lunedì, Maggio 20

La morsa del fondamentalismo indù sull’India A pochi mesi dalle elezioni parlamentari crescono le pressioni dei fondamentalismi indù che abbracciano l’ideologia nazionalista dell’‘hindutva’

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A pochi mesi dalle elezioni parlamentari, in India sta riprendendo vigore il fondamentalismo indùQuando, nel maggio del 2014, il capo politico dell’attuale partito di Governo BJP (Bharatiya Janana Party – Partito del Popolo Indiano), Narendra Modi, divenne Primo Ministro della Repubblica Indiana, molto del suo sostegno derivava – e deriva tuttora –  dalle frange più estremiste della popolazione indù.

Quattro anni dopo, lo scenario potrebbe replicarsi nella prossima primavera. Tra la fine di aprile e i primi di maggio si terranno le elezioni parlamentari per rinnovare la Lok Sabha, la Camera Bassa, e lo scenario che sembra prospettarsi è tutt’altro che prevedibile. Modi, dopo l’exploit del 2014, sembra perdere consensi poiché non ha rispettato gli impegni e si è ritrovato contro la rabbia degli agricoltori e dei giovani indiani, per i quali non ha saputo creare nuove opportunità lavorative a fronte delle riforme promesse durante la sua campagna elettorale. Inoltre, le recenti elezioni assembleari statali tenutesi in 5 dei 29 Stati indiani – Chhattisgarh, Madhya Pradesh, Mizoram, Rajasthan, Telengana – hanno decretato una larga vittoria dell’INC (Indian National Congress), il partito di orientamento socialdemocratico che, dal dicembre 2017, vede alla presidenza Rahul Gandhi, il quale ha preso il posto delle madre Sonia. Lerede della dinastia Nehru-Gandhi – la cui tradizione pesa all’interno del Congresso, dato che tra i suo membri ha espresso ben 5 Presidenti del partito – sta provando, tramite alleanze con i partiti regionali, a risollevare una fazione politica uscita malconcia dalle votazioni del 2014, proiettando, allo stesso tempo, limmagine di unIndia aperta e inclusiva.

Come ci aveva detto la ricercatrice IAI (Istituto Affari Internazionali), Stefania Benaglia, il risultato delle prossime elezioni sarà «fondamentale, specialmente per la minoranza di 170 milioni di musulmani, in un contesto dove il BJP polarizza fortemente la società», segno che il dibattito culturale e religioso sarà determinante per linterpretazione del voto indiano: inevitabile per un Paese che vedrà recarsi alle urne oltre 850 milioni di cittadini.

Nonostante una flessione nei consensi e la sconfitta alle assembleari, Modi sembra essere – tra gli esperti – il candidato favorito alla vittoria delle prossime elezioni, incorrendo, dunque, verso quello che sarebbe il secondo mandato consecutivo. Nelle parlamentari di quattro anni fa, Modi raggiunse un grande successo anche grazie al fatto che seppe condurre una campagna elettorale incentrata sulla lotta alla corruzione e sullo sviluppo economico del Paese, evitando così di toccare scottanti tematiche religiose. Oggi, però, che le promesse sono state per la maggior parte tradite e le riforme avanzate non hanno ottenuto gli esiti sperati, la speranza a cui Modi può aggrapparsi è quella di fare leva sul forte sentimentalismo dei nazionalisti indù e scavare ancora di più profondamente un solco con le altre minoranze etniche e religiose.

Secondo l’ultimo censimento svolto dal Governo, in unIndia che contiene allinterno dei suoi confini oltre 1.3 miliardi di abitanti, il 79,8% di questi sono indù, il 14,23% (oltre 170 milioni) musulmani, il 2,3% (circa 30 milioni) cristiani e la restante parte appartenente ad altre religioni o atea.

Quel 14,23% di fedeli musulmani per anni ha rappresentato una sicura fonte di voti per il partito che quasi ininterrottamente ha guidato il Paese dall’indipendenza del 1947 al 2014, lINC. Ma oggi il panorama politico è completamente diverso e per chi professa lIslam la realtà indiana sembra essere estremamente difficile.

La pressione del nazionalismo religioso ha costretto a cambiare i nomi arabi di diverse città e strade dellIndia settentrionale, dove si concentra gran parte della maggioranza musulmana.

Un evento molto importante volto a catalizzare l’attenzione mediatica e politica verso i nazionalisti indù sarà sicuramente il ‘grande Khumbuh Mela’, il pellegrinaggio indù più grande al mondo, che coinvolge oltre 150 milioni di pellegrini e si svolgerà presso la confluenza dei fiumi Gange e Yamuna da metà gennaio fino al 4 marzo. Il Khumbuh Mela – nella sua versione ridotta –  è un pellegrinaggio che avviene ogni tre anni e si svolge in quattro diverse città. Alla conclusione di ogni ciclo di pellegrinaggi, quindi ogni 12 anni, viene organizzato, a Prayagraj – questo il nome con cui è stata ribattezzata la ‘musulmana’ Allahabad –  il grande Khumbuh Mela che, in realtà, si sarebbe dovuto tenere nel 2025. Come riporta ‘Asia News’, date l’approssimarsi del turno elettorale, Yogi Adityanath, santone membro di spicco del BJP e attuale Chief Minister dell’Uttar Pradesh, «ha deciso di anticipare la manifestazione per attirare sullUttar Pradesh e i nazionalisti lattenzione degli elettori indù». Una mossa questa che ha l’obiettivo di far presto dimenticare la sonora sconfitta delle assembleari.

Ma le pressioni indù passano anche attraverso le rivendicazioni storicheSul finire di novembre, circa 200.000 attivisti, tra monaci e devoti, hanno partecipato alla manifestazione indetta dai gruppi nazionalisti indù e svoltasi nella città santa di Ayodhya, nello Stato dell’Uttar Pradesh, per chiedere la costruzione di un tempio sulle rovine della moschea Babri Masjid – eretta per volere del sultano moghul Babar – facendo così riemergere le profonde questioni religiose che insistono nell’India moderna. Il 6 dicembre 1992, infatti, fondamentalisti indù distrussero la moschea della città indiana sostenendo che quello era il luogo dove nacque il dio Ram, considerando sacrilega la presenza dei musulmani in quella terra. Ciò portò, oltre alla destituzione del Governo dell’Uttar Pradesh, ad unescalation di violenze tra induisti e musulmani che si protrassero per mesi e che si propagarono per tutto il Paese, causando circa 2.000 morti: gli strascichi della vicenda si trascinano faticosamente ancora oggi. Proprio per questo mese è prevista la sentenza della Corte Suprema indiana che dovrà pronunciarsi su quanto accaduto nel dicembre 92 e per il quale sono accusati di associazione a delinquere L.K. Advani, Uma Bharti e M.M. Joshi, tutti membri del BJP che, insieme all’organizzazione di estrema destra VHP (Vishwa Hindu Parishad – Consiglio Mondiale Indù), coadiuvarono la sommossa popolare contro lo moschea di Ayodhya.

Dopo il dicembre del 1992, le divisioni tra musulmani e indù sono riemerse prepotentemente nel 2002 nello Stato del  Gujarat, il cui Primo Ministro, a quel tempo, era proprio l’attuale premier indiano, Narendra Modi. Dopo un incendio scoppiato, il 27 febbraio, su un treno a Godhra  e nella quale rimasero uccisi 58 indù di ritorno da un pellegrinaggio a Ayodhya, prese piede una forte contestazione guidata dal BJP e dal VHP, prima sottoforma di sciopero, che successivamente si tramutò in una rivolta di rara violenza contro i musulmani che lasciò dietro di sé oltre 1.000 morti, donne stuprate e bambini bruciati vivi. Nel 2012, Modi fu assolto dalla  Corte Suprema indiana, non essendo ritenuto responsabile dell’accaduto, anche se, qualche anno dopo, Sanjiv Bhatt, un anziano agente della Polizia, dichiarò come lallora Primo Ministro del Gujarat abbia deliberatamente permesso le violenze contro i musulmani. Una testimonianza in linea con i vari report internazionali, come ad esempio quello dell’organizzazione umanitaria, Human Right Watch, che denunciano come sotto il Governo Modi siano cresciute le minacce nei confronti delle minoranze religiose e come la società indiana stia andando incontro ad una forte polarizzazione.

La preoccupazione per un’India politicamente a trazione indù è stata espressa anche da monsignor Thomas Paulsamy, vescovo di Dindigul nello Stato meridionale di Tamil Nadu, in un’intervista per il sito d’informazione cattolico ‘Aleteia’. «Modi vuole trasformare lIndia in un Paese esclusivamente induista e continuerà a portare avanti la sua agenda», aveva dichiarato Paulsamy nel luglio scorso, che ha poi continuato, «i suoi ministri hanno più volte enfatizzato il loro supporto a misure atte a proteggere l’Induismo. Le minoranze sono viste come una minaccia, soprattutto cristiani e musulmani».

Infatti, non sono solo i musulmani a subire violenze e soprusi da parte degli indù, ma anche i cristiani. Sempre in Uttar Pradesh, ieri, la Polizia ha arrestato e poi rilasciato quattro cristiani con la falsa accusa di condurre conversioni forzate e per aver organizzato, senza permesso, degli incontri di preghiera.

A muovere i fili dietro il nazionalismo indù vi è l’organizzazione nota come RSS (Rashtriya Swayamsevak Sangh – Corpo nazionale dei volontari), di cui Modi era membro e che funge da ala ideologica e braccio armato del BJP, il quale una volta entrato all’interno delle dinamiche parlamentari ha cercato – senza troppi sforzi – di prenderne le distanze. LRSS – fondato nel 1925 e bandito più volte dalla contesa elettorale – si presenta come istituzione culturale apolitica, vanta circa 6 milioni di membri e predica l’‘hindutva’, l’ideologia nazionalista indù che propone slogan come ‘una nazione, una cultura, una religione’. Lhindutva considera linduismo unidentità etnica, politica e culturale, ed è tramite questo pensiero ed in nome di uno Stato ‘Hindu Rashtra’ (completamente indù) che organizzazioni come l’RSS vogliono imporsi sulle altre minoranze religiose perpetrando abusi e discriminazioni.

Con le elezioni alle porte, l’RSS ha iniziato già da mesi a fare proselitismo per reclutare altri membri e professare la sua ideologia. Come riporta il quotidiano spagnolo ‘El Pais’, grazie al suo sostegno al Governo Modi, lRSS ha iniziato a gestire istituzioni culturali di alto livello. Dall’avvento al potere del BJP, il numero di scuole private finanziate da RSS è aumentato a 14.000 e conta 1,8 milioni di studenti.

La contesa elettorale è dunque aperta e mai, come nei prossimi mesi, gli indiani si troveranno a scegliere tra due visioni dellIndia completamente opposte.

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