giovedì, Gennaio 21

La musica che in Uzbekistan non ha più futuro Nel Paese dell’Asia centrale i cantanti hanno bisogno di una licenza per esibirsi che adesso può essere ritirata anche per un solo tatuaggio fuori posto o per una frase non gradita alle autorità

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Qualche timido passo indubbiamente è stato fatto, sia per contrastare il lavoro forzato nel periodo della raccolta del cotone che per ostacolare la tortura ampiamente usata per estorcere confessioni. Due successivi decreti di Mirziyaev hanno, il primo proibito l’uso della tortura ed il secondo proibito il reclutamento forzato di bambini, medici, studenti ed insegnanti per lavorare nei campi di cotone. Naturalmente è difficile che i due decreti riescano a debellare tortura e lavoro forzato in un batter d’occhio, ma per lo meno vi è la palese ammissione da parte della più alta carica del Paese che tortura e lavoro forzato erano pratiche ampiamente ammesse. Anche la visita del Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Al Hussein, nel maggio 2017, segnala la volontà per lo meno di dialogare su temi in passato considerati tabù.

Naturalmente non stiamo parlando di un Paese libero, né tantomeno parzialmente libero. Freedom House nell’ultimo rapporto sullo stato di salute dei diritti politici e delle libertà civili pone l’Uzbekistan agli ultimi posti e lo considera “not free”, con un punteggio di 7/100. Sono messi peggio solo pochi Paesi tra cui il Turkmenistan e la Corea del Nord, decisamente meglio Iran, Russia e Cina.

«Per niente facili, uomini così poco allineati» cantava qualche anno fa Ivano Fossati riferendosi al temperamento di musicisti e cantautori. Decisamente più allineati saranno costretti ad essere i cantanti uzbechi, che per dare un futuro alla musica dovranno necessariamente conformarsi alle nuove direttive. Siamo comunque in una regione in cui la sensibilità nei confronti di diritti civili e libertà di espressione non è ai massimi livelli: in Russia per esempio, Paese che continua ad esercitare una certa influenza in questa parte di globo, solo qualche anno fa sono state arrestate, con l’accusa di teppismo ed estremismo motivato da odio religioso, alcune componenti del gruppo musicale delle Pussy Riot per aver cantato durante una celebrazione religiosa in una chiesa moscovita. Condannate da un tribunale russo, Nadia Tolokonnikova e Marija Alechina hanno scontato la pena detentiva in campi di lavoro in Mordovia e sugli Urali.

E se le vicende uzbeche ci creano qualche disagio ed incutono un qualche timore dobbiamo però ammettere che talvolta anche «l’ America così come Roma, può far paura»: l’Italia ha avuto la sua prima legge contro la tortura solo nel 2017 e negli Stati Uniti Trump ha pubblicamente affermato che la tortura è secondo lui un metodo che funziona. L’Italia quindi ha una legge sulla tortura (tra l’altro neanche delle migliori) con un ritardo vergognoso di quasi trent’anni dalla firma della Convenzione delle Nazioni Unite e negli Stati Uniti lo stesso presidente si è espresso a favore dell’uso della tortura, nonostante la Corte Suprema abbia già stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento.

Sarà la musica che gira intorno, saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro.”

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