per far funzionare meglio le cose ma una maniera di serrare le fila al proprio interno, in una logica volta a galvanizzare l’elettorato conservatore e non a proporre un progetto di Paese.

Una difficoltà politica, l’incapacità di comprendere un Paese che cambia, che tra le altre cose ha prodotto in pochi mesi le defezioni di Ana Mato alla Sanità, travolta da un caso di corruzione e dalla scellerata gestione di inizio ottobre del caso Ebola, e di Alberto Ruiz Gallardòn alla Giustizia, colpevole di avere portato avanti con il consenso del partito e dello stesso Rajoy – che gliel’ha poi tolto, considerando l’impopolarità del disegno di legge anche tra i suoi – una riforma dell’aborto iper-restrittiva, che probabilmente solo due anni fa sarebbe passata senza troppe storie. Inoltre il governo, preoccupato dalle prossime scadenze elettorali, ha partorito una riforma fiscale che porta a un generalizzato abbassamento dell’Irpef, ma niente di paragonabile alla portata simbolica degli 80 Euro che fecero vincere a Renzi le scorse elezioni europee. La riforma fiscale di Rajoy, infatti, è un “brodino caldo” per i redditi bassi, e le detrazioni sono invece piuttosto sostanziosi per quelli più alti. Ancora, sul caso catalano non aiuta l’afasia iperlegalista in cui Rajoy si è chiuso come a riccio dietro le pronunce del Tribunale Costituzionale, dimenticandosi che il ruolo principale di uno statista dovrebbe essere quello di rispettare la legge fornendo a essa sempre nuova legittimità e non agitandola come un bastone in mancanza di iniziativa politica.

Di fronte all’ascesa di Podemos e del nuovo leader del Psoe, lui sì molto a suo agio con i media, Pedro Sànchez, le guardie pretoriane del premier hanno invece prospettato ultimamente quella che solo qualche mese fa sarebbe stata un’eresia dalle parti della Moncloa: una “grande coalizione”, come in Germania, dopo le prossime elezioni, tra socialisti e popolari. Una “grande coalizione” che dovrebbe puntellare il sistema dalle fondamenta, di fronte alla possibile avanzata di quelli che nei circoli conservatori della capitale, e non solo, sono visti come i nuovi barbari: proprio Podemos. Un’ammissione più di debolezza che una dimostrazione di forza, che ricorda da vicino l’operazione compiuta in Italia nella primavera del 2013 con il governo Letta, con il quale un potere impaurito dalle legioni grilline cercò di blindarsi mettendo insieme, senza grossi risultati, i nemici degli ultimi vent’anni.

Ora come ora, una coalizione di unità nazionale tra socialisti e popolari è un’opzione non probabile ma possibile, e Mariano Rajoy appare alla ricerca di un’idea forte dal trasmettere al suo elettorato, che possa bloccare l’emorragia di consenso che, sistematicamente e inesorabilmente, ogni sondaggio ormai fotografa. Potrebbe trovarla nel sempre efficace “o me o il caos”, che sta utilizzando nella questione catalana. La radicalizzazione e la paura del nemico esterno sono strumenti primordiali che ogni potere usa quando si trova in difficoltà. Ma questa volta, per uscire dall’assedio, la polarizzazione potrebbe non bastare.

Quando si è attaccati, nel calcio come nella vita, chiudersi a riccio porta nella maggior parte dei casi a prendere uno o più gol, e a perdere la partita. Uscire dalla propria area di rigore, o dal fortino della Moncloa, potrebbe sortire lo stesso risultato: ma potrebbe anche cambiare l’inerzia della partita. Un gol preso in contropiede fa male ugualmente, ma dimostra che almeno si è provato a uscire dalla propria area. Ecco, se fossimo tra coloro che hanno a cuore il futuro politico di Rajoy gli consiglieremmo questo: che metta da parte il catenaccio, e si metta a costruire gioco, magari allargando sulle fasce e non affidandosi solo ai lanci lunghi. Che poi ne sia in grado, questo è un altro discorso.

 

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